Vaso di Pandora

Il soffio e il calcolo: la teoria dell’intelligenza “epocale”

In una scena del film Le invasioni barbariche (Denys Arcand, 2003), un gruppo di persone in situazione conviviale – sullo sfondo amaro del tacito addio rivolto a una di loro, malata terminale – si scambia alcune battute sull’intelligenza:
 
“Contrariamente a quello che si crede l’intelligenza non è una caratteristica individuale; è un fenomeno collettivo, nazionale, intermittente”, sentenzia una di loro.
 
A sostegno di questa audace tesi cita individui eccezionali – Euripide, Sofocle, Aristofane, Socrate e Platone, nello stesso momento sulle gradinate ateniesi per la “prima” dell’Elettra; Michelangelo, Leonardo, Raffaello e il manager Niccolò Machiavelli, contemporaneamente a Palazzo Vecchio; i padri costituenti americani convenuti nella Sala Congressi di Philadelphia – vissuti in epoche passate alla Storia per concentrazione d’ingegno: rispettivamente la Atene nel V secolo a.C., la Firenze nel Rinascimento, la città della
Pennsylvania teatro della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti del 1776.
 
Nel mesto convivio messo in scena dal film i convitati indicano le espressioni più fulgide dell’intelligenza umana, seppure dal punto di vista di un “oggi” che reputano drammaticamente fuori dai passati splendori della mente.

L’intelligenza come Evento epocale

Proviamo a seguire il filo della suggestione: cosa accade se l’intelligenza non è concepita come un fenomeno emergente dal singolo cervello, ma piuttosto come tratto spirituale, collettivo ed epocale? 

Non sarebbe una proprietà di un soggetto dato innanzitutto “isolato” nella sua struttura psico-biologica, ma piuttosto un’onda collettiva, un’emersione storica. Un accadere, un ritmo ventilatorio.

Non abiterebbe l’individuo ma si manifesterebbe tra gli individui, nei loro interstizi, nelle epifanie collettive. Del resto già Bateson parlava dell’intelligenza come funzione relazionale

L’intelligenza si mostrerebbe, distillando il senso implicatodalla conversazione – solo all’apparenza leggera e radical chic – come fenomeno pneumatico, dinamica di soffio e ritrazione

Quanto accadde ad Atene nel V secolo, a Firenze a cavallo di Quattrocento e Cinquecento, a Philadelphia tra il 1776 e il 1787, sarebbe non la somma dei “Q.I.” degli abitanti, ma qualcosa che attraversa i corpi, le architetture, le lingue, le istituzioni. 

Questo darsi intermittente potrebbe trovare una sua cornice di decifrazione nella concezione di Martin Heidegger dell’essere come donarsi epocale nella forma dell’Ereignis, ossia dell’Evento.

Se anche l’intelligenza è un evento dell’essere che non è prodotto autocratico dell’uomo, ma che, per così dire, passa attraverso di lui, allora essa non è sempre presente, né nella disponibilità delle volontà. Visita alcune epoche e ne ignora altre; si concentra, poi si dissolve; è più simile a una brezza che a un meccanismo.

Misure dell’intelligenza: il pensiero come “calcolo” 

Ma se l’intelligenza è ciò che accade tra i corpi e non ciò che i corpi possiedono in quanto includenti il cervello come struttura materialeessa non potrebbe essere “pienamente” evocata e rappresentata nei test di intelligenza “metrici”, quali il celebre WAIS (Wechsler Adult Intelligence Scale).

Questo strumento, pur nella sua sofisticazione tecnica, divide l’intelligenza in compartimenti misurabili: da un lato, prove linguistiche che riflettono il livello culturale e il capitale simbolico acquisito; dall’altro, prove logico-visuo-prassiche che valutano la capacità di visualizzare, analizzare o sintetizzare schemi e strutture.

Ciò che ne risulta è un’intelligenza reificata, neuro-centrica, de-storicizzata; un dispositivo cerebrale del singolo, sottoponibile a misura e calcolo al di fuori della storia, del tempo. Quindi anche della poesia e della follia.

Intelligenza Artificiale (A.I.) e limite del pensiero calcolante

Ancora: se l’intelligenza è un evento dell’essere, un accadere a espressione relazionale che si manifesta nel tempo e nella storia, allora sfugge alla mera logica computazionale su cui si basa la A.I.

L’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, esemplifica al massimo grado il “pensiero calcolante”: un sistema altamente specializzato nell’elaborazione di dati, nella previsione statistica, nella manipolazione simbolica e nella simulazione linguistica. 

Ma, propriamente, essa non pensa, se per “pensare” intendiamo quel movimento originario che apre l’orizzonte stesso del senso – quel Denken o meditazione dell’essere che Heidegger distingue nettamente dal Rechnen, ovvero dal contare, dal calcolare

Il “pensiero dell’essere”, inteso come autentico pensare, si muove sull’orizzonte solo all’interno del quale appare ogni ente e dunque la stessa A.I. Per quest’ultima, probabilmente, si potrebbe predicare ciò che sempre Heidegger, seminando scandalo, ebbe a dire della scienza – “la scienza non pensa” –, per indicare che essa può pensare i suoi oggetti ma non il proprio orizzonte, che la eccede. Questo orizzonte cioè può essere pensato solo al di fuori della scienza intesa come metodo. Vale a dire ontologicamente.

