Vaso di Pandora

Disturbo mentale, detenzione e suicidio: quali fattori di rischio nelle REMS?

A fine novembre 2025, i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 63.868 e al 31 dicembre i decessi complessivi registrati sono stati 241, di cui 80 suicidi. Due di questi hanno riguardato persone ospiti delle REMS (S. Baronia e Reggio Emilia). Il suicidio è un fenomeno complesso e multifattoriale, che implica diverse dimensioni biologica, psicologica, sociale, ambientale e culturale. Il suicidio è un evento sentinella e richiede un’attenta analisi. Tanto più nelle REMS, ove non vi è sovraffollamento, la gestione è sanitaria, la presenza di personale è assicurata di norma secondo gli standard. Non è questa la sede per entrare nel merito dei singoli suicidi che si sono verificati nelle REMS per i quali sono necessarie analisi e l’utilizzo di accurati strumenti di governo clinico, quali gli audit, l’analisi dei rischi, ascolto e sostegno di operatori ed altri ospiti. 

In questo intervento verranno analizzati alcuni aspetti più generali. Uno è relativo al rischio di suicidio delle persone con disturbi mentali e l’altro sulle condizioni della cura e di contesto.

Il rischio di suicidio delle persone con disturbi mentali

Secondo l’OMS il tasso globale di mortalità per suicidio è stimato in circa 9 per 100.000 abitanti/anno, con variazioni significative tra paesi, fasce d’età e generi. In Italia è di 6,5 per 100.000 ab. /anno.

Il Report 2017 di ISTAT ha analizzato i casi di suicidio avvenuti nel triennio 2011-2013. Per ciascun certificato di morte è stata individuata la presenza di una malattia importante (fisica o mentale). Nel 2011-13 sui 12.877 suicidi (2.812 donne e 10.065 uomini) la morbosità associata è risultata del 18,6% (2.401 decessi) ed è stata  più alta al crescere dell’età e nelle donne (la proporzione di suicidi con morbosità associata è del 27% nelle donne e del 16% negli uomini). In 737 suicidi (5,7%) è stata certificata la presenza di malattie fisiche rilevanti. Tra questi, 288 presentavano anche una malattia mentale certificata (principalmente depressione). In 1.664 casi, pari al 13,8%, vi erano solo disturbi/malattie mentali.

Nonostante i disturbi mentali siano presenti nel 15% dei suicidi, il rischio di suicidio nelle persone con disturbi mentali è più elevato rispetto alla popolazione generale e, in base alla letteratura internazionale, la mortalità per suicidio è di oltre 10 volte più alta. 

Un dato confermato anche nel territorio dell’Ausl di Parma, ove i suicidi sono monitorati dal 2012 al 2024. Nel periodo considerato, in totale si sono registrati 452 suicidi di cui 52 di persone seguite dal Dipartimento di Salute Mentale che rappresentano 11,5% del totale. Il tasso di suicidio/anno delle persone in cura per disturbi mentali rapportato al numero totale dei soggetti in cura presso il DSM, rapportato a 100.000, è di 66,6 (per 100 mila/anno) rispetto a 6,8 della popolazione generale di Parma. Un rischio di suicidio circa 10 volte superiore in linea con i dati internazionali. Quindi per le persone con disturbi mentali, in relazione alla patologia e all’essere in cura presso i DSM, esiste un rischio aumentato di suicidio.

Influenza di altri fattori 

Privazione della libertà

In Italia, nel 2025 il tasso di suicidio in carcere è stato di 129 per 100mila. Quindi in ambito detentivo il tasso di suicidio è circa 20 volte maggiore rispetto a quello della popolazione generale in Italia che secondo ISTAT è di 6,5 per centomila abitanti. 

Andando più nei dettagli, la ricerca del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà nel 2022 degli 85 suicidi verificati in carcere, 11 (13%) sono stati compiuti da persone con disturbi mentali (o con un anamnesi positiva). Pertanto anche in ambito detentivo, i disturbi mentali spiegano solo una parte limitata del fenomeno. Altri fattori rilevanti nelle persone suicidatesi in carcere sono di tipo sociale: disoccupazione, l’essere senza fissa dimora. Sembrano incidere anche il sovraffollamento e la prima fase della detenzione, l’isolamento e la mancanza di contatti con l’esterno (visite da parte di familiari o amici).

Il tasso di suicidio in carcere (129 per 100 mila ab. /anno) è pressoché doppio rispetto a quello dei pazienti in cura al DSM di Parma (66).  Un calcolo che deve tenere conto di molti fattori, comprese le differenze della casistica psichiatrica che è tendenzialmente più grave nei DSM.

