Studi e ricerche

OPG…OPG… La disumanizzazione dell’essere umano

Giovanni Giusto
15 Novembre 2013
2 commenti
OPG…OPG… La disumanizzazione dell’essere umano

DISCUSSIONE

I risultati emersi dalla ricerca, su un campione di 96 soggetti, possono condurre a designare un profilo della donna internata in OPG.

La maggior parte è nata al nord Italia (31 casi su 96), occorre inoltre sottolineare che 12 donne su 96 hanno origine straniera.

Le donne provengono da tutto il territorio nazionale, essendo l’unico OPG dotato di una sezione femminile, a tale riguardo, è quindi possibile affermare che prevalentemente le donne provengano dal nord (42 casi su 96). Questo dato deve far riflettere sui disagi rispetto al luogo di provenienza e rispetto alla famiglia, dove spesso ci sono anche dei figli.

L’età media, riferita all’anno dell’arresto, è di 41,7 anni e deviazione standard di 1,578236.

La maggior parte delle donne risulta nubile (41 casi su 96) e ha concluso la scuola dell’obbligo (33 casi su 96). Il livello scolare potrebbe aver risentito anche della patologia, che sia pure manifestata in età successiva a quella scolare, può in quel periodo presentarsi come difficoltà e disturbi prodromici.

Il dato riguardante i figli non risulta significativo, poiché si differenziano in modo eseguo: le madri sono 46 su 96 mentre le donne senza prole sono 50 su 96.

La posizione giuridica maggiormente presente è la Misura di Sicurezza Provvisoria (art. 206 c.p. – 312 c.p.p.) 45 casi su 96, anche se bisogna notare, che si discosta lievemente dalla Misura di sicurezza definitiva (art. 222 c.p.) 41 casi su 96.

È stato possibile constatare che 48 donne  su 96 prima di essere inviate in OPG hanno trascorso …..alcuni mesi in carcere, detto ciò è possibile dedurre che erano in attesa di accertamento da parte del magistrato, mentre 41 soggetti su 96 provenivano dalla libertà.

L’OPG è la Misura di  Sicurezza (art. 222 c.p.) che viene applicata nei confronti dei soggetti riconosciuti infermi di mente (art. 88 c.p.) e socialmente pericolosi (art. 203 c.p.), mentre per i soggetti seminfermi (art. 89 c.p.) e ritenuti socialmente pericolosi (art. 203 c.p.), la legge prevede (art. 219 c.p.) l’assegnazione ad una Casa di cura e di custodia, ricordiamo che l’OPG di Castiglione delle Stiviere è l’unico in Italia che ospita anche donne e quindi detiene  sia donne riconosciute inferme di mente che seminferme. Alla luce di tale considerazioni, il dato relativo al vizio di mente acquisisce notevole importanza, poiché ci permette di comprendere che la popolazione delle internate è maggiormente costituita da soggetti prosciolti per vizio totale di mente (art. 88 c.p.) con 41 casi su 96, verso 10 casi su 96 per vizio parziale di mente (art. 89 c.p.). Il limite di tale dato si riferisce al fatto che non è stato possibile accertare il vizio di mente  per i soggetti (45 casi su 96) per i quali è stata applicata la Misura di Sicurezza Provvisoria, in ragione della “provvisorietà” di tale misura.

Inoltre, contribuisce a inquadrare la diagnosi clinica di psicosi (33 casi su 41), nello specifico la diagnosi di schizofrenia (13 casi su 41) come la patologia psichiatrica maggiormente riconducibile al vizio totale di mente. Per quanto riguarda il riconoscimento di un vizio totale di mente riconducibile all’asse II, ovvero ai disturbi di personalità, sono presenti 8 casi su 41, tra cui spiccano 5 casi di disturbo borderline di personalità.

Considerando la diagnosi clinica in rapporto al vizio parziale di mente, i risultati si differenziano sostanzialmente, infatti, troviamo una situazione di parità tra l’asse I e II. Per quanto concerne l’asse I vi è solo una diagnosi di schizofrenia (1 caso su 5), mentre per l’asse II la diagnosi clinica relativa al disturbo borderline di personalità (3 casi su 5) è quella maggiormente presente.