Epoca come soggetto transindividuale

Il concetto di “intelligenza epocale”, lungi dal voler indicare una semplice metafora storica, potrebbe rinviare a una forma di individuazione collettiva, quale quella teorizzata dal filosofo francese Gilbert Simondon, per cui un’epoca si costituisce come soggetto transindividuale, dotato di una propria coerenza, tensione interna e struttura di senso. 

In questa prospettiva, l’“intelligenza spirituale” non sarebbe da intendersi come un fattore soggettivo aggiunto o extra-culturale, ma come il modo specifico con cui l’epoca stessa si dà, si riconosce e si interpreta. Una sorta di coscienza metastorica inscritta nella trama delle forme vitali, come già intuiva Spengler nella sua morfologia delle culture, in cui ogni civiltà è portatrice di un’anima propria (Seele) che ne guida lo sviluppo simbolico e tecnico. 

Le “eccezioni”

Se l’intelligenza è un “soffio epocale”, come si spiegano figure geniali emerse in periodi cosiddetti “oscuri”? 

Nel dialogo cinematografico da cui abbiamo preso le mosse si fa riferimento a periodi “luminosi” in cui il genio sembra concentrarsi e darsi convegno. Non si nega tuttavia esplicitamente la possibilità di “mosche bianche” che si manifestano in epoche “depresse”. 

Queste “eccezioni” si potrebbero considerare avvisaglie dello Spirito che tornerà a spirare in una sua nuova ricorrenza, o bagliori dell’intelligenza che, proprio nel balenare, sottolinea la sua sottrazione epocale. 

Figure come Dante nel Trecento (secolo di crisi europea), o Hölderlin nell’ottocentesca Germania borghese, potrebbero essere segnali di fumo di un’intelligenza in gestazione o in ritiro. Il monaco Scoto Eriugena, nel IX secolo, traduce Platone mentre l’Europa affonda nel feudalesimo, costituendo una sorta di frammento di Atene in esilio.

Come scrive Walter Benjamin nei Passages“Ogni epoca sogna la successiva” – e forse i geni solitari sono i sognatori che anticipano il risveglio. 

La loro stessa solitudine potrebbe dimostrare che l’intelligenza non è ancora – o non è più – aria che tutti respirano

L’intelligenza dei Peanuts

Eppure, ciò che chiamiamo “intelligenza” si manifesta anche in altre forme: in una battuta che squarcia l’auto-compiacimento; in un gesto che interrompe la norma; in una risata che apre un varco

Sembra rivelarcelo una celebre vignetta di Snoopy: “Ho bisogno di una persona intelligente con cui ridere come fossimo scemiQui l’intelligenza si scopre nella capacità di giocare con se stessa, di rovesciare il proprio prestigio e il proprio sussiegoso blasone. 

La “scemenza” non è, in questa visuale, l’opposto dell’intelligenza, ma la sua “ombra interna”: ciò che ne permette la plasticità, la leggerezza, la compassione. È forse nel riso – quello inaspettato, disarmante, incongruo – che essa mostra il suo lato più sedizioso. 

Ma l’arguzia di Snoopy, che rovescia in leggerezza l’eccentricità e la marginalitànon è soltanto ironia: è una forma sottile di sovversione

Parafrasando Elias Canetti, si potrebbe dire che nulla rende più stupidi di un’intelligenza costantemente esercitata: la vera intelligenza sa riposarsi da se stessa.

Forse è questo il “varco” che si apre: un cortocircuito che interrompe la linearità del calcolo e accende, per un istante, un’altra logica. Quella della meraviglia – di cui abbiamo parlato recentemente come antidoto alla mediocritas non aurea – o dell’assurdo.

Note Bibliografiche
1

Denys Arcand (2003). Le invasioni barbariche. Film. Canada / Francia.

2

Gregory Bateson (1977). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi.

3

Martin Heidegger (1976). Saggi e discorsi. Milano: Mursia. (in particolare: La questione della tecnica; Abbandono).

4

Martin Heidegger (1991). Identità e differenza. Milano: Adelphi.

5

Gilbert Simondon (2001). L’individuazione psichica e collettiva. Roma: Derive Approdi.

6

Oswald Spengler (1992). Il tramonto dell’Occidente. Milano: Longanesi.

7

Walter Benjamin (2000). I «passages» di Parigi. Torino: Einaudi.

8

Charles M. Schulz (2009). Peanuts. Tutte le strisce. Milano: Rizzoli Lizard.

9

Elias Canetti (1981). Massa e potere. Milano: Adelphi.

10

David Wechsler (2008). WAIS-IV – Scala di intelligenza Wechsler per adulti. Firenze: Giunti O.S.

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