Restando nell’ambito delle persone con disturbi mentali private dalla libertà, dalla serie storica pubblicata da Ristretti Orizzonti emerge che nel periodo 2002-2016 negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari vi sono stati 29 suicidi. Dal 2015 al 2025 sono stati registrati 4 suicidi in REMS. Si tratta di bassi numeri e quindi di difficile elaborazione statistica. Tuttavia un calcolo approssimativo, considerando una media di 1.100 degenti in OPG e 550 in REMS, nei periodi considerati si ha un tasso di suicidi in OPG di 188 suicidi/100 mila ab. /anno contro i 73 nelle REMS.

Inoltre va tenuto presente che nel periodo 2002 -2015 in OPG vi sono stati anche 7 decessi “con cause da accertare” e 2 omicidi mentre nessuno di questi si è verificato nelle REMS.

Questi dati sembrano indicare che rispetto ai luoghi in cui le persone sono private della libertà, i tassi di suicidio sono 188 per 100mila/anno in OPG, 129 nelle carceri e 73 in REMS. In quest’ultime il tasso di suicidi è solo leggermente superiore a quello delle persone in cura presso un DSM. Va anche rilevato come negli OPG il tasso fosse superiore a quello negli Istituti di Pena.

Dati che vanno approfonditi ma che sembrano indicare come la via di chiusura degli OPG, sotto questo profilo, stia dando risultati positivi.

Questo non significa che tutti i problemi sono stati risolti ma pare indicare che occorre preservare le caratteristiche di fondo delle REMS: gestione sanitaria, numero chiuso, radicamento territoriale e collegamento con i DSM, collaborazione interistituzionale (con avvocatura, servizi sociali, garanti e volontariato), progettualità e apertura a prospettive evolutive mediante i PTRI e l’inserimento nelle comunità, lavoro con le famiglie e contesti, orientamento verso la giustizia riparativa, risposta alla pluralità dei bisogni relazionali, affettivi, di base come reddito, formazione-lavoro e alloggio, responsabilizzazione e valorizzazione della persona e delle sue preferenze, anche mediante strumenti capacitanti come il Budget di Salute, co-costruire sicurezza nella reciprocità, fiducia e speranza.

Una linea fondata sui fattori positivi, protettivi voli al Progetto di Vita piuttosto che sui fattori di rischio e la patologia, pure da tenere presenti ed affrontare senza porli al centro degli interventi. In questo modo la pericolosità e la violenza auto ed eterodiretta possono trovare ambiti di contenimento, comprensione ed elaborazione in contesti dotati di senso. Un approccio positivo è indicato anche nelle recenti (2025) linee guida del Servizio Sanitario Inglese.

Perdita di speranza 

Nonostante i miglioramenti avvenuti nelle REMS rispetto agli OPG, la misura di sicurezza detentiva si connota sempre per una forte riduzione della libertà e viene da sospettare che questo possa configurare anche nelle migliori condizioni, una situazione non chiara e una significativa perdita di speranza.

In termini generali si tratta di riflettere sulle misure di sicurezza detentive in particolare quelle provvisorie che sfiorano il 40% degli ospiti delle REMS e che si connotano spesso come misure cautelari senza per altro avere le stesse garanzie. Un elemento che sembra essenziale è la progettualità evolutiva, l’essere posti condizioni di dare e avere senso, regolare i propri bisogni e vissuti.

La coercizione alle cure 

Una recente pubblicazione apparsa su Lancet di studio di coorte di 72.275 persone che sono state ricoverate in psichiatria contro la loro volontà in Svezia tra il 2010 e il 2020 per un totale di 134.514 episodi di cura ospedaliera (età media = 44,8 anni, 37.462 [51,8%] maschi). Di questi, 2.104 (2,9%) sono deceduti per suicidio durante un follow-up mediano di 4,4 anni (IQR: 1,8–7,5). I deceduti per suicidio erano più giovani, più spesso maschi, single, con diagnosi di disturbi di personalità e d’uso di sostanze, e avevano una storia di autolesionismo e ricoveri coatti, rispetto a coloro che non sono deceduti per suicidio.

“Il rischio assoluto (tasso di incidenza grezzo (IR) per 100.000 persone-anno) per tutti i pazienti ricoverati in modo coatto era più alto subito dopo la dimissione (IR1mese = 2941 [2538, 3408]) e diminuiva successivamente (IR5anni = 738 [705, 773]).“

Il rischio più alto si registra nel primo mese dopo la dimissioni, ma rimane elevato per diversi anni rispetto alla popolazione generale (in Svezia 13 per 100.000 persone-anno).

