Un fatto di cronaca di tale portata non può lasciare indifferenti, specie in un contesto sociale in cui questa tipologia di reati appare sempre più frequente e pervasiva. La narrativa mediatica del recente 3 Settembre – giorno in cui Lorena Isceri è stata scagliata da un cavalcavia – ha seguito l’evento con comprensibile attenzione, dando luogo ad un proliferare di articoli sulle più note testate nazionali. Tra questi sono stata colpita sensibilmente dall’intervista rilasciata dallo psichiatra che aveva in cura l’ex fidanzato della vittima, autore del delitto. Le immagini scioccanti che lo ritraggono appoggiato sul guard rail, pochi istanti prima di suicidarsi gettandosi nel vuoto, appaiono come l’emblema del suo ultimo atto narcisistico, la spettacolarizzazione trionfale e atroce di ciò di cui si è reso responsabile. Una condizione patologica la sua, secondo quanto riportato dai quotidiani, per la quale era seguito da tempo.
“ Vella era in cura da 15 anni”… “L’ultima seduta dallo psichiatra il giorno prima dell’omicidio: non sembrava pericoloso”. Leggendo queste righe ho immaginato la risonanza che affermazioni di questo tipo possano generare nell’opinione pubblica. La prima reazione è stata ricercare un confronto immediato con una cara collega, che mi rivelava di averne discusso solo pochi minuti prima con il marito, dopo aver appreso la notizia dal telegiornale nazionale. L’indomani la stessa collega mi riferiva che la sua indignazione per il messaggio si fosse ulteriormente amplificata assistendo ad uno dei consueti talk show serali nel quale anche alcuni professionisti della cura non avevano trovato le parole adatte per contestualizzare la complessità e le specificità degli interventi terapeutici in salute mentale.
Lo spettatore medio rischia di ricevere un messaggio di implicita svalutazione della cura in ambito psichiatrico (“non hanno capito nulla in 15 anni”), trovandosi sprovvisto degli strumenti per comprendere la natura della relazione terapeutica di Vella col suo curante e le dinamiche epistemologiche e cliniche che regolano tale delicato contesto di cura.
Segreto professionale, obblighi e valutazione del rischio
Appare opportuno tentare di far luce su cosa accada quando un professionista della salute mentale si confronti con un soggetto potenzialmente pericoloso. Va doverosamente premesso che in linea generale l’obbligo di riferire alle autorità giudiziarie sussiste solo in caso di reati già commessi od in corso e non per le relative intenzioni. Qualora all’interno del setting terapeutico venga espressa l’intenzione di commettere un reato si potranno configurare scenari diversi e di ardua gestione anche per i colleghi più esperti.
Come professionisti, nel rispetto delle leggi vigenti, ci si muove nel delicato terreno del bilanciamento tra la tutela del segreto professionale – fondamento imprescindibile dell’alleanza terapeutica-e l’obbligo giuridico ed etico di salvaguardare la salute psicofisica del paziente stesso e di terzi. I codici deontologici di medici e psicologi concordano nel riservare all’obbligo del segreto professionale un ruolo primario, poiché rappresenta l’elemento strutturale di setting che consente al paziente di esprimere liberamente i propri vissuti, desideri e fantasie più angoscianti e distruttive. Grazie alla protezione dello spazio terapeutico risulta spesso possibile intercettare e fronteggiare gli impulsi all’atto permettendo la loro elaborazione e ponendo in essere opportuni aggiustamenti della terapia medica e/o proponendo misure di protezione e ricovero (come l’invio in pronto soccorso).
Quando il segreto professionale può essere derogato
Altresì il Codice di Deontologia Medica e quello dello psicologo stabiliscono che sia lecito-e in alcuni casi doveroso- derogare al segreto in presenza di uno stato di necessità o di minacce per la vita propria ed altrui che possano essere considerate concrete ed imminenti, entro un margine di discrezionalità clinica volto a tutelare il paziente e la collettività. Nel caso del medico fa fede la normativa di legge vigente su obbligo di denuncia e referto che si applicano solo laddove il reato sia stato già commesso e che decade (solo in ambito privato) se il referto esporrebbe il paziente ad un procedimento penale.
