Ho letto con grande interesse il libro del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud “Pazzi da morire. Le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria” Ed. Sensibili alle Foglie, 2026.
Una psichiatria critica, rispettosa dei diritti e della dignità
Da psichiatra leggere le 106 storie di persone che negli ultimi due decenni hanno avuto conseguenze letali nel rapporto con la psichiatria fa molto riflettere e richiede approfondimenti a diversi livelli, in un periodo nel quale ci si chiede non solo cos’è la psichiatria? (Basaglia) ma cos’è la salute mentale? (Colucci).
Nel richiamare l’attenzione alle pratiche reali, alle vite vissute delle persone credo che il lavoro del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud sia molto utile non solo perché tende ad evidenziare il carattere strutturale, sistemico della violenza in psichiatria tesi sulla quale possono esistere punti di vista diversi e articolati, quanto perché in modo analitico mette in rilievo i punti deboli, di possibile lesione dei diritti e della sicurezza delle cure. L’analisi delle storie, organizzate in ordine temporale secondo linee precise, è un grande contributo per la crescita di una psichiatria critica, “gentile” (Borgna) e sempre rispettosa dei diritti, della dignità e della vita delle persone anche in situazioni di rischio.
Le sei sezioni del testo evidenziano i nodi fondamentali: l’utilizzo degli psicofarmaci, la contenzione meccanica, i trattamenti sanitari obbligatori, i percorsi giudiziari e le conseguenze dell’incuria, dell’abbandono, dello stigma fino al complesso tema dei suicidi.
Emergenza-urgenza e sicurezza delle cure
Storie, spesso brevi e incomplete, con molti punti interrogativi, alla ricerca di un senso, che sembrano suscitare scarso interesse, vissute in solitudine, in situazioni di carenze relazionali, disinteresse, abbandono. È questo il punto che mi colpisce avendo lavorato per 45 anni nei servizi di salute mentale pubblici con l’intento di essere di aiuto a chi soffre, di restare accanto alle persone, alle loro famiglie. Un lavoro che si svolge in setting diversi nel territorio, a casa delle persone, in pronto soccorso, ai servizi di salute mentale ospedalieri, residenziali.
Vi sono le situazioni difficili, estreme, dell’emergenza urgenza di persone non note, non ancora diagnosticate ma spesso intossicate, con comportamenti molto alterati, aggressivi, non sensibili agli approcci relazionali. Certamente questo è un punto critico come evidenzia anche il recente fatto di Bologna che ha portato alla morte di Abderrahim Fakir, e come in passato è successo a Riccardo Magherini e purtroppo ad altri. Non solo per il restraint in posizione prona, compressioni ma anche, non citati nel testo, in relazione all’uso del taser da parte delle Forze dell’Ordine. Dal 2022 “in Italia ci sono stati almeno 7 casi di decessi legati ai taser, di cui 5 solo nel 2025”. I dati provenienti dagli USA sono assai preoccupanti sia per il numero di vittime sia per gli stili operativi, che porterebbero ad un uso precoce del taser invece delle tecniche di descalation.
L’uso degli strumenti relazionali, le tecniche per il contenimento e la messa in sicurezza, l’impiego dei farmaci in E-U per la sedazione dovrebbero essere oggetto di Linee guida (come proposto dalla Società italiana di medicina di emergenza-urgenza (SIMEU) e anche dalla Polizia di Stato) condivise tra le diverse istituzioni chiamate ad intervenire. In questo percorso è fondamentale la partecipazione di associazioni di utenti, familiari e garanti dei diritti. Un approccio che dovrebbe comprendere come fare prevenzione (si pensi allo stato di disperazione di certe persone prive di ogni mezzo, alle intossicazioni acute…) e una formazione congiunta.
