Nel suo significato originale, il coping deve essere inteso come la normale modalità di risposta ai problemi comuni e quotidiani della vita. In un’ottica più specifica, quando parliamo di strategie di coping ci riferiamo alla gamma di comportamenti che le persone mettono in atto per evitare di essere danneggiate da situazioni avverse. Poiché l’attenzione è spesso focalizzata su condizioni potenzialmente pericolose, il coping viene considerato come una strategia di protezione altamente individualizzata contro le minacce e gli stress che emergono in specifiche situazioni personali.
Che cos’è lo stress e perché non dipende solo dagli eventi
Ma cosa intendiamo veramente per “stress”?
Molti ritengono che lo stress sia un evento imprevisto e necessariamente negativo; altri pensano invece che sia l’insieme delle reazioni fisiche, psichiche o comportamentali che subiscono. In realtà, l’aspetto costitutivo dello stress è il modo in cui viviamo nella nostra mente gli eventi della vita.
Quando ci capita qualcosa, la nostra mente valuta automaticamente la situazione e decide se questa rappresenti o meno una minaccia al nostro equilibrio. Se il risultato di questa analisi evidenzia che la situazione supera le nostre risorse o capacità di farvi fronte, allora – e solo allora – la etichettiamo come “stressante”.
Il ruolo delle strategie di coping nei disturbi mentali
La sfida per le persone con disturbi mentali si presenta su tre livelli:
- far fronte ai sintomi della malattia
- alle relative conseguenze degli stessi sul funzionamento personale
- agli eventi stressanti che sono indipendenti dalla malattia stessa
È risaputo che anche i deficit cognitivi, in particolare quelli a carico della memoria e delle funzioni esecutive, sono correlati a un ridotto uso di strategie di coping e a una minore capacità di flessibilità di pensiero.La capacità di far fronte agli eventi stressanti è stata riconosciuta, quindi, come fattore determinante per la qualità di vita nelle persone con disturbi mentali. (Cohen et al. 2012)
Lo schema riportato di seguito può essere utile a cogliere il ruolo e l’importanza del meccanismo di “coping” nel quadro complessivo del modello stress-vulnerabilità-fattori protettivi. Al centro del processo di recovery c’è la trasformazione da un’identità dominata dalla malattia, a un’identità di agency e di competenza. Un approccio orientato al recovery è quello che consente alle persone di usare i loro punti di forza e le loro risorse, nel loro ambiente di vita.
Recovery, fattori protettivi e sviluppo dell’agency
Questo modello, ampiamente sviluppato da Kim T. Mueser nell’ambito della riabilitazione psichiatrica moderna, spiega l’andamento dei disturbi attraverso l’interazione dinamica di tre elementi chiave, ribaltando la vecchia visione passiva della cura. Mentre la vulnerabilità biologica rappresenta solo il dato genetico di partenza e lo stress funge da potenziale innesco ambientale, entrambi rischiano di schiacciare la persona in un ruolo passivo e dominato dalla malattia se lasciati a se stessi. Nel modello orientato alla recovery, questi due elementi non sono condanne insormontabili, ma lo sfondo su cui si innesta la vera risposta terapeutica.
La vera svolta risiede infatti nel terzo elemento: i fattori protettivi, all’interno dei quali il meccanismo di coping gioca un ruolo da protagonista. Se i fattori protettivi generali includono il supporto sociale e il trattamento farmacologico, le strategie di coping rappresentano le abilità attive che la persona impara a mettere in campo per gestire le difficoltà, regolare le emozioni e riconoscere i primi segnali di malessere. È proprio attraverso il potenziamento del coping che si realizza la trasformazione identitaria al cuore della recovery. Utilizzando i propri punti di forza e le risorse presenti nel proprio ambiente, la persona smette di essere uno spettatore passivo del disturbo. Sperimenta così una ritrovata agency — la consapevolezza di poter influenzare attivamente il proprio benessere — e una concreta competenza, elementi fondamentali per riappropriarsi della propria vita al di là della diagnosi.
Le principali strategie di coping nella pratica riabilitativa
Di conseguenza, lo sviluppo di questa competenza non può astrarre da un allenamento mirato e strutturato. Nella pratica riabilitativa orientata alla recovery, le abilità di coping si traducono in azioni concrete che — in linea con gli orientamenti della Canadian Mental Health Association — possono essere ricondotte a tre macro-aree essenziali:
- Coping orientato al problema: Abilità pratiche focalizzate sulla modifica diretta della situazione stressante (es. definire un obiettivo di vita scomponendolo in piccoli passi raggiungibili, tecniche di problem solving per gestire le scadenze quotidiane, o la pianificazione delle attività per contrastare l’inattività).
- Coping orientato alle emozioni: Strategie mirate a regolare la risposta emotiva e la sofferenza interna generate dallo stress, particolarmente preziose quando l’evento non può essere modificato (es. tecniche di rilassamento, respirazione diaframmatica, o la ristrutturazione cognitiva dei pensieri catastrofici).
- Coping specifico per i sintomi: L’apprendimento di risposte comportamentali e cognitive mirate a contrastare direttamente i sintomi persistenti (es. l’uso della distrazione o dell’ascolto di musica con cuffie per gestire le allucinazioni uditive, o l’attivazione di protocolli individuali di risposta ai primissimi segnali di scompenso, i cosiddetti early warning signs).
Allenare la flessibilità per affrontare lo stress
Tutti noi saremmo caratterizzati da uno di questi stili, anche se, in funzione delle circostanze, possiamo adottarne uno o l’altro (o entrambi) o adattarli in tempi diversi, avendo il copying anche un aspetto temporale.
Allenare la flessibilità significa proprio questo: dare alla persona una “cassetta degli attrezzi” dinamica, capace di evolversi insieme a lei. Del resto, l’agency non si impara a memoria su un manuale; si trasforma in una risorsa concreta solo quando le risposte di coping vengono co-costruite giorno dopo giorno, calibrandole sulla storia del singolo. È questo cambio di rotta a ribaltare completamente il significato della cura, trasformando la malattia da una condizione di passiva vulnerabilità a una sfida reale, aperta e affrontabile passo dopo passo, direttamente nel proprio contesto di vita.