Sebbene sia statisticamente atteso che i pazienti sottoposti a cura coatta siano i più gravemente malati, il dato sembra indicare che la coercizione, di per sé, può funzionare come un fattore di rischio. Lo studio evidenzia, infatti, che il trattamento involontario è un “marker di rischio per il suicidio”. “Il rischio di suicidio nei pazienti sottoposti a trattamento involontario/coercitivo è più elevato rispetto ai ricoverati psichiatrici (rapporto di incidenza grezzo (IRR) a 5 anni = 1,57 [1,48, 1,65]), ai pazienti ambulatoriali psichiatrici (IRR a 5 anni = 3,77 [3,58, 3,97]) e alla popolazione generale (IRR a 5 anni = 55,52 [52,65, 58,54])”.

In altre parole nei pazienti sottoposti a trattamenti involontari il rischio di suicidio aumenta da 0,5 a quasi 4 volte rispetto ai pazienti con disturbi mentali seguiti in regime di ricovero – ambulatoriale (un range che indica anche un possibile ruolo del ricovero magari necessario in relazione alla maggiore gravità) fino ad un aumento di quasi 56 volte superiore rispetto alla popolazione generale.

Stigma e pregiudizio

Diversi studi hanno evidenziato come i disturbi mentali severi ad esempio la schizofrenia abbiano un significativo impatto negativo nella vita sociale degli individui che ne sono affetti, e come lo stigma sia frequente nella loro vita e nei loro vissuti (autostigma). Questo influenza l’area del funzionamento sociale, il benessere psicologico e lo svolgimento delle attività quotidiane. Una situazione che può essere aggravata dall’essere sottoposti a misure giudiziarie e interventi coercitivi riproponendo i pregiudizi della pericolosità a sé e agli altri, l’inaffidabilità, irresponsabilità, improduttività della persona con disturbi mentali.

Si tratta di un’esperienza molto negativa ha una componente di vissuto talora conseguente ad esperienze negative come essere vittime di insulti ed etichettature (Commey) o rifiuto, svalutazione od oppressione (Rezayat) che si estende anche alle famiglie creando solitudine e abbandono. Quanto questo influisca sulla perdita di speranza e il suicidio non è stato quantificato. Il fenomeno degli “ergastoli bianchi” in OPG testimoniava una condizione di abbandono, di disinvestimento anche da parte dei servizi di salute mentale. Viene da chiedersi se questo non possa comunque riproporsi con la persistenza sine die della libertà vigilata, i molteplici ricoveri anche coatti, le ripetute proroghe delle misure di sicurezza detentive, l’assenza di progetti (PTRI anche in REMS), condizioni giuridiche non chiare, assenza di documenti, residenza, casa, lavoro, relazioni significative, le povertà vitali. La carenza di risorse dei servizi del welfare e della giustizia può aggravare la situazione. 

Riflessione

Se come dimostrano altre meta-analisi (Lu e coll.) il rischio di suicidio nelle persone con schizofrenia è più elevato rispetto alla popolazione generale, i dati riportati dallo studio svedese portano a riflettere su come disturbo mentale, limitazione della libertà e coercizione alle cure e i relativi vissuti di stigma, possano avere un effetto non solo sommatorio ma di implementazione del rischio. Infatti il tasso di suicidio per 100mila abitanti/anno che nella popolazione generale è di 6,5 in Italia, 13 in Svezia passa a 66 per i pazienti in cura nei DSM, a 73 nelle REMS, a 129 per i ristretti negli Istituti di Pena italiani, a 188 per gli internati in OPG e addirittura 738 nei pazienti che hanno avuto trattamenti coercitivi in Svezia, nella quale, per altro i tassi di suicidio per tutte le tipologie di popolazione sono all’incirca doppie rispetto all’Italia.

Nonostante questa precisazione, lo studio svedese pare evidenziare il ruolo della coercizione. Certamente vi sono molte altri fattori da esaminare età, genere, patologie, condizioni ambientali (clima, isolamento, sovraffollamento), sociali (povertà assoluta, senza fissa dimora, disoccupazione) e culturali.  

In sintesi si può dire che oltre il disturbo mentale, la privazione della libertà, la coercizione alle cure (ed eventuali esperienze di contenzione meccanica) sembrano avere un effetto molto rilevante. Ne dovrebbe derivare una particolare cautela prima di privare le persone della libertà e di attuare Trattamenti sanitari obbligatori, giustamente ritenuti “residuali”. A questo proposito considerare la misura di sicurezza detentiva come “ancipite” (Corte Costituzionale sentenza n.22/2022) cioè contenente in sé privazione della libertà e coercizione alle cure, rappresenta uno strumento forte ma potenzialmente pericoloso per la persona. Provvedimenti coercitivi pur motivati dalla legge e con le migliori intenzioni devono tenere conto dei rischi intrinseci nella perdita della libertà, autostima, in vissuti di umiliazione, indegnità, vergogna e colpa. 

