Viviamo nell’epoca dell’accesso illimitato all’informazione, eppure non siamo più liberi nel pensiero. Al contrario, la disponibilità immediata di dati, opinioni e narrazioni sembra spesso rafforzare convinzioni preesistenti anziché favorire il confronto e la ricerca attraverso altri mezzi di informazione che non siano la rete.
Queste considerazioni mi hanno ricordato una delle riflessioni proposte da Gianfranco Cecchin e Tiziano Apolloni in Idee perfette. Hybris delle prigioni della mente. (ed. Franco Angeli, 2003).
La metafora della prigione della mente è efficace perché descrive una condizione che raramente percepiamo come tale. Nessuno si sente prigioniero delle proprie idee, al contrario, le considera il frutto della propria autonomia e della propria incondizionata capacità di giudizio. Eppure, proprio qui si annida il paradosso: ciò che crediamo essere espressione di libertà può trasformarsi in un limite invisibile. È l’idea perfetta, secondo gli autori una struttura mentale rigida in cui una persona finisce per abitare e da cui viene, allo stesso tempo, “abitata” quando naufraga nella sofferenza psicologica. È una cornice concettuale totalizzante, così coerente e chiusa da diventare una prigione della mente.
Assunto fondamentale del dialogo tra i due autori è la convinzione che, se la psicopatologia viene considerata una componente viva e integrante dell’esistenza umana, strettamente legata alla storia del pensiero, allora proprio la storia del pensiero umano diventa una fonte ricca e feconda per l’attività clinica. Per questo motivo, alle esperienze e alle conoscenze della psicologia si affiancano quelle della biologia e della filosofia.
In un’opera di poco precedente, Verità e pregiudizi,(1997) Cecchin aveva parlato dei pregiudizi del terapeuta come strumento di conoscenza e base dell’irriverenza terapeutica. Essi non sono stereotipi sociali, convinzioni infondate o errori da eliminare ma inevitabili cornici di senso attraverso cui ogni terapeuta guarda il mondo. Sono ciò che precede l’osservazione, il nostro “Lo so!”, come lui stesso li definisce, e costituiscono l’insieme delle idee, teorie, esperienze e aspettative che orientano il modo in cui interpretiamo ciò che accade.
Anche se i due costrutti non sono perfettamente sovrapponibili è evidente l’analogia tra i pregiudizi del terapeuta secondo Cecchin, e il concetto psicoanalitico del controtransfert.
Hybris e bias di conferma: come nascono le prigioni della mente
La mente umana tende naturalmente a cercare conferme alle proprie premesse e a ignorare ciò che mette in crisi le proprie convinzioni.
È il bias di conferma, un meccanismo psichico potente e pervasivo.
A rendere ancora più insidiosa questa dinamica è l’hýbris.
L’hybris, dal greco antico ὕβρις, è un concetto che indica tracotanza, superbia ed arroganza. Per gli antichi greci l’hybris si manifesta quando un individuo, accecato dal proprio ego o dal successo, pecca di presunzione, credendosi pari agli Dei, sfidando le leggi naturali o violando i limiti imposti dal buon senso e dal rispetto.
Nelle tragedie classiche l’hýbris precede quasi sempre la caduta: l’uomo che si ritiene immune dall’errore finisce per diventare vittima della propria cecità.
Secondo la morale greca, l’hybris è considerata la radice di ogni male. Essa scatenava inevitabilmente la Némesis, ovvero la giusta e crudele punizione degli Dei volta a ripristinare l’equilibrio e a ricordare all’uomo la sua natura mortale. (2014)
In contesti contemporanei, il termine viene utilizzato per definire l’eccessiva presunzione e la totale mancanza di autoconsapevolezza, unita spesso alla prevaricazione nei confronti degli altri.
Oggi l’hýbris assume forme diverse ma non meno pericolose. Si manifesta nell’arroganza di chi considera il dialogo una perdita di tempo, nella sicurezza ostentata di chi possiede risposte per ogni problema, nella convinzione che il dissenso sia necessariamente indice di ignoranza o malafede. I social network amplificano questa tendenza, premiando spesso la certezza categorica più della riflessione critica.