Psicofarmaci, prevenzione e protagonismo della persona
Maggiore attenzione va riservata al trattamento programmato con psicofarmaci visti gli effetti collaterali noti che richiedono cautele e prevenzione di eventi gravi e mortali. Tra questi fa impressione il numero di persone decedute per soffocamento da cibo per disfagia. Condizione che andrebbe prevenuta e gestita con protocolli e adeguata formazione di personale, utenti e familiari. Vi sono gli effetti cardiovascolari, sindrome metabolica, problemi neurologici che in persone anziane o con disabilità sono meno prevedibili, il che dovrebbe orientare a privilegiare interventi relazionali, ambientali evitando il sovraccarico psicofarmacologico. Al contempo andrebbero sviluppate le attività per la tutela della salute (considerata la morbilità e mortalità prematura delle persone con disturbi mentali, con attese di vita di 15-20 anni inferiore) e approcci che possano portare alla deprescrizione e ad un reale protagonismo della persona titolare della cura (consenso informato, engagement, disposizioni anticipate di trattamento DAT).
La contenzione meccanica e il modello dell’emergenza urgenza
Sul tema contenzioni meccaniche sono riportate diverse storie. È un punto molto dolente essendo gli SPDC italiani, per il 95% di tipo restraint. S’impone un cambiamento come per altro auspicato anche da altri come Piero Cipriano circa il modello di intervento in emergenza urgenza e in merito ai trattamenti coercitivi. Diverse storie sono note: Giovanni Casu, il maestro Francesco Mastrogiovanni, Elena Casetto, fino a Wissem Ben Abdel Latif.
Gli esisti giudiziari in molti casi non sono noti. In quelli giunti a conclusione talora si è avuta la condanna di psichiatri e infermieri per Francesco Mastrogiovanni mentre si è avuta l’assoluzione in altri come nel caso di Elena Casetto. Pur nella complessità di ogni singola situazione e nelle differenti sensibilità rispetto ai beni e diritti da tutelare, la giustizia interviene sempre ex post. Altri sono gli strumenti preventivi, del governo clinico, di valutazione e condivisione dei rischi, di possibili interventi organizzativi e metodologici.
Dalla contenzione alla riflessione sui servizi di salute mentale
Dopo oltre 50 anni dalla morte di Antonia Bernardini avvenuta il 31 dicembre 1974, dopo una lunga agonia a causa alle ustioni riportate a seguito dell’incendio del letto dove era contenuta nell’OPG di Pozzuoli che allora suscitò indignazione e la successiva chiusura di quell’OPG, la recente circolare sulle contenzioni della Conferenza Stato Regioni, pur piena di buone intenzioni anche ai fini della sicurezza, finisce con l’ammettere la contenzione meccanica non solo in SPDC ma anche nelle REMS e persino nei reparti per le persone di minore età. La pratica della contenzione nei servizi di neuropsichiatria viene giustamente rilevata nel testo e colpisce l’ampio utilizzo ma non sembra suscitare riflessioni teoriche, attenzione ai vissuti e agli approcci (l’alleanza adulta di psichiatri e genitori rispetto all’adolescente) con il rischio che si affermi una “real politik” basata più su contenzioni “ben fatte” piuttosto che su zero contenzioni.
La questione della gestione dei comportamenti “problema”, aggressivi, violativi richiede oltre all’appropriato utilizzo dei farmaci, formazione, tecniche relazionali, ma anche ambienti adeguati, nel verde, non sovraffollati e chiusi. Questo contrasta con le condizioni reali di molti servizi non solo psichiatrici ma anche per anziani e disabili. A questo proposito colpisce come vi siano coinvolte anche istituzioni, come lo Stella Maris, considerate eccellenze, a testimonianza di una situazione che va affrontata a tutti i livelli anche in termini autocritici, rispetto a formazione del personale, deleghe agli Enti del Terzo Settore. Serve anche una riflessione su letture che vedono solo il dato biologico e non gli aspetti relazionali, familiari, sociali, ambientali e culturali portano ad un impoverimento delle pratiche il che, tra l’altro contrasta con le evidenze che vengono da neuroscienze, genetica/epigenetica e psicopatologia evolutiva e fenomenologica.
