Un’ultima frase ricevuta telefonicamente mi ha spinto a scrivere nuovamente sulla figura del medico. In risposta ad una mia domanda telefonica in una asl del territorio, ho ricevuto le informazioni desiderate precedute dalla frase: “ lei che è medico dovrebbe sapere che…”. Frase gratuita, pronunciata stancamente da una infermiera infastidita.
Cosa significa oggi essere medico
Famigerati, famosi, luminari, “dottorini”, eroi, missionari. Medici. Cosa significa oggi essere medico? Argomento vasto nel quale potrei rischiare di perdermi. La figura del curante ha avuto alterne vicende nel corso del tempo. L’esordio è stato piuttosto rilevante, essendo la cura uno dei momenti centrali della vita ed assumendo nel lontano passato dimensioni onnicomprensive. Gli stregoni e le curatrici erano figure di rispetto ed intervenivano su vari fronti per lenire i dolori del corpo e dell’anima. Non poteva esservi distinzione tra l’una e l’altra dimensione. In seguito il dottore ha spostato sempre più la propria area di competenza sugli organi. Con l’era della chirurgia la sacralità dell’atto medico ha raggiunto vette elevate: era possibile curare dall’interno, togliendo il male dal di dentro. Un orizzonte di avanguardia che dava l’illusione, l’unica a possibile per l’epoca, di curare il paziente. Mettere le mani dentro il corpo ed estirpare la malattia, spesso pagando cara la vita. “ L’intervento è riuscito ma il paziente é morto”. Con l’avvento degli antibiotici poi, è stato possibile ridurre la mortalità dovuta alle numerose infezioni, con un considerevole aumento dell’aspettativa di vita. Nel mio immaginario il mio medico di famiglia (oggi denominato medico di medicina generale) era ammantato da un’aura di rispetto ed idealizzazione delle sue abilità professionali. Ho capito solo ora che quel manto di santità ed onniscienza era sostenuto da cause familiari. Mia madre mi ha infatti ricordato che la mia scelta dopo il diploma sarebbe stata la facoltà di psicologia, se non fosse per la frase della stessa che risuonava più o meno così:” ma allora fai una cosa più completa, scegli medicina!”. Ho fatto un giro largo attraverso la medicina generale per tornare alle origini e alla “semplicità” della relazione psicoterapeutica.
Il ruolo del medico nella relazione di cura
Molte volte questo essere medico mi ha dato da pensare, rispetto all’effetto che questo status oggi comporta. I capricci di mio figlio e la sua iperattività, per esempio, unitamente alla selettività alimentare, frustravano le insegnanti della scuola d’infanzia fino a chiedere a me come psicoterapeuta di fornire loro una risposta ai suoi comportamenti. Lasciandomi sola come mamma. Mi illudo che una conoscenza medica e psicoterapeutica mi abbiano aiutato a riconsiderare quel momento fisiologico di mio figlio. Ricordo che bastò rallentare la mia stessa iperattività lavorativa ed il carico che portavo per rasserenare anche mio figlio. Quel bambino attualmente è un muflone 15enne in linea con i comportamenti tipici dell’adolescenza. In epoca Covid, poi, sono stata considerata una missionaria eroica, militante della salute che combatteva una crociata senza armi. Ritengo che sia molto pericoloso parlare di vocazione anziché di professionalità in ambito medico. Questo passaggio rappresenta uno spostamento, un meccanismo di difesa che permette di considerare la cura appannaggio di pochi eletti, illuminati sulla via di Damasco. Ciò che viene dunque negato è la possibilità di essere educati alla relazione di cura, a tutti i livelli e colpevolmente fin dagli studi di Medicina. Come la Medicina Narrativa propugna, è possibile incrementare ed integrare la professionalità insegnando una pratica clinica comprensiva della relazione medico- paziente come centro nevralgico della terapia.
Perché scegliere oggi la professione di medico
Perché scegliere ancora oggi questa carriera?
Potrei partire dal fatto che lo rifarei, consapevole che il mio giro largo nelle discipline, comprese quelle non ancora evidence-based, mi abbia educato ad una visione ampia del rapporto di cura. Perché la medicina non è un camice che protegge e separa dal mondo, ma una lente per guardarlo più da vicino. In un’epoca che parcellizza il corpo e burocratizza la sofferenza, essere medico significa rivendicare il diritto alla sosta, all’ascolto, alla parola che accoglie. Non siamo eroi, né macchine infallibili; siamo professionisti della complessità umana. Infine, per rispondere all’infermiera, forse non so tutto quello che, secondo la vulgata comune, un medico “dovrebbe sapere”. Ma so per certo che la cura comincia esattamente nel punto in cui il protocollo si integra con lo spazio, immenso e condiviso, della relazione.



