Vaso di Pandora

Presentazione del volume “Visione, Speranza, Promessa. Per pensare il futuro.” Giuliano Landolfi Ed., 2026 

Visione, Speranza, Promessa è il titolo dell’ultimo libro di Beatrice Balsamo, filosofa e psicoanalista. Un testo saggio di 96 pagine, denso e profondo, che richiede pause di meditazione, quasi ad ogni frase, concetto e persino parola analizzata sotto il profilo etimologico, spesso a partire dal greco. Un esercizio mai fine a se stesso ma orientato ad andare in profondità, a cogliere implicazioni e proiettato in diverse direzioni. Tale è la saggezza polisemica da richiedere più letture per cogliere le sfumature e i nessi tra i concetti.

Un libro da meditare e rileggere

Per chi come me legge camminando e cammina leggendo, in riva al fiume la lettura del libro è stata un’occasione per meditare e raggiungere altre dimensioni, dentro una natura, di cui ci si sente parte e si è al tempo stesso un tutt’uno con essa.

Un libro prezioso, colto, da leggere e rileggere.

Nel sottotitolo, è scritto “per pensare il futuro”. Beatrice Balsamo lo fa con pensieri lunghi, fecondi e seminali diversi da quelli brevi e veloci, del “tutto subito” spesso così fugaci da lasciare solo mere impressioni. 

Pensare il futuro oltre la finitudine

La sfida è pensare l’impensabile, andando oltre i termini dell’unica certezza umana, la morte propria in un mondo vitale e in un universo che rappresenta qualcosa di ancora in larga parte misterioso.

Una ricerca di senso e di futuro che richiede una forza interiore per superare la finitudine e ciò può avvenire in tanti diversi modi: con la fede, l’immortalità dell’anima, la possibilità di diventare parte di una memoria civile, di dimensioni divine o altro ancora. Secondo Umberto Galimberti, per l’uomo occidentale immerso nella cultura giudaico cristiana comune a tutti, credenti, atei e marxisti compresi, il futuro è speranza che sia salvezza, rivoluzione o guarigione. Cioè è positivo ma è dominato sempre più dal primato della tecnica e questo cambia gli uomini, le società, la prevedibilità si fa sempre meno possibile. A differenza dei greci antichi che vivevano inscritti nel ciclo della natura, e quindi in una dimensione sempre mortale e prevedibile. 

Nel libro colpisce la ricchezza delle parole, tramite le quali l’Autrice costruisce una trama e un ordito fatto di virtù, possibilità migliorative e di gentilezza, generosità, grazia, gioia, ringraziamento, visione, brillio, amore, coraggio, valore e la preghiera e promessa. Tutti termini su cui riflettere e mediante i quali, nel loro intreccio, ci possiamo rammemorare, riparare e ricucire nel rispetto dell’umano, in un’epoca post-umana, ma anche dis-umana e di de-umanizzazione. Così il fiume diviene grande, lo sguardo volge all’orizzonte: la fiducia, la sicurezza e la responsabilità umanità operante divengono parte di un sociale nel quale “è sempre più problematico il rapporto con se stessi e con gli altri: è venuta meno la capacità di trovare orientamento nel mondo.” 

Psicologia evolutiva e crisi dell’identità

Le chiavi di lettura possono essere diverse: psicologica e pedagogica, sociale, clinica, filosofica, etica, spirituale. Sulla base delle mie conoscenze, mi limito a citarne tre.

La prima possibile chiave di lettura è quella della psicologia evolutiva che si collega alla visione, proposta oggi dalle neuroscienze di una mente incarnata, relazionale, situazionale ed enattiva. Sottolinea l’importanza della vita prenatale, del riconoscimento, la sintonizzazione, lo specchio, la base sicura, l’attaccamento, la regolazione e autoregolazione (per superare il tutto subito, la scarica immediata del godimento) gli spazi e oggetti transizionali fino a raggiungere la saggezza tramite il “conosci te stesso”, il tuo limite, “nulla di troppo”, la giusta misura.

