Storie

Memoria non è peccato finché giova

Redazione
22 Maggio 2014
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Memoria non è peccato finché giova

La memoria indispensabile

La maggior parte degli autori dei saggi qui raccolti hanno avuto l’entusiasmo e la pazienza di trascorrere parecchio tempo in compagnia di questo materiale,   all’inizio in completa assenza di una schedatura o di strumenti sufficientemente affidabili, in grado di orientare la loro ricerca, instaurando un contatto diretto, fisico con questo materiale e le storie qui raccontate. Tutti ne hanno tratto la consapevolezza efficacemente riassunta dalle parole di Paolo Peloso e Antonio Maria Ferro: «la ricostruzione di un archivio della memoria manicomiale è indispensabile, ad evitare che più ci se ne allontana e ne sbiadisce l’immagine, più aumentino i rischi che nuove mura vengano ricostruite, nuove mostruosità dietro le mura, nuove regole per nuove esclusioni, nuovi confini per nuove separazioni»[4].

 

In questa sede vogliamo soffermarci sul recupero della memoria realizzato attraverso un modo di intendere la parola, l’immagine e la metafora diverso da quello del ragionamento storico, dell’intervento polemico, della riflessione saggistica o della fissazione di luoghi, istanti e storie ottenibile per mezzo della fotografia o dell’esposizione museale. Ci riferiamo al modo inventato dagli autori della proposta teatrale dal titolo Voci erranti, Vincenzo Gamna, Koji Miyazaki, Marco Pautasso, che fu rappresentata con successo dapprima nel parco di Racconigi, durante l’estate del 2000, e poi al teatro di Gabriele Vacis a Settimo Torinese ed al Teatro Carignano di Torino. Un modo diverso di utilizzo della parola e dell’immagine, dicevamo, perché si muoveva nel registro, più insaturo ed allusivo, del simbolo e della forma poetica, della suggestione e della presenza scenica; eppure, in fondo, a quelli affine, dal momento che i testi, le scenografie ed il lavoro di regia recuperarono, in questa stimolante proposta, il linguaggio dei ricoverati, le loro storie e gli ambienti in cui vissero il loro dramma, per mezzo di citazioni, arricchite da commenti e sottolineature; ma, soprattutto, perché quel recupero passò attraverso la presenza, sulla scena, come attori, degli stessi ex ricoverati, ospiti di una residenza alternativa all’ospedale.

Il nostro coinvolgimento nel progetto di questo evento, dalle molteplici e contemporanee finalità culturali e riabilitative, si declinò nella forma della consulenza, così come ci fu richiesto dai suoi ideatori, per accompagnare quegli ex ricoverati all’interazione con la compagnia e, poi, con il pubblico, e per tentare di rispondere a due domande, l’una di carattere estetico, l’altra di natura etica, variamente interconnesse tra loro e così riassumibili: quanto è credibile l’impianto generale dell’opera? E’ giusto coinvolgere ex degenti dell’ospedale psichiatrico nella messa in scena? Diremo subito di aver risposto affermativamente ad entrambe, e che il ruolo degli ex degenti non si limitò a quello di semplici figuranti, spettatori da palcoscenico, sebbene uno soltanto prestasse la propria voce recitante allo svolgersi della trama. Le articolazioni di questa duplice risposta non si esaurirono con questa apparente rapidità: ad ogni prova e a ciascuna delle rappresentazioni pubbliche nuovi dubbi, nuovi argomenti e nuove sollecitazioni, provenienti dagli attori e dalle reazioni del pubblico, consentirono, a tutte le persone coinvolte, di verificare la coerenza delle risposte che ci eravamo fino a quel punto date e di approfondire la riflessione che tentiamo ora di riassumere[5].