TSO, diritti della persona e lavoro interistituzionale
Il TSO e gli incidenti anche molto gravi occorsi nella loro esecuzione, come testimonia la storia di Soldi ma anche di altri, devono indurre a rivedere protocolli e tutele della persona e degli operatori. Sul punto specifico i servizi di salute mentale sono spesso in una posizione difficile pressati in modo contraddittorio da più partii, familiari, vicini, servizi sociali, forze dell’ordine e, in quelle condizioni, agire nell’interesse e a tutela dei diritti della persona che soffre non è sempre facile. Anche qui il lavoro interistituzionale è fondamentale per operare in sicurezza ma va evitata una deriva securitaria, che mira ad allontanare le persone, ad espellere i problemi, confinandoli in luoghi specifici extracomunitari. Come acutamente scritto, citando Chiara Volpato i processi di deumanizzazione portano ad autorizzare la violenza da parte delle autorità e la proceduralizzazione routinaria nei compiti favorisce una diffusione e dispersione delle responsabilità.
Salute mentale, comunità e determinanti sociali
La qualità della convivenza, del patto sociale risulta cruciale per il rispetto di diritti/doveri. Il rapporto tra i poteri, il loro esercizio chiama in causa la psichiatria che può solo adempiere al mandato di cura al servizio della persona che soffre. Ma la psichiatria da sola non basta per costruire la salute mentale: servono interventi educativi, ambientali, culturali, sociali (casa, lavoro, reddito). Il complesso dei determinanti sociali, ambientali e culturali è fondamentale per la salute mentale e per prevenire il suicidio creando speranza e futuro.
Salute mentale e percorsi giudiziari
In questo quadro si inseriscono condizioni delle persone private della libertà quando si trovano in percorsi di ambito giudiziario: carceri, articolazioni Tutela Salute Mentale (ATSM), Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), libertà vigilata e detenzione amministrativa nei Centri Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Per carcere e ATSM vengono segnalate le condizioni di grave sovraffollamento, di degrado ambientale ed igieniche che unite a carenze progettuali e di cura creano contesti patogeni e disperanti.
La questione delle REMS e del funzionamento della legge 81/2014, pur tra molte criticità, a mio avviso ha segnato un passo in avanti che andrebbe completato con la riforma del codice penale (doppio binario, l’abolizione della pericolosità sociale e delle misure di sicurezza) in favore di una piena imputabilità delle persone con disturbi mentali. Per un corretto funzionamento del sistema e per evitare il persistere o il riproporsi di logiche manicomiali, occorre decostruire la contraddizione cura/custodia attribuendo nell’ ambito della collaborazione, a ciascuna istituzione chiare competenze e mandati precisi.
Stigma, diritti e responsabilità della psichiatria
Infine ancora molto grande vi è il peso del pregiudizio e dello stigma in base al quale qualsiasi manifestazione, sintomo, di una persona con disturbi mentali deve essere di natura psichiatrica con conseguenti possibili omissioni dei necessari e appropriati interventi medici. Una linea che porta all’abbandono, al disinteresse o alla richiesta di interventi coercitivi e custodiali. Nella personale convinzione che i servizi per la salute mentale possano avere un ruolo utile e positivo, direi insostituibile, quindi in una prospettiva psichiatrica, il libro pur di un collettivo antipsichiatrico è un report di storie tragiche che dice “il re è nudo”.
Quindi è assai utile per chi opera nei servizi al fine di sviluppare consapevolezze, autocritica e migliorare la prevenzione e la cura cogliendo quante e quali sofferenze possono derivare dalla mancata accoglienza, dall’assenza di riconoscimento e ascolto dell’altra persona e dalla riduzione fino alla perdita dei diritti e della dignità connessa anche ai meccanismi istituzionali. Un percorso di cambiamento per una salute mentale di/nella comunità che può avvalersi del decisivo apporto di cittadini, utenti e familiari e credo anche di tanti operatori, professionalmente preparati, eticamente e politicamente sensibili a creare le migliori condizioni per la salute mentale mediante le diverse forme del prendersi cura.



