Vaso di Pandora

La luce non vista: pensieri sulla mediocrità

Una scena tratta dalla quotidianità: un treno attraversa una delle campagne reputate tra le più belle al mondo, mentre i passeggeri restano immersi nei loro disparati devices elettronici. Nessuno vede il fascio di luce che, filtrando attraverso il finestrino, mette in vibrazione particelle di polvere nello scompartimento, simili a minuscoli coriandoli. 

È una rappresentazione suggestiva dell’anestesia percettiva contemporanea: una mediocritas che non ha più nulla del tratto aureo oraziano e che coincide con la perdita della capacità di essere colpiti dal mondo.

Mediocrità e meraviglia 

La mediocrità, nell’epoca della assoluta trasparenza del mondo tecnico, non è solo stagnazione estetica o culturale, ma impoverimento della facoltà di attenzione autentica rivolta all’alterità.

Nella riproducibilità tecnica, ogni cosa è equivalente a tutto; ogni evento, riducibile a informazione. 

La spiritualità del vedere – la sua tensione, la sua inquietudine – si appiattisce in una pianura entropica. 

Il risultato non è una neutralità pacifica, ma un indebolimento strutturale dell’esperienza.

La meraviglia, categoria estetica e insieme epistemologica, è ciò che la mediocrità espelle: gesto eccessivo, atto di esposizione, sospensione dell’automatismo. 

Non è un residuo romantico, ma un’apertura ontologica: è lo spazio in cui il mondo si dà nella sua eccedenza

La meraviglia nella poesia e nell’arte

La poesia è il luogo in cui questa eccedenza viene nominata senza ridurla: dalla teoria della meraviglia come motore di ogni atto poetico, di Giambattista Marino, alla poetica del primo sguardo che da Leopardi risale fino a Pascoli. 

La poesia non abbellisce: disarma. Restituisce al reale la sua rugosità e alle parole la loro densità primigenia.

Ma il punto non è letterario. È antropologico e clinico.

Il formalismo russo di Šklovskij, all’inizio del Ventesimo secolo, chiamava straniamento quel movimento che rimuove la patina automatica che ricopre le cose, le polveri sottili del già-visto. Un esercizio di percezione, non un artificio. 

La realtà – quando torna opaca, resistente, enigmatica – obbliga a vedere. Ed è proprio la vista che la mediocrità d’oggi dissolve: la realtà diventa sfondo muto, non più evento che interpella.

Pensiero calcolante e ipovisione

Il rischio non riguarda solo la sfera estetica. La perdita della meraviglia produce individui che non vedono

Un uomo attraversa un paesaggio inusuale – un lungomare mediterraneo spolverato di neve, i mandarini accesi come lampade su un albero che costeggia la strada – senza che ciò lo tocchi. Una cecità diffusa, non patologica ma strutturale, anticipa la sterilizzazione dell’alterità descritta dal filosofo sudcoreano Byung-Chul Han: tutto è esposto ma niente appare realmente. Ovvero non si presentifica nella sua potenza misteriosa, quella al di qua di ogni rete gettata sul mondo al fine di renderlo disponibile come sfondo sfruttabile.

Il pensiero calcolante – oggi culminante nell’intelligenza artificiale – opera per riduzione del possibile al probabile, del fenomeno al pattern

La sua potenza predittiva è innegabile: algoritmi radiologici identificano micro-lesioni più velocemente di qualsiasi occhio umano; sistemi di analisi linguistica stimano il rischio suicidario o psicotico. Questo può salvare vite e ottimizzare il processo diagnostico. 

Tuttavia ciò che eccede il modello rischia di essere escluso come rumore

La meraviglia nell’incontro clinico

Di fronte a questo rischio, alcune “contro-condotte” potrebbero custodire il senso dell’inusuale e del non standardizzato. 

Non pratiche spiritualistiche, ma micro-discipline dell’attenzione: rallentare, disinnescare gli automatismi, interrogare ciò che sembra ovvio, restituire al mondo vivo (lebenswelt) la sua capacità di urtare

È un’esercitazione che riguarda tanto la vita quotidiana quanto la clinica: vedere un paziente “come se fosse la prima volta” non è romanticismo, ma un atto di rigore epistemico.

L’incontro clinico non può infatti essere interamente retrocesso a serie statistiche. 

Lo psichiatra, lo psicologo, ogni professionista della salute, non incontrano sequenze, ma una presenza: pause, esitazioni, un silenzio che pesa più della frase da cui è separato.

In Pronto Soccorso un giovane racconta allo psichiatra di avere l’impressione che i gabbiani che intravede dalla finestra della sua stanza volino apposta per lui. L’automatismo diagnostico e la volontà tassonomica spingerebbero verso etichette immediate (delirio di riferimentointerpretazione delirante). 

Ma se il medico sospende la griglia e segue l’immagine, si apre un’altra via: quella di un linguaggio che non traduce, ma ascolta; che non interpreta subito, ma mantiene un margine di stupore. 

Lo psichiatra decide, in modo intuitivo, di condividere col giovane l’associazione di idee con una poesia di Baudelaire, L’Albatros, da egli molto amata in gioventù: uccello, simile al gabbiano, elegante in volo, goffo quando è catturato sulla tolda di una nave. 

Il ragazzo raccoglie con un guizzo vitale. 

Per un istante si apre lo spazio di una condivisione priva di connotazioni procedurali e strumentali. Poi si prosegue come la clinica detta, ma più piano, più delicatamente.

È qui che la cura si scosta dalla tecnica e riacquista statura umanistica.

In questo senso la meraviglia non è un sentimentalismo fuori luogo nella medicina: è anche un atto etico. È ciò che impedisce al clinico di scivolare nell’automatizzazione dello sguardo. 

Senza meraviglia la medicina diventa mera procedura; con essa, l’incontro torna evento singolare. 

Scampoli di re-incanto 

Nelle sue Lettere a un giovane poeta (1903-08), Rainer Maria Rilke scrive che se la vita quotidiana sembra impoverita è in quanto il soggetto non è “poeta abbastanza”. 

Non è un invito estetizzante, ma fenomenologico: l’apparire – nel senso del manifestarsi – non è mai povero in sé; immiserita è la nostra disposizione percettiva. 

L’incontro con la realtà richiede di abitare la domanda, non la risposta. Di sostare sulla soglia, non nella definizione.

La meraviglia, allora, non è una fuga dal disincanto descritto – constatato – da Max Weber. È il suo attraversamento critico. È la possibilità di riscattare lo sguardo dalla ottundente normalizzazione tecnicistica. È il luogo in cui la cura si trae dalla secca dell’algoritmo e il mondo si salva dal diventare sfondo.

Non è promessa, non è elevazione, non è soluzione: è apertura.

È ciò che permette, ancora, che due bambini su un treno possano alzare gli occhi dal tablet sul quale parevano ipnotizzati e vedere nel fascio di luce minuscoli granelli danzare, per un istante soltanto – sufficiente a restituire il mondo.

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