 

L’ingresso nel servizio psichiatrico delle persone della Cantoregi si rivelò un’utile e riuscita contaminazione tra la loro scanzonata professionalità e le gelose serietà dei custodi della psichiatria. Presero parte a quest’esperienza dieci attori della compagnia teatrale e dieci ex degenti dell’ospedale psichiatrico, di cui uno con voce recitante ed altri quattro con interventi gestuali molto significativi per l’intensa forza comunicativa sprigionata dal linguaggio corporeo, affiancati da infermieri, educatori e volontari. La preparazione dell’intero programma, un intenso, caotico e creativo impegno, creò un clima insolito, per la quotidianità dei servizi psichiatrici, non solo per l’ingresso di persone esterne che avrebbero lavorato con i “nostri” pazienti, suscitando timori spesso celati dietro coperture tecniche (la cosiddetta “fragilità” del paziente psichiatrico), ma anche perché propose una modificazione dei ruoli e delle immagini reciproche. Ci chiedevamo: “a queste persone cosi a lungo bistrattate dalla vita davvero può far male o essere inutile giocare un po’? o forse noi operatori alimentiamo aspettative di immodificabilità degli utenti?”. Questo atteggiamento mentale secondo cui il paziente psichiatrico è un “flute di cristallo” si rivelò una difesa irrealistica, che non combaciava con quanto venivamo osservando: non solo quelle persone non si scompensavano, ma ci apparivano, con l’occhio di persone “ingenue”, molto più sfaccettati, più vivaci e con maggiori risorse del previsto. Sorgeva allora un’altra domanda: “che cosa accadrà, nel momento magico (o deludente) in cui gli attori daranno vita ai personaggi e cercheranno di coinvolgere il pubblico, di trascinarlo con sé entro un altro universo emotivo?”. Ognuno, operatore, spettatore, parente, riscoprì oltre  l’etichetta di paziente una persona che non conosceva. Riemerge ancora una volta la spinosa questione di chi crea l’utenza, di chi la mantiene tale e di quali cristallizzazioni di ruolo ci impediscano di “vedere”.

Ma la paura di tutto questo, come tutte le paure, era il rovescio della medaglia di un desiderio: il desiderio di accogliere il nuovo e di sperimentarlo.

La messa in scena ebbe per tema le vicende del manicomio. Lo spazio scenico fu individuato in una radura circolare all’interno del parco dell’ex ospedale psichiatrico, un’area dove in passato l’amministrazione aveva allestito rari momenti di festa coerenti con le logiche del trattamento morale, circondata da tigli e magnolie. Un letto d’ospedale costituiva tutto l’arredo della scena e separava due tribune poste l’una di fronte all’altra, nelle quali prendevano posto, rispettivamente, il pubblico e gli attori; un gioco d’acqua incrementava quest’effetto di specularità. Presso il letto avveniva la recita di nove monologhi, tratti da rielaborazioni di frammenti di saggi sulla questione manicomiale e, soprattutto, da trascrizioni originali di scritti di ricoverati, raccolti nell’immenso archivio dell’ex ospedale psichiatrico. Una colonna sonora, intermezzi tematici, l’uso sapiente degli apparati di scena sottolineavano di pregnanze simboliche i testi e la comunicazione extraverbale degli attori.

Le complessive dodici rappresentazioni ebbero un intenso riconoscimento di pubblico, un’ampia risonanza presso la stampa locale e nazionale[6] e presso gli “addetti ai lavori” di una parte significativa del mondo teatrale torinese, ma soprattutto, perché questo è ciò che interessava maggiormente a noi, un riscontro positivo presso tutte le persone coinvolte, “attori” e “pazienti”, registi ed operatori, sia per le emozioni che la messa in scena suscitava, sia per la soddisfazione individuale di aver partecipato ad un evento di gruppo dagli esiti così immediatamente manifesti.

