Per orientarsi nel dibattito contemporaneo sull’Intelligenza Artificiale (AI), per quello che è lo stato attuale del suo sviluppo, è forse necessario operare una separazione concettuale che affonda le sue radici nella storia della filosofia, ma anche della clinica e della semeiotica psichiatrica: la distinzione tra intelligenza e pensiero.
L’intelligenza può essere definita come una funzione organizzativa e adattiva. È la capacità di cogliere strutture, orientarsi nel campo delle differenze e risolvere problemi entro un quadro dato. In termini metaforici, se il pensare è il camminare, l’intelligenza è l’assetto corporeo, il tono muscolare che rende possibile un certo tipo di cammino. Essa tende all’efficienza, è considerata misurabile, conferisce una determinata qualità del flusso mentale.
Il pensiero, invece, è un atto. Non coincide con la funzione, ma è un esercizio; un movimento simbolico, situato e temporale, che articola nessi e produce senso.
Mentre l’intelligenza è adattiva, il pensiero si vuole trasformativo (è volontà creativa): può essere lento, talvolta persino paralizzante, ma è un “ambito” di attività in cui l’attività stessa mette in questione il quadro entro cui si muove.
Si può essere operativamente intelligenti e tuttavia incapaci di pensare in senso radicalmente interrogativo.
L’origine della distinzione: da Aristotele a Heidegger
Le separazioni tra le funzioni della mente – o della psiche o dell’anima – non sono un’invenzione moderna.
Aristotele distingue il nous, che coglie immediatamente – intuitivamente – i principi e le forme, e la dianoia, il pensiero discorsivo che concatena le inferenze e le deduzioni.
Immanuel Kant separa l’intelletto, che ordina l’esperienza attraverso categorie a priori (trascendentali), dalla ragione, che tende all’incondizionato e all’orizzonte del senso.
Nel Novecento Martin Heidegger distingue in modo radicale il calcolo, e il tipo di “pensiero” che esso individua (Rechnen), dal pensiero autentico o pensiero meditativo (Denken ), come già richiamato in un precedente articolo sull’intelligenza “epocale”. Per Heidegger, il “pensiero calcolante” non è semplicemente “matematica”, ma indica una postura ontologica che riduce l’ente a fondo disponibile, sfruttabile e programmabile.
Il pensiero tecno-calcolante può ottimizzare mezzi e fini senza mai interrogare il senso dell’essere. Al contrario, il Denken è esattamente pensiero o meditazione sull’essere.
Questa è forse la chiave per comprendere la specificità della AI oggi: essa incarna il calcolo al massimo grado, ma proprio per questo “non pensa”, poiché il pensare nel suo senso più puro tende all’orizzonte che precede e comprende ogni ente, inclusa la macchina stessa.
La semeiotica psichiatrica
La distinzione tra intelligenza e pensiero trova una conferma pragmatica nella semeiotica psichiatrica.
Ogni manuale di psichiatria, nel relativo capitolo, compie un gesto preliminare: scompone la “psiche” in sotto-strutture e funzioni. Non si tratta di una semplice operazione descrittiva, ma di un atto epistemico che rende possibile la traduzione di dimensioni originariamente fenomenologiche in tracce fenomeniche, e l’articolazione di costrutti diagnostici. Infine consente una prassi clinica, poiché “classificare” significa rendere osservabile, distinguere per poter intervenire (divide et impera).
Vi troviamo perciò chiaramente differenziati i disturbi dell’intelligenza (come le demenze o le disabilità intellettive) e i disturbi del pensiero (disturbi della forma, come la tangenzialità, e del contenuto, come i deliri).
La clinica – ma del resto anche l’esperienza extra-clinica – mostra quotidianamente che l’integrità dell’intelligenza non garantisce la correttezza del pensiero. Un soggetto con decadimento intellettivo può perdere capacità di memoria, astrazione e calcolo, pur mantenendo una certa linearità ideativa. Un soggetto delirante può conservare intatte le capacità logico-formali e tuttavia costruire un sistema di credenze radicalmente falso.
Ciò che appare in queste combinazioni può essere “scomposto” nei momenti che seguono:
- L’intelligenza come funzione generale di rendimento cognitivo;
- Il pensiero come processo ideativo articolato;
- La struttura soggettiva come centro che sostiene tali dimensioni.
La psichiatria – e non solo essa – presuppone dunque un soggetto sostenente. Attribuire il “pensiero” alla AI significa ignorare che il pensiero richiede una struttura di imputazione degli atti che la macchina (attualmente) non possiede.
Il centro di imputazione e l’unità soggettiva
Il punto critico del passaggio dall’umano all’artificiale risiede nell’assenza, nel secondo, di un centro di imputazione. Questa espressione indica la struttura formale che consente di assegnare un atto, e la responsabilità di esso, a un soggetto: “questo pensiero è mio”, “questo errore mi appartiene”. Un atto è tale proprio perché può essere attribuito a un soggetto.
Senza questo centro (che Kant chiama “io penso” e Husserl “polo egologico”) esistono “processi”, ma non “atti”.
L’AI possiede un flusso operativo, ma manca dell’unità soggettiva, correlata al centro di imputazione: la condizione per cui i molteplici atti appartengono a un medesimo hub di esperienza che permane nel tempo e che è responsabile dei propri esiti.