Il dato relativo alla diagnosi clinica contribuisce a far emergere i disturbi mentali maggiormente presenti per quanto concerne l’asse I e l’asse II.

La diagnosi psichiatrica che domina, in relazione al campione di 96 soggetti, è la patologia psicotica, riferibile quindi all’asse I (64 casi su 96), il presente dato è concorde con i risultati ottenuti da Andreoli (2002) in una ricerca dal titolo “Anatomia degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari”. La schizofrenia prevale rispetto agli altri disturbi (20 casi su 64) e nello specifico si distingue la schizofrenia di tipo paranoide (13 casi su 20). È interessante correlare questi risultati con la tipologia del reato, per dimostrare come il reato contro la persona, oltre a riguardare la quasi totalità dei reati (72 casi su 96), rispetto ai reati contro il patrimonio (21 casi su 96) e contro la Pubblica Amministrazione (3 casi su 96), sia decisamente riferibile all’asse I (54 casi su 72) e in particolar modo alla schizofrenia (19 casi su 20). Il reato di omicidio (art. 575 c.p.) è il reato maggiormente commesso (23 casi su 72), di questi, 20 casi sono ricollegabili all’asse I e in particolare 6 casi alla schizofrenia, questo dato è concorde con la letteratura (Schanda, H., Knecht G., Schereinzer D., Stompe, T., Ortwein-Swoboda, G., Waldhoer T., 2004).

Gulotta (2005), riprendendo uno studio di Virkkunen (1974), ha segnalato che sono soprattutto gli schizofrenici paranoidi ad aver mostrato maggiori inclinazioni al comportamento violento, tale affermazione si verifica anche nel seguente studio in riferimento al reato di omicidio (4 casi su 6). A seguire troviamo il reato di tentato omicidio (art.56-575 c.p.) (13 casi su 72), anche in questo caso la quasi totalità è attribuibile all’asse I (11 casi su 13) ed esattamente 6 casi su 13 sono da ricondurre alla schizofrenia. Le vittime del reato di omicidio appartengono principalmente alla sfera familiare (20 casi su 23), questo risultato è in linea anche con la letteratura Gulotta (2005), Fornari (2008) e Rossegger, Wetli, Urbaniok, Elbert, Cortoni, Endrass (2009).

Le vittime predefinite sono i figli (7 casi su 23) come riscontrato dalla bibliografia di Merzagora (2003).

Mentre per il reato di tentato omicidio la vittima designata è riconducibile all’esterno del nucleo familiare, come sostenuto da Fornari (2008), infatti, possono essere oggetto di violenze anche persone del tutto estranee alla famiglia.

La presenza di disturbi psichiatrici in famiglia ha interessato 31 casi su 96, di cui 10 casi riguardanti un disturbo psicotico grave.

Inoltre, sono emersi anche 7 casi su 31 ricollegabili a disturbi dell’umore e 6 casi riguardanti l’abuso sostanze alcoliche da parte del padre. Uno studio condotto da Laajasalo e Häkkänen (2004) ha rilevato che l’utilizzo di sostanze alcoliche da parte dei genitori è risultato significativamente più elevato tra i soggetti con disturbo di personalità, in questo studio (3 casi su 6).

La diagnosi clinica relativa ai disturbi di personalità e quindi all’asse II, è presente  in maniera nettamente inferiore (32 casi su 96).

Il disturbo relativo all’asse II maggiormente presente, riguarda il cluster B con il disturbo borderline di personalità (19 casi su 32). L’aumento dei soggetti borderline nei contesti penitenziari è stato rilevato  anche da Black, Gunter, Allen, Blum, Arndt, Wenman, Sieleni (2007). Risulta significativo correlare la diagnosi clinica con il tipo di reato, poiché emerge, anche in questo caso, che i reati contro la persona (18 casi su 32) sono perpetrati maggiormente rispetto ai reati contro il patrimonio (12 casi su 32) e reati contro la Pubblica Amministrazione (2 casi su 32). Considerando nello specifico il disturbo borderline di personalità rispetto ai reati contro la persona, (10 casi su 18) sono da loro commessi, ma da un’ulteriore confronto tra i reati contro la persona (10 casi su 18) e i reati contro il patrimonio (8 casi su 12) la differenza non risulta significativa.

