Ritrovo immediatamente lo sconcerto della notizia, non appena letto il titolo dell’articolo di Claudia De Lillo, La Repubblica 4 settembre 2026: “La solitudine dei care givers”.
Ritrovo le stesse emozioni, la stessa sofferenza, l’indignazione. Poi, come mi accade ormai quasi sempre quando l’emozione mi scuote – sarà l’età? – mi viene da pensare.
Da soli non ce la facciamo, scrivono i due genitori che uccidono la figlia disabile e poi si uccidono.
Mandano un messaggio forte, violento, di quelli che immediatamente attivano le catene della responsabilità. Chi doveva aiutarli? Chi non ha fatto il proprio dovere? Su chi possiamo scaricare la colpa per cercare sollievo?
Io non voglio entrare nella ricostruzione specifica del caso.
Ho lavorato con tantissime famiglie con uno o più figli disabili. Conosco bene quelle dinamiche, quelle solitudini. E quella rabbia.
È alla mia esperienza che farò appello, non al caso specifico di Pietralata.
Quando nasce un figlio disabile, nasce anche un lutto
Quando nasce un figlio con una malformazione grave accade una cosa che hanno descritto moltissimi autori. Alla nascita si accompagna un lutto.
Si impara ad amare e accudire un bimbo disabile e intanto si piange il bimbo immaginato e non nato. È un processo estremamente doloroso e difficile da trattare perché l’accudimento genera energie e il lutto le consuma. Questi genitori vivono drammi silenziosi e spesso tendono ad isolarsi. Una madre mi raccontava che pensava di essere l’unica al mondo che viveva un’esperienza così devastante.
La solitudine di chi si prende cura
Colui che da cura è la traduzione testuale di caregiver. Non mi piace il termine. Genera confusione. È la solita approssimazione anglofona, una identità dietro cui ci si nasconde facilmente.
Una madre, un padre, chiunque si disponga amorevolmente verso un individuo fragile non è semplicemente uno che si prende cura. È qualcuno che ha bisogno di essere curato, aiutato, sostenuto.
Quando nasce un bambino disabile tutta la famiglia che lo accoglie diventa un organismo fragile, bisognoso di cure.
Dovremmo avere il coraggio di dirlo.
Non vuole dire che non ce la facciano, che sono deboli, vuole dire che hanno nuovi bisogni che vanno intercettati e curati.
Famiglie, istituzioni e fantasia di risarcimento
Ho visto quanto è prezioso per questi familiari incontrare altre famiglie che hanno avuto problemi simili. Imparare gli uni dagli altri.
Mi chiedo perché, in tante istituzioni in cui ho lavorato a stretto contatto con la disabilità ho sempre faticato ad attivare dei percorsi specifici, come i gruppi multifamiliari.
Sembra che si attivi una difesa particolare, che coinvolge famiglie e società. La chiamerei: fantasia di risarcimento.
Invece di attivarsi per cercare cambiamenti, contatti, condivisione, conforto, accettando i propri limiti e riconoscendo gli errori che umanamente si fanno anche quando si ama infinitamente, molte famiglie si arrabbiano e le istituzioni le inseguono con conforti economici, ovviamente insufficienti. Un gioco di poteri, di associazioni che danno voti e riscuotono privilegi, vogliono leggi, assistenza, previdenza. E di leggi fatte per fare tacere, per restituire favori.
Tutto giusto, tutto dovuto.
Ma alla fine tutti sono insoddisfatti e dove c’è sofferenza cresce l’odio.
Dalla cura economica alla comunità
Io penso che andrebbero spesi i soldi per affiancamenti domiciliari, per promuovere iniziative tra le famiglie, per sostenere la comunità e i centri di attività quotidiane e culturali, per le scuole. Andrebbe dato, da subito, un sistema di appartenenza con cui accompagnarsi, a prescindere dalle cure specifiche e dai ristori economici.
La lezione della Guinea e della wontanara
La giornalista parla della Guinea. Io ci sono stato. Ho ben presente la capanna del villaggio in cui tutti si ritrovano per chiacchierare e scherzare, cantare, ridere, mangiare.
Durante la stagione delle piogge avevamo la macchina rotta e dovevamo rifare la frizione, in mezzo al fango. Fummo accolti nella grande capanna, eravamo al centro di una comunità che viveva insieme. Mi sembravano tutti felici e dopo due giorni ci sentivamo parte di loro. La
De Lillo parla di wontanara, la parola per dire che condividiamo il tuo problema. Era così. Tutti volevano sapere della nostra macchina rotta. La nostra macchina era la loro.
La società dei caregiver e della proprietà privata
Ma la società che viviamo, occidentale come la chiamiamo, pensando di essere il centro del mondo, è tutta anglofona. È la società dei caregivers e delle diagnosi DSM V. La società della proprietà privata.
La Mia macchina. La Mia casa.
Cara De Lillo, dalla Guinea scappano per venire qui, perché quella cultura wontanara l’abbiamo massacrata. Ora ce la vorremmo riprendere ma non sappiamo minimamente come si fa.
La psicoanalisi multifamiliare come spazio di condivisione
Io non ho una ricetta. Ma vedo tutte le settimane decine e decine di famiglie che si interrogano, si confrontano, si commuovono, si ripensano. La chiamiamo Psicoanalisi Multifamiliare. Lo so, il termine psicoanalisi non aiuta in questi contesti. Ci fa pensare subito di essere schiaffati su un lettino e di avere dietro uno che ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Anche questo è uno stereotipo che andrebbe superato, ma lascio agli psicoanalisti il compito di cercare un modo.
In questi contesti la chiamerei semplicemente multifamiliarità.
Lo so, la parola è meno affascinante ed esotica della sua wontanara.
Ma se può servire a salvare vite e alleviare dolori direi che è ora di provarci.




Non sono ne uno psichiatra ne un “careviger”,e quindi mi perdonerete il dilettantismo del ” volontariato parrocchiale” con famiglie con handicap ed il vissuto di amici. In questo caso si è instaurato se non ho capito male, un doppio “cappio” visto anche quello economico per i cospicui debiti causati da esosi santoni. ( qui si che sarebbero colpevoli le istituzioni). Allora i macigni diventano improvvisamente leggeri quando si abbandona l’idea di futuro. Hanno ucciso anche il cane. La morte gli è divenuta sollievo per tutti e tutto. Noi leggiamo il dramma dopo ma il dramma è prima. Non sono le istituzioni a poter risolvere o meglio a cui demandare tutto, ma una collettività solidale che renda i mostri affrontabili.
Caro Massimo, è proprio così. Ma la comunità solidale di cui parli deve essere puntellata, sostenuta, dalle istituzioni. E’ inutile richiamare modelli culturali che non ci appartengono e che oltretutto abbiamo smantellato con ferocia coloniale.
Se abbiamo strumenti possibili per farlo dovremmo provare ad usarli sistematicamente. Io provavo a dire questo.