Il volume “Cosa significa essere umani” nasce dal dialogo tra il neuroscienziato Vittorio Gallese, scopritore dei neuroni specchio, e Ugo Morelli, psicologo cognitivo e saggista. Trattasi di una esplorazione avvincente sulla natura umana dal punto di vista corporeo, relazionale ed emotivo. L’indagine, che si snoda nella lettura, permette di fare luce sui fondamenti neurobiologici delle pratiche del “prendersi cura”, fornendo una base solida e scientifica imprescindibile per chi si occupa di Medicina Narrativa. Scopo di questa recensione è proprio quello di porre l’accento sugli aspetti narrativi emergenti del libro. In accordo con le parole degli stessi autori nella prefazione, uno dei punti cardine del testo è quello di mettere in dialogo la ricerca scientifica con le scienze umane. Questo intendimento aumenta la consapevolezza sui profondi cambiamenti che ci attendono come esseri umani e sugli strumenti che abbiamo per affrontarli.
Il primato della relazione e l’intersoggettività
Punto di partenza dell’opera è il “primato della relazione” e l’intersoggettività come base dell’individuazione. Siamo quello che siamo come esseri umani grazie all’altro, ovvero l’io si costituisce e si forma nella relazione. Gli autori esplorano il principio di Siegel secondo cui “ per fare una mente ce ne vogliono due”. Dall’altra parte la nostra mente possiede un corpo e la sua centralità nella nostra vita viene sottolineata all’insegna del superamento del dualismo mente-corpo.
Gallese spiega come la nostra capacità narrativa sia profondamente radicata nel corpo (la cosiddetta embodied simulation o simulazione incarnata), configurandosi come un vero e proprio dispositivo biologico anziché mero accessorio culturale “astratto”.
Narrazione, linguaggio e costruzione del sé
Altro primato della nostra specie è il linguaggio, una conquista relativamente recente di 5000 anni fa e che ci consente di essere sì un corpo ma anche di sapere di possedere un corpo. Questa consapevolezza ci distingue, sottolineano gli autori, dall’animale non umano ed è connessa con la capacità di narrarsi. “E’ come guardarsi dal di fuori..la narrazione è uno dei modi per crearsi..[..]..e per divenire se stessi definendo un rapporto stretto tra narrazione e individuazione”.
Il dialogo tra Vittorio Gallese e Ugo Morelli si configura come un’indagine radicale che sposta l’asse della definizione di “umano” dalla mente astratta al corpo in relazione. Per il professionista della salute, il testo offre una chiave di lettura potente: la cura non è un processo burocratico o meccanico, ma un evento biologico e narrativo che avviene nello spazio tra due corpi.
Empatia, simulazione incarnata e significato della cura
Il cuore scientifico del saggio poggia sulla scoperta dei neuroni specchio e sul concetto di simulazione incarnata. Gallese chiarisce che il movimento non è solo “spostamento nello spazio”, ma la nostra prima forma di conoscenza. Noi capiamo l’altro perché il nostro sistema motorio “risuona” con le sue azioni. Essere umani significa essere costantemente “proiettati” verso l’altro attraverso il corpo. Non esiste io senza un noi motorio e sensoriale. La narrazione è il “movimento” della mente che cerca di dare una direzione e un senso all’esperienza vissuta.
Il nostro corpo è strutturato per “risuonare” con l’altro e dunque la narrazione è l’estensione culturale di questa capacità biologica. Abbiamo bisogno di raccontare e raccontarci perché la nostra biologia è incompleta senza il rispecchiamento altrui. Essere umani significa vivere in una costante “trama” cui siamo in grado di attribuire significati. Questa capacità di proiettarci nelle storie degli altri è ciò che ci permette di esperire l’empatia: quando ascoltiamo il racconto di un paziente, il nostro sistema motorio e somatosensoriale si “sintonizza” su quello dell’altro.
In definitiva, Gallese e Morelli ci ricordano che la cura è un atto estetico e creativo. Gli autori infatti ci ricordano che il cervello umano non si limita a elaborare dati, ma è l’unico in grado di costruire mondi e di immaginare ciò che non è, riconoscendo il racconto inedito del corpo. Dietro ogni patologia c’è un corpo che racconta e che cerca di tornare in relazione.
La nostra identità emerge costantemente nello spazio tra noi e gli altri, mediata da un corpo che è, prima di tutto, un dispositivo di simulazione e incontro.