Tutto questo si sviluppa nelle relazioni ed oltre il pensiero, “il cogito ergo sum” oggi vi è un bisogno di essere visti, ascoltati, pensati e sognati per esistere (“cogitor ergo sum”) e non essere alieni. Una crescita che avviene in famiglie, comunità, scuole spesso in crisi. Tra le tanti componenti viene segnalata la vaporizzazione dell’ordine del Padre, della funzione paterna, come esito di diversi percorsi, assenze, ma anche di disconoscimenti dei ruoli genitoriali, di reciproche svalutazioni e vanificazioni. Relazioni inadeguate, traumatiche, talora tossiche che portano alla morte, ai femminicidi, ad abbandonare tutto ciò che non si riesce a conformare perché diverso e fragile. La mancanza di capacità di incontrare e accogliere l’Altro come parte di sé crea vuoti interiori disfunzionali.

Nell’ultimo secolo abbiamo avuto il passaggio dall’uomo della colpa, a quello dominato dall’angoscia per arrivare all’uomo narcisista connota le identità ed oggi nel pieno della rivoluzione tecnologica sembra in atto un’espansione del narcisismo maligno, di morte. Un narcisismo privo di empatia che ammette solo rapporti fusionali e distrugge l’alterità. Quella che in ambito psichiatrico è definita la psicopatia sembra declinare verso un funzionamento declinato e identità negative, ma forti. Per questo mi sembra importante fare un cenno alla lettura sociale.

La cultura MAGA e la crisi dell’umanesimo

Lettura sociale.

Avendo lavorato molti anni per costruire una società accogliente, solidale, un welfare di comunità, pubblico e universale mediante il quale promuovere la salute e le coesistenze delle diversità, ho ritrovato tutto questo nello spirito del libro e ciò mi pare prezioso in quanto può aiutarci a comprendere e contrastare la crescita di quella che viene denominata la cultura MAGA (Make America Great Again, in italiano “Rendiamo l’America di nuovo grande”). 

Infatti, il testo affonda le radici nella cultura greca, si sviluppa senza esplicitarlo, nell’ambito del quadro dell’umanesimo post-seconda guerra mondiale, del sistema di welfare pubblico universale e solidale, che ha visto l’incontro difficile ma fecondo tra tradizioni di pensiero diverse, cattolica, socialista, comunista, liberale, repubblicana. Una comunità d’intenti e coesistenze.

Una cultura che dopo la fase delle riforme degli anni 60-70 del secolo scorso, hanno visto varie trasformazioni sotto la spinta del neoliberismo e la crisi del socialismo reale. E sono proprio le evoluzioni di questi due fenomeni ad essere rilevanti. Il neoliberismo è stato temperato e fatto proprio anche da laburisti, ed altre forze socialdemocratiche, e questo è stato possibile finché si è trattato di un innesto di elementi di privati e concorrenziali in un sistema pubblico.

Tuttavia quando questo, con le crisi del 2008 e poi del Covid, è diventato impossibile, nel timore di un ritorno a sistemi di welfare pubblici solidali, il capitalismo ha intrapreso la strada del neoliberismo autoritario e autocratico, illiberale, neocorporativo fino alla cultura MAGA. Viene da chiedersi: Era l’unica via? Si poteva fare diversamente? Ma vediamo la cultura MAGA che si caratterizza per nativismo, suprematismo, attacco alla divisione dei poteri, protezionismo interno e liberismo assoluto all’esterno, politica estera da disinteresse ad azioni aggressive, antiscientismo e oscurantismo, svalutazione o fuoriuscita dagli organismi internazionali (ONU, OMS ed. al.) nati dopo la seconda guerra mondiale e l’olocausto che hanno funzioni di preservare la pace, regolare e mediare le controversie, considerare la salute come un bene comune relazionale, affrontare le diseguaglianze e la fame del mondo (denutrizione e malnutrizione interessa circa 1 miliardo di persone). 