Esaminando su base numerica il reato commesso in maggior misura è maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) 5 casi su 10. Merita attenzione, però, valutare accorpando il reato di rapina (art. 628 c.p.) (3 casi su 6), a tentata rapina (art. 56-629 c.p.) (4 casi su 6) e furto (art. 624 c.p.) (1 caso su 3), poiché sono reati riconducibili a tratti caratteristici del border, riguardanti la sfera del controllo ovvero la disforia e l’impulsività.

Inoltre, è da evidenziare l’utilizzo di sostanze che riguarda 10 casi su 19. Tale dato risulta considerevole, infatti, in accordo con una ricerca condotta da Palijan, Muzinic, Radeljak (2009) è stato riscontrato che l’abuso di alcol e droga può produrre gravi effetti psicotici che possono portare a comportamenti di estrema violenza e di conseguenza a gravi reati penali, come aggressioni fisiche, rapina mano armata, tentato omicidio e omicidio, tutti a causa di una funzione cerebrale alterata e generando sintomi di tipo psicotico. In aggiunta a quanto già affermato, un recente studio di Mc Dermott, Quanbeck, Frye (2007) suggerisce che l’abuso di sostanze sembra essere un fattore di rischio significativo per i soggetti con disturbo bipolare e può aumentare significativamente il rischio di arresto penale. Nel seguente studio è presente 1 caso di sintomatologia ipomaniacale su 4 casi di disturbo bipolare.

Interessante appare il dato in relazione alla recidiva 31 casi.

Per quanto riguarda l’asse I (13 casi su 31) mentre per l’asse II (18 casi su 31) tale risultato è in linea con Sacks (2004). Egli ha dimostrato che le donne con disturbo mentale e utilizzo sostanze, COD (co-occurring disorders), possano avere un rischio significativo di recidiva.

Al fine di elaborare misure di prevenzione più appropriate e interventi clinici mirati, è indispensabile acquisire una migliore comprensione dei fattori predittivi del comportamento criminale. Tra i fattori di rischio del comportamento criminale, l’attenzione è stata focalizzata sulla relazione tra i tratti “disinhibitory” (ad esempio ricerca della novità, impulsività, psicoticismo) e criminalità (Brunelle, Douglas, Pihl, Stewart, 2009).

Un’attuale ricerca di Mannynsalo, Putkonen, Lindberg, Kotilainen (2009) ha condotto uno studio sugli autori del reato cosiddetto  “triple” diagnosis”ovvero abuso di sostanze, disturbo mentale e ID (deficit intellettivo), nel seguente studio vi sono 9 casi su 96, sottolineando la necessaria cooperazione a lungo termine tra specialisti del settore ID, servizio dipendenze, servizi salute mentale e psichiatria forense.

Dal seguente studio è emerso che la quasi totalità delle donne (78 casi su 96) era seguita dai servizi prima della commissione del reato.

Erb, Hodgins, Frese, Muller-Isberner, Jöckel, (2001) hanno condotto una ricerca per comparare  il tasso dei crimini violenti e degli omicidi commessi da soggetti che soffrono di disturbi mentali, prima e dopo la chiusura dei manicomi. I risultati indicano che non è la disponibilità di posti letto, nei servizi psichiatrici, che hanno influenzato il rischio di omicidio, ma piuttosto il tipo di servizio fornito e l’uso di questo. I risultati suggeriscono che il massiccio aumento dei servizi di salute mentale nella comunità ha avuto un effetto positivo di prevenzione della violenza. Tuttavia, il fatto che un piccolo gruppo di queste persone ha commesso un omicidio, suggerisce che i servizi non erano adeguati in relazione al livello di funzionamento psicosociale, storia clinica, storia criminale, abuso sostanze e avevano bisogno di cure specialistiche in comunità per prevenire la recidiva.



[1] Carriera criminale: è definita come la sequenza longitudinale di atti antisociali e criminali commessi da un individuo nel corso della sua vita .“A criminal carrer is defined as the longitudinal sequence of offences committed by an individual offender” (Zara,2005).


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2 risposte.

  1. Alfio ha detto:

    Soffro di disturbi bipolari e a causa di questi disturbi sono stato denunciato per atti persecutori e lesioni personali. Io non ricordo la vicenda ma cosa può accadere in fase processuale?

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