Come tecnici della riabilitazione psichiatrica, spostammo continuamente l’interesse dal processo al prodotto e viceversa: durante tutto il periodo di attività gli attori ed i registi lavorarono insieme con noi sui significati del training e sulla preparazione dello spettacolo, con un’accentuazione dell’interesse per la cornice “laboratorio teatrale”, condotto da Grazia Isoardi, su cui si condensarono i molteplici significati del teatro stesso. Il ruolo del trainer teatrale, l’insieme delle variabili spazio/temporali, una codificazione tecnica ed una pratica metodica, resero il laboratorio un vero e proprio “setting”. Assumendo la funzione di cornice per le azioni, le emozioni e le relazioni, il laboratorio si propose come “setting” della situazione teatrale e come area transizionale, in cui, sappiamo, si fanno propri e si ricompongono schemi e strutture di pensiero, di emozioni, di comportamento. Il setting del laboratorio teatrale, inoltre, per sua natura, si declinò come spazio/tempo separato dalla quotidianità. Uno dei partecipanti disse fin da subito che apprezzava il laboratorio teatrale perché era per lui un’esperienza “fora-via”, con un’espressione dialettale che indica qualcosa di inconsueto, straordinario. Noi crediamo che tale situazione contribuisse a promuovere una sospensione della vita quotidiana a favore di un’esplorazione-costruzione di modalità diverse, non solo di pensare, percepire, muoversi ma anche di interagire; le abitudini che orientano le interazioni sociali e comunicative – all’interno del gruppo operatori-utenti, come all’esterno – furono messe in discussione, o comunque, ridefinite. L’esperienza di animazione teatrale vissuta accanto e dentro gli eventi di questa manifestazione condusse alla messa in scena; ma, insieme, fuori dalla scena, produsse anche tante altre piccole storie, di persone e di gruppo, un gioco nel quale i partecipanti sperimentarono nuove possibilità, limiti, ruoli, come scrisse proprio uno degli ex ricoverati: “Dopo qualche giorno di prove, finalmente è arrivato venerdì, giorno dell’esordio! Noi considerati attori e gli  attori professionali e i due registi abbiamo atteso che le persone si sedessero nella tribuna. Giovanna, quella ragazzina vestita di bianco da ballerina, ballava  e mi parevano proprio mosse da danza classica come si vede al teatro Bolscioi di Mosca. Il teatro proseguiva e dopo verso la fine della rappresentazione uno scroscio di battimani reciproci tra noi e il numeroso pubblico. Sabato sera, ed ero contento personalmente perché venivano mia cognata e mio nipote, abbiamo tutti recitato molto bene e un pittore mi ha detto testualmente stringendomi la mano: siete stati dei grandi, e di riferirlo ai miei amici, così ho fatto l’ambasciata…Sabato, scroscio di battimani dal pubblico, proprio la sera che sono venuti ad assistere allo spettacolo anche i nostri amici Renato e Aldo, venuti col pulmino dalla comunità di Demonte. Mi sono commosso quando ho visto Renato, è lungo andare e venire da Demonte. Domenica si discuteva sulle nostre tribune del prossimo incontro di teatro; a fine spettacolo, proprio il pubblico ci ha stretto la mano a tutti … i fuochi artificiali. Il ministro Livia Turco (che abbiamo visto sabato vicino al sindaco di Racconigi, ed è brava come il sole) a Franco e a me ci ha baciati sulla guancia e io le facevo considerare come avrei fatto volentieri il liceo classico o scientifico, di poi quattro anni di archeologia e gli scavi verso la Persia, l’Egitto Antico, la Magna Grecia. È notte, le persone quasi andate via al completo, abbiamo deciso di andare a cenare in pizzeria a Caramagna. Dopo una cena succulenta di una pizza, di due bicchieri di barbera, del dolce con gelato, dato che era già l’una e dieci ho chiesto se qualcuno mi poteva portare in Comunità. Un attore di nome Orazio, che doveva andare a Torino a casa sua, mi ha dato il passaggio fin davanti alla porta della Comunità Monviso. Ho fumato due sigarette dal letto e, prese le terapie, ho dormito fino alle otto meno un quarto e stamattina presto ho detto a Giovanna e a Patrizia: siamo tutti stanchi delle tre notti e Giovanna mi ha risposto sono stanca anch’io per le ore piccole che abbiamo fatto tutti insieme!