Negazionismo ambientale e climatico: secondo Maga nessun cambiamento è in atto per cui non è necessaria alcuna transizione energetica, né controllo delle emissioni. Non esistono beni comuni e si va verso la privatizzazione di spazio, aria, acqua, risorse. Posizioni antiscientifiche ad esempio in medicina (anti vaccini), biologia (antidarwinismo) e persino oscurantismo: L’origine della specie di Darwin è vietato da tempo. Recentemente in Texas è stato proibito il Simposio di Platone per il mito dell’androgino. “Tra i testi vietati figurano il Diario di Anna Frank, V per Vendetta di Alan Moore, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Peter Pan di J. M. Barrie, Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, Lolita di Vladimir Nabokov e anche Uomini e topi di John Steinbeck.” (Fonte il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2026). 

Il riduzionismo sostituisce la complessità. La cultura Maga demolisce il principio di eguaglianza, la fraternità e l’empatia, il concetto di democrazia basata sulla separazione dei poteri, la reciproca solidarietà, il sistema di welfare pubblico e spinge verso una prospettiva di democratura o dittatura.

A livello psicosociale, sembra che la cultura Maga tenda a dare una risposta sbagliata alle paure, al vuoto, all’assenza del padre che ritorna sulla scienza pubblica come potere assoluto, primitivo e senza limiti, verso i nemici e chiede collaborazione di essere aiutato per rendere grande il Paese, a fare il male necessario al fine di un interesse superiore, a “fin di bene”. Incanala così tendenze diverse, narcisistiche, devianti, tutte investite di una dose di potere. E’ ripetitivo, semplice ma organico, applicabile in dosi crescenti. Sostituisce l’assenza con padre autoritario e persino brutale (Padre dell’orda direbbe Freud), rievoca valori tradizionali e insieme crea identità paranoiche, parla all’immaginario, promette “età dell’oro”, vite su Marte, impianti tecnologici nel cervello, umanoidi, intelligenze artificiali. Questi diversi livelli amplificati dalle nuove tecnologie, consente una pluralità di identificazioni e una semplificazione del funzionamento mentale in linea con le nuove tecnologie. 

Memoria storica, banalità del male e responsabilità

La storia ci ricorda come molti dei crimini commessi dal nazismo e dal fascismo trovarono la base in malcontento, in testi e convinzioni precedenti. Ad esempio le vite non degne di essere vissute furono teorizzate da Karl Binding (giurista) e Alfred Hoche (psichiatra) “La liberalizzazione della soppressione della vita senza valore”), uscito in Germania nel 1920. Il terzo Reich doveva essere millenario, poco importa se durò solo 12 anni.  Lo studio delle razze sviluppatosi dal 1700 ha prodotto un’enorme quantità di danni umani e sociali e causato morte e sofferenze indicibili culminando con le leggi razziali del 1938 (tra i firmatari Arturo Donaggio psichiatra, presidente della Società Italiana di Psichiatria) fino ai campi di concentramento.

La grande cultura filosofica, scientifica, letteraria, musicale tedesca non ha evitato guerre, distruzioni e l’olocausto. Grandi filosofi come Martin Heidegger hanno aderito al nazismo e favorito una mistificazione che ha mascherato le dinamiche storiche e sociali del potere, dell’oppressione e dello sterminio. Ma a colpire è la banalità del male di Hanna Arendt confermata anche dai tanti resoconti su medici e carcerieri. E’ quel male che si inserisce nella normalità, penetra in profondità, nell’indifferenza, tanto da non essere più visto e percepito. E’ il male che non consente più il riconoscimento umano, l’empatia.  

Anche in questi giorni il Mediterraneo ridotto a un cimitero di migranti, oltre “mille i morti, mille vite, mille volti, mille sorrisi, mille speranze, mille paure. Sono quelle naufragate nel Mediterraneo sotto i colpi del ciclone Harry. Presto dimenticate. Ma ora il mare ci restituisce quei volti non più volti, quelle speranze spezzate, quelle paure vissute stretti in un guscio di metallo, le “bare di latta”. Per ora ce ne ha restituite 15, delicatamente, quasi con rispetto, lungo le coste calabresi e siciliane.