Una calcolatore produce risultati ma non può dire “ho sbagliato” con una reale imputazione soggettiva, perché non esiste un centro a cui l’errore possa essere riferito come atto proprio.
Dall’Intelligenza Artificiale al “Discorso Artificiale”
L’equivoco nasce spesso dall’uso antropomorfico del termine “intelligenza”. Poiché l’AI produce output coerenti, tendiamo a proiettarvi un’interiorità riflessiva. Tuttavia, dal punto di vista fenomenologico, l’AI non possiede quella che è chiamata intenzionalità originaria: la direzionalità strutturale – la cui definizione risale a Franz Brentano, poi assunta dalla filosofia fenomenologica – per cui ogni atto di coscienza è costitutivamente “rivolto a qualcosa come qualcosa“. Vale a dire che l’oggetto non è mai “presente” all’AI come significativo in un orizzonte di senso o di finitezza.
Per queste ragioni, sarebbe forse adeguato parlare, rispetto a ciò che la macchina produce, di discorso artificiale piuttosto che di intelligenza. Non a caso la tecnologia alla base degli strumenti AI è indicata come “LLM” (Large Language Model): una sequenza linguistica organizzata secondo costruzioni combinatorie a coerenza interna e ricorrenza statistica.
La coerenza del discorso non equivale alla qualità profonda del pensiero. Il pensiero implica esposizione al vero e al falso e ne assume la responsabilità.
Il delirio è un disturbo del contenuto del pensiero perché è vissuto come vero da un soggetto. L’AI può generare una frase delirante, ma non la assume né la difende.
Detta altrimenti: una AI può generare un “discorso delirante” senza però “essere” delirante, in quanto manca il soggetto che abita quel delirio.
Ma HAL 9000, allora?
Si potrebbe tuttavia immaginare un futuro in cui la AI assumesse una soggettività emotiva e una responsabilità, passando da processo ad atto?
Ciò che sembra esattamente apparire in HAL 9000, il computer antropomorfo di 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Lì la macchina si mostra dotata di un istinto di conservazione per cui, temendo, a causa di un errore da lei commesso, di essere disattivata – dunque di “morire” –, tende un agguato agli astronauti, uccidendone uno e tentando anche con l’altro.
Uno scenario simile presupporrebbe una trasformazione dell’attuale paradigma computazionale. Non basterebbe infatti incrementare la potenza di calcolo o la complessità degli algoritmi: occorrerebbe l’emergere di un centro unitario di imputazione capace di integrare stati interni come propri, di riconoscersi nella continuità temporale e di assumere i propri esiti come atti.
L’“istinto di conservazione”, che nel film conduce la macchina all’eliminazione dell’altro umano, implica la strutturazione di una priorità interna alla propria permanenza, cioè l’iscrizione della finitezza in un orizzonte esperienziale. Finché l’AI rimane un dispositivo di ottimizzazione eterodiretto, privo di intenzionalità originaria e di esposizione al senso del proprio operare, ogni analogia con la soggettività emotiva resta una proiezione antropomorfica.
Il problema, pertanto, non è l’imminenza di macchine che temono di “morire”, ma la ridefinizione implicita del pensiero umano qualora si assumesse la simulazione come equivalente dell’atto del pensiero.
Conclusione: la responsabilità ontologica
In definitiva, l’AI rappresenta, al momento, il dispositivo più perfetto del pensiero calcolante, pur non essendo soggetto di quel pensiero.
Il vero rischio non è, a breve, che la macchina “prenda il posto” dell’uomo, ma che, confondendo la funzione con l’atto, il processo con la struttura, il discorso con il pensiero, si ridefinisca il pensare a partire dalla sua simulazione linguistica.
Se il pensiero viene identificato interamente con la computazione o con la logica processuale linguistica, non si adotta una definizione neutra, ma si riformula l’intera tradizione filosofica e clinica.
Mentre l’intelligenza appartiene all’ordine delle competenze e delle prestazioni, il pensare appartiene dunque all’ordine della responsabilità ontologica.
Confondere i due piani significa perdere di vista ciò che rende il pensiero un atto propriamente umano: la sua capacità di sostare nell’errore, di interrogare il limite e soprattutto di aprirsi al senso dell’essere.
Tuttavia, i rappresentanti e i sostenitori delle scienze cognitive e della filosofia della mente, in particolari le correnti del funzionalismo forte, dell’emergentismo e dell’enattivismo (per le quali non vi sarebbe alcuna ragione di riservare il pensiero a un substrato biologico o a una presunta interiorità, poiché ciò che definisce un atto mentale non è la materia che lo sostiene ma l’organizzazione funzionale che lo realizza), potrebbero obiettare ancora: Il punto non è l’AI attuale, ma l’ipotesi limite. Se anche una macchina avesse continuità temporale, auto-rappresentazione e priorità interne, mancherebbe comunque qualcosa per considerarla pienamente a livello dell’umano?
Se sì, che cosa esattamente?
Ma questa è un’altra e ancora più complessa storia, che riguarda una proiezione futura delle possibilità della AI in base a un certo modo di intendere il mentale e l’umano.



