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Autismo: i principali approcci terapeutici e l’importanza della presa in carico multidisciplinare

Condurre una diagnosi, intesa come l’attribuzione di un’etichetta, è riduttivo; per sostenere un percorso terapeutico, essa non basta. Constatato che ciascuno di noi è unico, affinché venga realizzato un intervento efficace, bisogna possedere una conoscenza approfondita dell’individuo.

Nel contesto dell’autismo, la conoscenza multidimensionale e la presa in carico del soggetto, è il risultato del lavoro coordinato di un’equipe multidisciplinare.

L’importanza della presa in carico multidisciplinare

I trattamenti devono essere continuativi, adottando una prospettiva life-span, dinamici perché devono essere flessibili al variare del singolo e della sua cornice ambientale, devono essere intensivi e rivolti non solo al paziente ma anche al contesto. Tutte queste caratteristiche sono espresse nell’«Educating Children with Autism»: un report scientifico a cui fanno riferimento tutti i trattamenti nell’ambito dell’autismo.

L’importanza attribuita al contesto si lega alla necessità che le istituzioni sociali, soprattutto quelle a più stretto contatto con il bambino, siano formate al fine di saper offrire il tipo di supporto necessario.

Vi sono trattamenti specifici dedicati sia alle famiglie che alle scuola poiché rappresentano i due mondi sociali dove il bambino, fin da subito, è posto: il parent training e il teacher training.

Attualmente non si può guarire dall’autismo, non vi sono farmaci specifici per il disturbo (talvolta, può venirne prescritto qualcuno allo scopo di gestire un altro disturbo associato).

Sebbene l’impossibilità della guarigione, è indispensabile l’intervento terapeutico, al fine di sostenere le persone e aiutarle affinché possano condurre la vita sfruttando le proprie potenzialità e raggiungendo il massimo delle autonomie consentite loro.

I principali approcci terapeutici per l’autismo

Possiamo raggruppare le principali proposte terapeutiche, in tre approcci: comportamentale, evolutivo ed ecclettico.
Appartenente alla prima prospettiva, ricordiamo l’ABA. Proposto da Lovass, basandosi sulla logica dell’apprendimento operante e sfruttando il principio di rinforzo, parcellizza le abilità da acquistare in sotto abilità. Ha lo scopo di sostenere un miglioramento adattivo e funzionale dell’individuo.

Invece, il DIR, messo a punto da Greenspan e Weider, di derivazione evolutiva, è meno strutturato rispetto al precedente. Attribuisce particolare rilievo alle peculiarità individuali e pone al centro gli interessi dei singoli, a partire dai quali verranno strutturate le varie attività e, inoltre, attribuisce un ruolo centrale ai genitori.

Diversamente, la prospettiva ecclettica cerca di integrare i caposaldi degli altri due approcci, andando oltre ed evidenziando l’importanza di intervenire nella ristrutturazione dell’ambiente per consentire più opportunità di crescita al soggetto con autismo.

In letteratura, vi sono anche strategie terapeutiche alternative che sfruttano la musica, l’arte e la tecnologia.
Tutte queste proposte rappresentano modalità differenti attraverso cui il clinico può instaurare la relazione terapeutica col paziente.

Dalla presentazione delle diverse terapie, emerge soprattutto la loro diversità e la loro numerosità. Due aspetti che, a mio avviso, sono molto significativi poiché riflettono la messa al centro dell’individuo, dei suoi interessi e delle sue caratteristiche.

Inoltre, ritengo che la collaborazione della clinica (più specificatamente della terapia) con la tecnologia, la musica e l’arte rappresenti l’essenza del progresso, dal momento in cui queste ultime sono messe al servizio dei più bisognosi.

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