Leggere Gallese e Morelli significa comprendere che la parola, il linguaggio, come esseri umani ed in medicina, ha un peso biologico pari al farmaco. La capacità narrativa dell’essere umano è ciò che trasforma il dolore in esperienza e l’isolamento della malattia in condivisione. Per il medico e il professionista della salute, questo libro è un invito a riscoprire l’ascolto del racconto del paziente non come atto di cortesia, ma come necessità clinica fondata sulla nostra stessa biologia.




Questo bel contributo parte da una riflessione sulle classiche ricerche della scuola di Rizzolatti e Gallese sui neuroni specchio, introducendo al più ampio problema del mettere d’accordo la ricerca scientifica con le scienze umane; e di fatto se due istanze vanno messe d’accordo, significa che questo accordo è problematico.
Problema di sempre: per limitarci a poco più di un secolo fa, ricorderei la distinzione, proposta da Dilthey e divenuta classica, fra scienze naturali e scienze umane.
Questa divaricazione non si è attenuata nel tempo, tutt’altro: da un lato le scienze naturali, procedendo sulla strada un giorno segnata da Francis Bacon e da Descartes che privilegia il verificabile, conseguivano progressi tecnologici spettacolari ma non esenti da rischi, dall’altro artisti e scrittori spostavano l’interesse dal mondo esterno alla realtà interiore: dal Flaubert di Madame Bovary si è giunti all’opera di Proust e di Joyce, con l’attenzione al flusso di coscienza: paradigmatico nell’ Ulysses il passare dalla descrizione di un lungo viaggio nella realtà fisica del Mediterraneo a quella del viaggio interiore dei protagonisti, Bloom e Molly.
I due ambiti di cui parliamo hanno incarnato modalità conoscitive diverse: nella ricerca scientifico-naturale ha imperato la precisione, la verificabilità, la causalità lineare: nelle scienze umane la verifica ha mantenuto carattere non più che probabilistico, e la conoscenza ha riconosciuto sempre di più il suo debito anche affettivo con l’immedesimarsi con l’altro: la preminenza del verstehen sull’erklaren.
Queste alternative epistemologiche hanno lasciato – e non potevano non lasciare – l’impronta anche nel pensiero psichiatrico, necessariamente posto a questo crocevia. Le scuole organicistiche, prevalenti in larga parte del secolo XIX, hanno cercato nel soma la chiave della conoscenza e dell’intervento; l’hanno cercata nella mente stessa quelle a ispirazione psicanalitica e-o fenomenologico- esistenziale. Ma una nuova forma di organicismo prova ora a rivitalizzarsi con le Neuroscienze.
Ciò, in rapporto alle complicate contraddizioni con cui ci si prospetta il concetto di mente: questa può esser considerata una semplice funzione fra le tante del soma ma, con pari legittimità, il vero nucleo centrale del Sè, quello che fa di ognuno di noi quel che è: paradosso lacerante e ineludibile.
In questo panorama, qualcosa è cambiato con l’affermarsi della fisica quantistica: con personaggi come Heisenberg, Niels Bohr, Pauli ( notevole la sua corrispondenza con Jung) essa ha abbandonato o almeno relativizzato i concetti di determinismo e di causalità lineare con precisa distinzione fra causa ed effetto: ha lasciato spazio a un’ottica probabilistica, ciò che riduce lo iato fra scienze naturali e scienze umane.
Questi sviluppi in qualche modo si intersecano col rinnovato interesse al problema della coscienza: cosa è, come la si può definire, se è esclusiva dell’essere umano o se ne può parlare anche negli animali, nelle piante,, nelle macchine attrezzate per la AI: o – perchè no? – nel mondo intero, in una sorta di neo-spiritualismo alla Spinoza incarnato oggi anche da ricercatori importanti come Faggin.
Questo proposto sviluppo mi lascia perplesso, ma non posso pretendere di esserne giudice.
Grazie a Tania per averci portato su temi di tale peso.
Grazie Pasquale per aver sottolineato questo annoso e lacerante divario, che ancora oggi pesa sulle nostre coscienze, appunto! Forse non possiamo applicare a tutte le coscienze gli stessi “parametri” che utilizziamo per quella umana. Ma come poter dimostrare di escluderla per altri esseri viventi? Potremmo forse lasciarci guidare, negli sviluppi di tematiche così complesse, dalla perplessità che brillantemente suggerisci e che contraddistingue un pensiero umano davvero integrato? Grazie a te