L’hybris nella psicoterapia: il rischio delle idee perfette
Cecchin, ha utilizzato il concetto di hýbris nell’ambito della psicoterapia per indicare una trappola epistemologica: il momento in cui terapeuti, pazienti o sistemi relazionali cadono nell’illusione di possedere la verità definitiva su qualcosa. È la presunzione di sapere, la sicurezza assoluta che chiude la curiosità e irrigidisce il pensiero. Il contributo più significativo, a mio parere, della prospettiva di Cecchin risiede forse proprio nell’invito a coltivare il dubbio. Non un dubbio paralizzante, ma un atteggiamento intellettuale aperto, capace di riconoscere i limiti del proprio sguardo. In una società che esalta la rapidità delle opinioni e la competizione delle idee, l’umiltà cognitiva appare quasi una forma di resistenza culturale
La libertà di pensiero non dovrebbe coincidere con la difesa ostinata delle proprie convinzioni, essa nasce dalla capacità di rivederle, correggerle e, quando necessario, abbandonarle.
I pregiudizi e l’hýbris rappresentano le prigioni invisibili che limitano questo processo nel lavoro di noi terapeuti ma, allargando lo sguardo, anche nelle relazioni tra le persone e i sistemi
Per questo la vera emancipazione non consiste nell’accumulare certezze, ma nel conservare la disponibilità ad interrogarle. L’arroganza intellettuale di chi entra in una stanza di terapia convinto di possedere la mappa lineare del disagio altrui, è il vero nemico da riconoscere ed evitare.
Queste considerazioni e la consapevolezza che ne deriva sono una formidabile risorsa nella psicoterapia ma sono preziose anche nel lavoro istituzionale in Comunità. Qui il rischio che corriamo se non siamo accorti è la coazione a diagnosticare aderendo poi in modo rigido e acritico alle categorie nosografiche che finiscono per imprigionarci nelle ‘idee perfette’
Le prigioni della mente non hanno mura né cancelli, sono costruite dalle convinzioni che non mettiamo mai alla prova. E forse il primo atto di libertà consiste proprio nel riconoscere che nessuno, per quanto colto o esperto, ne è completamente immune.
Esistono catene che non fanno rumore, non stringono i polsi, non delimitano confini visibili e tuttavia condizionano il nostro modo di guardare il mondo. Sono i pregiudizi, quelle convinzioni che si formano prima dell’esperienza e che spesso sopravvivono ai fatti.
Il pregiudizio non è soltanto un errore di valutazione; è una lente che seleziona ciò che vogliamo vedere e oscura ciò che potrebbe metterci in discussione. La mente umana, per sua natura, ricerca ordine, coerenza, conferme. Ma questa esigenza, se non viene accompagnata da spirito critico, può trasformarsi in una gabbia.
L’hýbris entra in scena quando la convinzione diventa presunzione. Quando crediamo di possedere la verità e smettiamo di ascoltare l’altro, vedere l’altro attraverso altre lenti generando nuove ipotesi. Nella cultura contemporanea, dominata dalla velocità delle informazioni e dalla polarizzazione delle opinioni, il rischio è particolarmente evidente. Ogni comunità tende a rafforzare le proprie convinzioni, ogni individuo trova facilmente argomenti che confermano ciò che già pensa. Il dubbio, invece, appare scomodo.
Eppure la conoscenza autentica nasce proprio dalla disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze. La storia della scienza, della filosofia e persino della convivenza civile mostra che i maggiori progressi sono avvenuti quando qualcuno ha avuto il coraggio di interrogare le idee dominanti.
Le prigioni della mente non sono costruite da forze esterne. Sono spesso il risultato di abitudini cognitive, paure, automatismi culturali. Riconoscerle non significa liberarsene definitivamente, ma compiere un primo passo essenziale: accettare che è il nostro punto di vista e che quindi è un’idea parziale per cui può cambiare.