La cura deve basarsi sul consenso, la volontarietà e la responsabilità in una condizione di libertà o per lo meno in una prospettiva di libertà intesa non solo come possibilità di movimento ma anche di comunicazione, espressione e relazione. E’ impossibile costruire un’alleanza terapeutica genuina con la forza e in una relazione fortemente asimmetrica. La fiducia e la collaborazione tra curante e paziente sono elementi imprescindibili per il successo a lungo termine di qualsiasi percorso terapeutico; quando queste vengono meno per l’imposizione di un trattamento, la cura stessa può risultare controproducente. Quindi anche il TSO deve essere assolutamente residuale e grande preoccupazione suscita il protocollo aggiuntivo all’Accordo di Oviedo che tende ad aumentare i trattamenti sanitari involontari. I punti di riferimento, per le cure anche delle persone autrici di reato, devono essere la l. 833/1978, la l.18/2009 e 219/2017. 

Questo è tanto più rilevante quando si cerca di dare risposte a persone che soffrono per disturbi mentali ed hanno vissuti di colpa, rivendicazione e di ingiustizie e spesso sono fortemente stigmatizzati. Il tema dei diritti, delle tutele e del superamento dei pregiudizi è la via per alimentare umanità e speranza. 

Conclusioni

Il suicidio nelle REMS suscita interrogativi in quanto non vi sono condizioni ambientali di sovraffollamento e vi è personale qualificato. I dati evidenziano che il suicidio è più frequente (circa 10 volte) nelle persone con disturbi mentali. E’ aumentato nelle condizioni di privazione della libertà in carcere (e lo era ancor più in OPG) mentre nelle REMS sembra solo di poco superiore a quello dei pazienti psichiatrici in cura nei DSM. In particolare sembrano rilevanti condizioni sfavorevoli di tipo sociale (povertà, disoccupazione, senza fissa dimora) e situazionale (sovraffollamento, fase iniziale della detenzione). Uno studio svedese recente sembra indicare che i rischi sono aumentati in modo significativo da interventi sanitari coercitivi e privativi della libertà. Ulteriori ricerche, anche in altri Paesi e contesti diversi, sono fondamentali per comprendere l’entità e le modalità di questo fattore di rischio.

In ogni caso, lo sforzo dei diversi attori istituzionali deve essere quello di cogliere il nodo centrale della questione, cioè la faticosa necessità di costruire alleanze con persone sofferenti, a volte incoerenti e inconsapevoli, talora sole e abbandonate, prive di risorse. Un quadro carico di intrinseche contraddizioni che comunque può essere affrontato dando centralità alla persona e al suo progetto di Vita, ai fattori protettivi, relazionali per creare speranza e fiducia (come indicato dalle LG del NHS) piuttosto che limitarsi ad individuare un luogo ove custodire le persone ponendo al vertice non scientifici tentativi predittivi e azioni per limitare pericoli e rischi magari mediante isolamento e pratiche umilianti. La sicurezza è un prodotto relazionale, reciprocamente costruito, attenuando i rischi tramite le relazioni, le connessioni e le opportunità di protagonismo, democrazia e libertà.

Il tema del pericolo per la salute e la stessa vita, intrinseco in ogni misura di privazione della libertà, assume ancora maggiore rilevanza nel caso di persone con disturbi mentali e/o uso di sostanze. Da qui le residualità della misura di sicurezza detentiva e della detenzione. E quando queste si rendono assolutamente necessarie diviene un centrale come e dove vengono esercitate. Serve quindi una riflessione su quanto impatta esporre le persone a condizioni di sovraffollamento, degrado ambientale, contesti umilianti che possono fare male a tutti, operatori compresi.

Jacob (2018) osserva: “Le strategie globali tendono a medicalizzare il disagio sociale, trascurando le radici economiche e culturali del comportamento suicidario” e di quello antisociale. Aggressività, violenza e suicidio sono spesso trattati come problemi psichiatrici individuali, ignorando le cause strutturali come povertà, disoccupazione, disperazione che portano alla detenzione sociale e agli agiti anticonservativi.

Il fatto che i suicidi si verifichino anche nelle REMS, oltre al rischio intrinseco della patologia psichiatrica, pur non essendovi sovraffollamento e degrado, richiama l’attenzione su privazione della libertà e coercizione. Le REMS devono essere permeabili e aperte al territorio e poter effettuare tutti gli interventi biopsicosociali e ambientali della salute mentale di comunità, per l’emancipazione, la capacitazione delle persone e l’affermazione di diritti. L’attivazione di tutte istituzioni è fondamentale per la prevenzione del suicidio e per creare le condizioni affinché la vita, unica e irripetibile, sia degna di essere vissuta.

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