Corpi di uomini, donne, bambini. Senza un nome.” E’ il mare a darci un segnale. Se come scrive Beatrice Balsamo “il deserto cresce” diventa fondamentale fermare la deriva del razzismo e del suprematismo autoritario e autocratico. L’obiettivo di una società accogliente, solidale, più giusta, più umana e di un’armonia con il l’ambiente, la casa di tutti diventa necessario e non più rinviabile. Ce ne ha segnalato l’importanza con le sue encicliche Papa Francesco.

La cultura della cura e la saggezza gentile

Beatrice Balsamo nei suoi scritti ha parlato della cura, come affrontare crisi, aggressività, violenza, la questione del male, dello smarrimento e dell’impotenza mediante l’ascolto, la capacità di comprendere, capire, cogliere le ingiustizie, la disperazione, la perdita di senso, il bisogno di futuro e di sicurezza. Credo vi sia bisogno di esempi, di modalità identificatorie e responsabilità. Queste sono individuali ed è necessario educarci al rispetto reciproco ma le responsabilità sono anche collettive (globali, relazionale, reciproche, orientata al futuro). Vi è una responsabilità nel fare ma anche nell’omettere. Vi sono beni comuni rispetto ai quali autori e vittime dei comportamenti, delle violazioni e dei reati (ad esempio quelli ambientali) sono indistinguibili.

Spesso si è al tempo stesso autori e vittime. In questa città, oltre 60 anni fa Mario Tommasini era assessore alla Sanità e alla Sicurezza sociale. Sicurezza sociale, non solo per quanto necessario ordine pubblico, quindi servizi per la casa, il lavoro, l’inclusione scolastica e quindi per tutti ma proprio tutti, malati mentali, disabili, donne sole, orfani, detenuti. Nessuno doveva essere escluso, recluso o abbandonato. Umane e sociali lo sono sempre anche le malattie che si affrontano insieme come insieme si costruisce sicurezza. Un insegnamento che è ancora molto attuale di fronte al distacco che sfiora l’indifferenza nei confronti delle sofferenze umane, alla guerra ma anche alla distruzione del pianeta per il quale il grande giurista Luigi Ferrajoli propone una Costituzione della Terra, dei beni comuni. Galimberti indica l’etica del limite, della responsabilità, dell’immanenza.

L’Autrice porta all’attenzione l’empatia, i dettagli come la carezza (pag. 52) e la saggezza gentile. Un termine a me molto caro che richiama quella psichiatria gentile di Eugenio Borgna, grande psichiatra, maestro con il quale abbiamo collaborato per oltre 30 anni.  

Così di fronte al disorientamento e alla sofferenza delle persone, dei giovani talvolta incapaci conoscere il proprio mondo interiore, di gestire e tradurre in parola le proprie emozioni e pulsioni, che spesso generano agiti, talora violenza, le relazioni significative e la saggezza gentile possono educare le persone (mente e corpo) in un tempo dominato dalla rivoluzione tecnologica. Essere e so-stare nel mondo, prendersene cura come parte di un insieme inscindibile dove tutto è reciprocamente connesso e orientato insieme al futuro come destino comune. 

Non vi sono soli bisogni, certo essenziali, di base ma anche il desiderio (presenza presente) dell’Altro e la ricerca di un senso, di una trascendenza.  E’ questa dimensione spirituale, che Beatrice Balsamo tra le altre sollecita. Una dimensione che nella nostra cultura è andata perdendosi, e che recuperiamo attraverso l’oriente, lo yoga, la mindfullness. Riconfigura il tempo: Cronos, Kairos e Aion, il tempo profondo e della promessa. Così Beatrice Balsamo ci porta, tra le righe, ad cultura della cura trascendente, spirituale e meditativa: il rito, la preghiera, il raccoglimento, l’essere e stare insieme, il dialogo. Creare immaginari e sogni comuni. In questa nostra terra, lo è stato anche il socialismo, la speranza nella miseria, a volte assoluta, che il mondo sarebbe stato più giusto e in pace. Fede, speranza e carità come virtù comuni.

L’educazione delle menti alla saggezza gentile, nelle scuole, nelle famiglie, nella vita sociale multiculturale, può essere un grande antidoto alla cultura Maga per costruire un futuro inclusivo e di pace.

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