Quindi la vera libertà intellettuale non consiste nel possedere risposte definitive, ma nel mantenere aperta la possibilità della domanda. È in quello spazio di incertezza che il pregiudizio perde forza e l’hýbris lascia il posto all’umiltà della ricerca.
Il pregiudizio come punto di partenza e mai d’arrivo
Nella clinica sistemica che Cecchin ha contribuito a fondare insieme a Luigi Boscolo, il pregiudizio ha cambiato pelle. Non più macchia da espungere in nome di una presunta neutralità asettica, ma materiale vivo. Il pensiero sistemico mi ha insegnato che è impossibile non avere pregiudizi: la nostra mente è una macchina che produce ipotesi incessantemente. Il problema sorge quando il terapeuta si innamora della propria ipotesi, trasformandola in un dogma. (2004)
“Il terapeuta deve essere consapevole dei propri pregiudizi per poterli usare come ipotesi di lavoro, pronti a essere gettati via non appena non si rivelano utili.” — Gianfranco Cecchin
Questa massima non era un semplice esercizio di stile, ma una severa postura etica. Quando Cecchin parlava di irriverenza, non intendeva la provocazione fine a se stessa o la mancanza di rispetto per la sofferenza della famiglia. L’irriverenza di Cecchin era rivolta innanzitutto verso le proprie premesse, era la capacità di ridere delle proprie certezze terapeutiche.
È mia opinione che il rischio di alcuni modelli terapeutici, e di molti clinici, sia una sorta di delirio di onnipotenza salvifica. Le famiglie arrivano in terapia sature di dolore, rigide nei loro giochi relazionali, e chiedono una soluzione. Il compito del terapeuta è offrire ai clienti nuove prospettive e punti di vista alternativi alla propria costruzione problematica, aiutandoli a trovare la propria soluzione al problema.
Cecchin ha introdotto l’idea che il terapeuta non è lì per cambiare la famiglia o la persona, ma per cambiare se stesso in relazione alle persone, aprendo così uno spazio di possibilità prima invisibili. Il pregiudizio del terapeuta sul “cosa sia giusto per l’altro” viene costantemente sfidato dall’estetica della complessità. Curare, in questo senso, non significa applicare una tecnica per raddrizzare ciò che è storto, ma abitare l’incertezza.
La lezione della curiosità
Un possibile antidoto contro l’arroganza clinica, lo troveremmo nella curiosità. La curiosità sistemica, che non cerca colpevoli o dinamiche di causa-effetto, bensì connessioni, pattern che connettono.
Nell’approccio lineare il terapeuta sa cosa è sano e cosa è patologico, il pregiudizio è una verità nascosta da dimostrare e l’obiettivo è quello di risolvere il sintomo facendo riferimento ad un modello.
Con l’approccio della curiosità invece il terapeuta esplora come la patologia possa essere una soluzione relazionale, mentre il pregiudizio è una lente da decostruire e l’obiettivo è del terapeuta è di trovare nuove descrizioni possibili.
Oggi, in un panorama psicoterapeutico sempre più schiacciato da protocolli standardizzati e dalla fretta di catalogare il dolore dentro etichette diagnostiche rassicuranti, il monito di Gianfranco Cecchin risuona più urgente che mai ci ricorda che l’unica vera hybris che non possiamo permetterci è quella di dimenticare che siamo parte del sistema che osserviamo.
Guardare i luoghi di terapia significa chiederci: qual è il pregiudizio di cui oggi sono così innamorato da non riuscire a vedere l’altro? Solo partendo da questo dubbio possiamo sperare di fare, davvero, una terapia sistemica.
Il pregiudizio del terapeuta sul “cosa sia giusto per l’altro” viene costantemente sfidato dall’estetica della complessità. Curare, in questo senso, non significa applicare una tecnica per correggere dei comportamenti o relazioni, ma abitare l’incertezza.



