Prologo
Nei giorni scorsi ho avuto un fortunato incontro con il pensiero e la storia di Rachel Bespaloff, raccontati alla radio (RAI radio3) da Cristina Guarnieri che, insieme ad Anna Sano, ne sta curando l’edizione completa dell’opera, per Castelvecchi. Nata nel 1895 in Bulgaria da colti genitori di origine ucraina, appartenenti alla comunità ebraica, riceve però la sua formazione a Ginevra, dove la famiglia si trasferisce in cerca di un ambiente più libero e tollerante.
Filosofa, ma anche diplomata in pianoforte e composizione, danzatrice, insegnante di letteratura francese, nel ’19 ottiene la cattedra di ”Musica ed euritmica” all’Opéra . Nella Parigi degli anni ’20 e ’30 del ‘900 si sente veramente “a casa”, ma a causa delle tragiche vicende storiche e delle persecuzioni razziali, nel ’41 deve lasciare definitivamente l’Europa, emigrando negli Stati Uniti, dove non le riesce di adattarsi alla vita culturale americana, tuttavia prosegue la sua attività filosofica e l’insegnamento della letteratura francese. Muore nel ’49 suicida.
Tema
Attraverso il saggio “Sull’Iliade”di Rachel Bespaloff propongo una lettura che mi ha affascinato, concentrandomi su un aspetto della sua ricerca che intendo rivisitare: il tentativo di trovare, come antidoto e consolazione contro la barbarie e l’avvicinarsi della guerra, l’epos di Omero e in generale la classicità.
Bespaloff sviluppa la sua idea principalmente sull’osservazione della forza come “la suprema realtà e insieme la suprema illusione dell’esistenza”. Particolarmente interessante la figura del vero principe tra i figli di Priamo, Ettore, che ha perduto tutto, salvo sé stesso: è principe tra gli uomini per la nobiltà dei sentimenti e l’umanità quando abbraccia con un ultimo sguardo i beni della vita, nudi ed esposti come bersagli a causa della guerra: l’amore per Andromaca, per i suoi cari, per la Città e per quelli che vengono definiti “beni comuni” cioè della Comunità di tutti gli uomini. Beni supremi che Ettore custodisce abbracciandoli col sentimento di tenerezza che si manifesta, forse paradossalmente, nel percepirli come perituri alla vigilia della catastrofe della guerra.
Sviluppo con domanda
Perché confrontare la delicatezza dei comuni legami della sensibilità umana con l’orgoglio spietato della violenza? Di nuovo Omero soccorre mostrandoci la regalità nella supplica attraverso la capacità del vecchio Priamo di prostrarsi per poter chiedere ad Achille ”Restituiscimi il corpo di Ettore”.
Qui ci conduce la Bespaloff, dove Omero trasforma l’uccisore, Achille, che ridiventa UN UOMO CARICO DI INFANZIA e dove gli avversari possono guardarsi senza più essere l’uno per l’altro un bersaglio.
Parafrasando Bespaloff possiamo vedere dalla prospettiva spiazzante del classico Omero, lontano e vicino alle scaturigini del pensiero cristiano, gli aspetti contraddittori dell’esistenza e dell’umano. Dunque mentre Priamo entra nella sua tenda, si spegne la furia di Achille tornando, il guerriero crudele, a partecipare dei sentimenti umani travolti dal furore: infatti “Soltanto nella crudeltà Achille sembra trovare il mezzo per rinnovare l’illusione di onnipotenza che costituisce la sua ragione di vita. La perfetta conformità della sua natura alla vocazione di distruttore, che lo rende “il meno libero degli esseri”, gli conferisce, in compenso, una libertà del corpo che di per sé costituisce uno spettacolo magnifico. Possiamo ammirare, senza degradarci, quest’anima nobile e fiera prigioniera di sé stessa in un corpo sovrano”. Questo può accadere in una pausa…”tregua sacra” dove l’ordine della contemplazione si sostituisce all’ordine della passione. La stessa pausa sacra a cui ha avuto accesso Ettore quando ha potuto riguardare il suo amore per i beni perituri, comuni a tutti gli uomini, rifugio dell’essere nella sua stessa vulnerabilità. Per questo, nei millenni, da quando è stato raccontato e ancor oggi, Ettore può rappresentare il CUSTODE DEI BENI PERITURI.
Nelle riflessioni di Bespaloff pare quasi di poter fotografare l’epos di Omero come celebrazione dell’energia umana nella sciagura: il canto del poeta su tutto quello che, pur vinto dal fato, continua a sfidarlo e a sconfiggerlo.
La risposta, per così dire omerica, alla nostra domanda si configura nel modo in cui Achille per riguardo all’onore di Priamo e per sgravarsi di una penosa responsabilità si dissimula dietro al FATO. Una pausa ci può ricordare che l’eroe è musicista, suonatore di una bellissima cetra: amicizia e musica salvano il distruttore pur provocando un’altra domanda : Merita Achille la salvezza?
Peraltro Achille già si salva nello sguardo e nel panorama di “Sull’Iliade”, mentre riceve Priamo nella sua tenda e si adopera per evitare il riaccendersi della furia che spesso e facilmente può dominarlo.
Conclusione
Curare è comprendere… questo, cioè il motto della fenomenologia, mi ha evocato la lettura del saggio “Sull’Iliade” di Rachel Bespaloff proprio per la sua ricerca di consolazione nella classicità greca, seppure insufficiente a sostenere la fatica della sua stessa esistenza.
Il breve e intenso saggio ci consente prospettive straordinarie, emotivamente condivisibili… un percorso fungibile attraverso vissuti, comportamenti, vita interiore e intersoggetività:
Per il vecchio re Priamo umiliarsi è gesto eroico e gli conserva la regalità tramite la sua stessa umanità, tanto antica e interiorizzata da poter trasformare il dolore più profondo in “culto dei morti” cioè ricominciando dalle scaturigini della cultura umana.
Accade ad Achille, in un luogo reso sacro dalla visita di Priamo (la sua stessa tenda), di poter agire l’eccentricità specificamente umana e cioè prendere distanza da sé stesso, vedersi, venire a patti con l’imprinting traumatico che abitualmente lo imprigiona nella crudeltà. Viene descritta la “premura” dell’eroe mentre fa attenzione a distogliersi dagli stimoli che potrebbero far ripartire la sua “furia” come potesse, da musicista, aver osservato i suoi ritmi e forse la magnificenza del corpo di Achille li fa apparire anche agli altri in una modalità preverbale.
Per Ettore essere sé stesso, principe, negli affetti e nella lotta è un dono immortale che lo elegge custode dei beni perituri dei mortali; a confermare “.. l’attrattiva per ciò che è perituro, il sortilegio delle sensazioni. La beatitudine del sentire che si intensifica prendendo coscienza di se stessa.”
Anche per Elena, cosi odiata e proprio per la sua bellezza, si manifesta la possibilità di uno sguardo dall’alto “in una di quelle pause contemplative nelle quali l’incantesimo del divenire è sospeso, e il mondo dell’azione sprofonda nella calma con tutto il suo furore… L’impotente Elena contempla gli uomini che si accingono a combattere per lei…”
Si tratta dunque di salvare i grandi eroi che sostanziano, nel teatro della nostra mente, il fascino del contemplare la grandezza dell’azione e delle potenzialità umane, la loro potenza e la loro energia.
Possiamo aggiungere all’essenzialità di questa prospettiva la necessità e l’impegno rivolti a coltivare il senso e l’equilibrio tra compassione e saggezza?



