Storie

Memoria non è peccato finché giova

Redazione
22 Maggio 2014
1 commento
Memoria non è peccato finché giova

Dopo il manicomio: nuove sfide per la psichiatria di comunità, nuovi spazi da utilizzare

 

Memoria non è peccato fin che giova. Dopo è  letargo di talpe, abiezione che funghisce su sé…

 

Eugenio Montale, da  Voce giunta con le folaghe

 

La maturazione dell’interesse per i temi della storia in psichiatria ha coinciso, nella nostra esperienza professionale, con l’accelerazione del percorso di rafforzamento organizzativo e di raggiungimento dell’età adulta dei nostri servizi, sotto la spinta inevitabile dei processi di aziendalizzazione e sviluppo dipartimentale, a partire dalla chiusura dell’ospedale psichiatrico. Tale interesse giunge oggi, con questa nuova pubblicazione, ad un importante punto di svolta, coevo ad almeno due altrettanto cruciali passaggi: la fusione dei servizi dipartimentali appartenenti a tre precedenti aziende sanitarie locali, ora riunite nell’A.S.L. Cuneo 1; l’avvio dell’intervento di salute mentale in carcere e le nuove modalità della presa in carico dei pazienti psichiatrici autori di reato, che ci impongono il confronto con discipline (giuridiche, criminologiche, antropologiche) fino a pochi anni fa lontane dal nostro orizzonte. Tutto ciò accade, ovviamente, in funzione dell’imponente movimento legislativo di riforma che, dopo quasi vent’anni di relativa “calma”, dalla seconda metà degli anni novanta ha impresso una serie incalzante di cambiamenti alla nostra operatività, e giunge oggi alla probabile alba della più rilevante di queste modifiche, l’ormai ineludibile rinnovamento della legge 180. 

 

Infatti, la trasformazione del modello che ha operato lungo i primi anni successivi alla riforma psichiatrica, verso l’aziendalizzazione della sanità, ci ha imposto di lasciare da parte ogni margine di discrezionalità nella scelta dell’utenza e dei modi operativi, la casualità della distribuzione delle risorse e degli organici, come di allontanarci da ogni rischio di autoreferenzialità delle prassi terapeutiche in piccoli gruppi di lavoro, tutti elementi che avevano caratterizzato, nel bene e nel male, le prime esperienze di ingresso della psichiatria nel territorio lungo i creativi anni ottanta, costringendoci ad accettare il confronto con criteri di appropriatezza, equità, rapporto costi-benefici, propri di ogni intervento di salute pubblica.

 

L’esame dei cambiamenti indotti nell’operare psichiatrico è efficacemente riassunto da Peloso e Ferrannini:

 

“L’affermarsi definitivo del modello dipartimentale ha permesso la costruzione di servizi più robusti, imponendo loro il continuo confronto con il nodo della continuità terapeutica e la necessità di far coesistere al loro interno storie, ideologie, metodi, culture differenti, prima di rivolgersi all’esterno con l’obiettivo chiaro e definito di una presa in carico complessiva dei bisogni di salute mentale emergenti in un dato territorio, anche attraverso un miglior utilizzo delle risorse e delle professionalità non psichiatriche là presenti” [12].

 

Cresciuti lungo i cambiamenti introdotti da questi due passaggi, i dipartimenti di salute mentale hanno potuto permettersi il confronto con l’oggetto rimosso, dapprima incluso solo sulla carta nei propri orizzonti, l’oggetto da cui tutto era partito e mai affrontato completamente: l’ospedale psichiatrico, con il suo residuo di pratiche e di destini a scomparsa, radice non estirpata da cui il manicomialismo può sempre, in condizioni favorevoli, tornare a germogliare.

E quindi, risolto questo problema, il tardivo abbattimento del muro manicomiale ha inevitabilmente aperto il confronto con altri muri, altre istituzioni totali, altri oggetti rimossi, nei quali si annidano imponenti problemi di salute mentale ma dove i servizi psichiatrici successivi alla riforma, ancora troppo giovani, avevano finora, in massima parte, rinunciato ad impegnarsi, nonostante il discorso sul manicomio fosse esteso, all’origine del dibattito, anche alle implicazioni di salute mentale dell’ospizio e del carcere.

Un appuntamento impegnativo e particolarmente significativo delle nuove sfide per la psichiatria di comunità, quello con l’assistenza psichiatrica da portare nelle carceri, al quale il Dipartimento di Salute Mentale per fortuna non arriva né solo, potendo contare su liasons e sinergie maturate, attraverso le esperienze di collegamento-consulenza, con gli altri settori dell’assistenza sanitaria alla persona e con i campi del sapere con i quali ha saputo contaminarsi, né impreparato, forte delle scelte etiche apprese e degli specifici strumenti collaudati attraverso l’esperienza della de-istituzionalizzazione: “attenzione alla soggettività degli individui, ai loro diritti, alla loro centralità; sviluppo di processi di incremento del potere contrattuale; interventi a sostegno dell’inclusione e rivolte alla riduzione dei fenomeni di stigmatizzazione sociale; lavoro di rete e collegamento con le politiche e le operazioni di community care”[13].

 

Molti segnali indicano come conclusa la fase localistica e spontaneistica che ha caratterizzato la costruzione dei servizi psichiatrici fino agli anni novanta. Le nuove sfide che si impongono agli psichiatri dei servizi pubblici sono numerose: imparare a migliorare l’uso delle risorse limitate che vengono assegnate; affrontare i più diffusi pregiudizi intorno ad una tutela della salute mentale che ha rinunciato al manicomio, in primo luogo il rischio di violenza dei malati ed il carico oggettivo che grava sulle loro famiglie, facendo nel contempo realistici conti con questi problemi; migliorare la visibilità degli interventi psichiatrici nei mezzi di comunicazione e nelle sensibilità dell’opinione pubblica, al fine di compensare e magari correggere le distorsioni percettive che alimentano quei pregiudizi; applicare le evidenze scientifiche e fare della valutazione degli esiti delle cure un esercizio sistematico all’interno dell’attività assistenziale. Tutti questi obiettivi devono essere perseguiti senza alzare la soglia di accessibilità ai servizi psichiatrici, anzi promuovendo la loro sempre più capillare prossimità con i luoghi naturali dove i bisogni di salute mentale sorgono.

 

C’è poi il problema, tutto locale ma condiviso con la maggior parte delle città sede di ex edifici manicomiali, della ridestinazione d’uso dell’area, problema che evidentemente impegna altre professionalità ma al quale, a nostro parere, gli psichiatri dovrebbero offrire il loro contributo.

 


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Una risposta.

  1. obliqua ha detto:

    Condivido, perchè sperimentata in Polena, l’esperienza teatrale, la sua particolarità, la sua forza nel fare ‘uscire’ noi e i matti.
    Condivido la fatica.
    Cambiare costa fatica.
    Come uscire.

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