Tale specifica permette al paziente di accedere alla cura senza il rischio di essere denunciato dal proprio terapeuta per aver confessato un reato durante una seduta. Nel caso degli psicologi, gli articoli 12 e 13 del Codice Deontologico disciplinano la deroga al segreto in presenza di gravi pericoli per la vita e per la salute “valutando con attenzione la situazione” e riferendo alle autorità in tal caso solamente lo stretto necessario a tutelare l’incolumità, secondo un principio di proporzionalità.
I limiti della previsione e della cura nella violenza
In entrambi i casi un professionista sanitario si trova nella delicata terra di mezzo tra la tutela dell’assistito e quella della vita propria ed altrui, sollecitato ad una valutazione approfondita delle minacce, se esse siano circostanziate e configurino pericoli imminenti. Questa drammatica responsabilità ci appende ad un filo sottile, quello della discrezionalità nell’esercizio delle nostre funzioni, rivelando da un lato l’importanza imprescindibile del legame terapeutico come argine alla deriva violenta, dall’altra facendo emergere anche i limiti intrinseci della cura psicologica e psichiatrica. Limiti intrinseci alla relazione, per i quali non è possibile prevedere, se non con ragionevole approssimazione (sempre soggetta ad errore), se e quando il paziente tradurrà in atto una intenzione criminosa.
Come professionisti della salute mentale, siamo continuamente a contatto con questi limiti. Il collega che assiste all’acting out del suo assistito avverte tutto il dolore di aver avuto accesso alle profondità dell’animo umano rinunciando ineluttabilmente al potere di prevedere o fermare la violenza. Sperimenta inoltre tutta l’imprevedibilità dell’agire umano, sentendo risuonare in se stesso un’ unica lacerante domanda: “avrei potuto fare di più?”
Oltre la ricerca del colpevole: la responsabilità collettiva
Pretendere che la relazione terapeutica si trasformi in un dispositivo di sorveglianza o in una garanzia che azzeri il rischio significa fraintendere la natura della cura psichiatrica e psicologica. La drammatica vicenda di Lorena Isceri e del suo ex fidanzato impone una ridistribuzione delle responsabilità, svincolandoci dalla necessità di ricerca del colpevole nella gogna mediatica.
E sì, forse avremmo potuto fare di più, nella creazione di un contesto sanitario di accesso adeguato alle cure, nell’accompagnare Lorena e le altre verso la consapevolezza (e quindi la denuncia alle autorità), nell’attenzione ai curanti e ai loro dolori, nella ristrutturazione di una società che abdichi al primato dell’iper controllo nelle nostre vite e dunque nelle relazioni che viviamo. Il racconto mediatico pervasivo rischia di banalizzare la complessità di questa catena di processi attraverso la colpevolizzazione di curanti e di categorie di esseri umani, danneggiando l’ormai fragile rapporto di fiducia tra cittadinanza ed istituzioni sanitarie e relegando nell’ombra proprio coloro che avrebbero più bisogno di aiuto.




Grazie per questo articolo utile e lucido. E al Vaso per la presenza costante in fatti così perturbanti.
Un cenno al commento pubblico dello psichiatra, oltretutto rimasto anonimo. Perché dire che non aveva visto nulla della pericolosità del suo paziente? Lo aveva visto una settimana prima del fatto.
E’ una inutile esternazione di stupidità che rende facili i commenti denigratori, o ironici, sulla nostra professione. Tacere, in situazioni come queste, è l’unica cosa possibile. Immagino il dolore che ha provato. Ha tutta la mia compassione. Ma la prego collega, impari a stare zitto!