Si trattò di un lavoro che ebbe l’esito di rimodulare le reciproche relazioni attraverso una triplice modalità: nel lavoro coi pazienti, nel lavoro dentro l’equipe “rinnovata”, nel lavoro sul contesto sociale e culturale. Così si espresse un’altra paziente: “La festa nostra c’è stata. Il lavoro delle mie “colleghe”, per così dire, ammirato e acquistato. Adesso che siamo all’indomani spira un vento gagliardo di successo e di vittoria. È gradito a tutti, che sono animati ancora, e vivacemente chiacchierano della loro opera. Io non ho partecipato, ma mi sono egualmente esaltata perché faccio parte del Centro e mi sento partecipe di questi avvenimenti. Ieri c’è stato un fatto increscioso col dottore al quale ho letto una piccola pièce letterararia – nella quale lo paragonavo ad un topolino muschiato – che non è stata compresa nella sua essenza poetica. Ne ho però colto l’occasione per dire che siamo una famiglia e cioè uniti da un legame fortissimo. Beppino e il Franco, ora in pensione, hanno ideato sulla loro esperienza questo tipo di Centro, unico nel suo genere, che ha una particolarità originale di “ricovero”. Qui si può stare tranquilli, passeggiare nel vasto e verde parco, uscire in paese ed io ho anche un alloggetto esterno dove mi ritiro per la sera”.

Questo rimodellamento degli schemi di relazione interpersonale condusse ad un’estensione dell’esperienza anche fuori dal laboratorio, nella vita quotidiana, a dimostrare chela pratica teatrale può divenire una pratica di vita, soprattutto allorché nel contesto laboratoriale si crea una “comunità” che condivide un progetto di autosviluppo. Tra le molte possibili estensioni della nozione di “comunità”, etnica, linguistica, famigliare, religiosa, linguistica, qui indichiamo un senso che può essere vicino a quello di “comunità dell’amicizia”: coloro che vi partecipano condividono un progetto di cambiamento e perseguono un’utopia di comunicazione totale, trasformativa, mettendo in comune anche una singolare situazione di spaesamento, d’insoddisfazione, di solitudine che evidentemente li spinge ad una ricerca oltre la quotidianità.

Infine, l’efficacia estetica della performance, l’incontro con il pubblico, divenne  un criterio di “verifica” per noi originale, un bilancio riguardo alla totalità dei risultati perseguiti nel lavoro di laboratorio, secondo criteri estetici che di certo non appartengono alla valutazione degli esiti in psichiatria, ma che consentirono una verifica della maturità e della profondità del lavoro degli utenti  su se stessi, avviando la riflessione sul terreno dei cambiamenti avvenuti, sia nell’ambito dei significati della cura, sia come trasformazione delle coscienze.

 

Con la messa in scena di Voci Erranti, conclusa nel settembre del 2000, simbolicamente si chiudeva l’esperienza del manicomio a Racconigi, dove il 12 settembre 1871 erano giunti i primi due ricoverati. Proprio in quel periodo, emergeva una tristissima e dolorosa vicenda, dai risvolti penali, relativa ad una prolungata truffa svolta, da parte di un funzionario dell’ex ospedale psichiatrico lungo gli anni novanta,  ai danni di quelle persone che, rimaste in manicomio dopo il 1978, erano andate a costituire la popolazione che un orribile neologismo burocratico chiamò residuo manicomiale. Anche questo parve, a molti di noi osservatori indignati e sorpresi dalla brutalità della vicenda, l’ultimo atto del manicomio, di quel microcosmo che una parente di uno degli ex degenti coinvolti come attore in Voci erranti disse di aver visto scomparire, secondo le sue stesse affermazioni, non tanto nel momento, pur significativo, in cui il congiunto si trasferiva dal reparto alla Comunità Alloggio, quanto nel preciso momento in cui egli recitava sulla scena il gesto di consegna delle chiavi del manicomio al pubblico.

 


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Una risposta.

  1. obliqua ha detto:

    Condivido, perchè sperimentata in Polena, l’esperienza teatrale, la sua particolarità, la sua forza nel fare ‘uscire’ noi e i matti.
    Condivido la fatica.
    Cambiare costa fatica.
    Come uscire.

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