Vaso di Pandora

Valutare le impressioni: inseguendo i pensieri di Spielrein, Bion, Sandler, Levine e altri

Mi azzardo a riferire brevi osservazioni che riguardano il tragico, tema esplorato da Paulo Sandler nel suo scritto “FATTI”, iniziando dall’ironico invito che l’autore propone:

Bene, ho l’impressione che il problema della conoscenza possa interessarvi”.   

Ritorno così a riflettere intorno ai nostri analitici tentativi di dare significato all’ignoto del paziente nei diversi modi del nostro incontrarlo, all’interrogarci riguardo al bisogno-desiderio-timore che variamente lo abitano nel disporsi ad essere il contenuto del contenitore che a lui offriamo. 

Ho pensato di iniziare con quel paradossale ‘stare insieme’ proposto da Bion, testimonianza paradossale anche dei tentativi del paziente “di distruggere i propri legami con la realtà e in particolare con quella realtà che collega gli oggetti vivi gli uni agli altri” (Cogitations p.220).   

Prendo l’avvio da una esperienza clinica che Bion descrive (Cogitationsp,.204): “Il paziente è in grado di creare un’impressione. Il mio tentativo di comprenderlo va a buon fine in quanto ricevo un’impressione, ma fallisce nel senso che non sono in grado di valutare l’impressione che ricevo. Il paziente parla: << Beh, mi sembra di non avere niente da dire…niente, non mi sembra proprio niente…Devo per forza aver fatto qualcosa di sbagliato…no, è inutile>>. Queste affermazioni vengono fatte come se fossero indirizzate a me. Ogni gruppo di parole è seguito da una pausa, come se mi invitasse a rispondere”.

Bion non ha risposte, aggiunge nello scritto le ipotizzate ragioni del rendersi incomprensibile del paziente:

“…c’è un attacco alle Posizioni, perché esse sono un fattore vitale della conversione dell’ignoto in noto. Vale a dire che la capacità di apprendimento dell’individuo dipende durante tutto l’arco della sua vita dalla sua capacitò di tollerare la posizione schizo-paranoide, la posizione depressiva e la continua alternanza tra le due”.

Allora la domanda al lavoro analitico: in che modo riconosco, riconosciamo nei pazienti la verità della richiesta, la pretesa di essere accolti da un contenitore che ha il compito di compiere quello che non è stato fatto o che è stato demolito, la traduzione dei grumi Beta in sogni, pensieri, elementi Alfa?

Il linguaggio simbolico e il contenitore analitico

Domanda che anni fa ci ponemmo con la dottoressa Corsa ritornando a considerare la tesi di laurea di Sabina Spielrein,1911, “Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia” di cui riportammo il breve dialogo tra terapeuta e paziente che “sente voci che la rimproverano di stare tutto il giorno sdraiata sul ventre”.

T: Che cosa significa questo stare sdraiata sul ventre?

P: Lei non ha mai avuto delle visioni?

T: Si

P: Qualche volta ha visto degli occhi nella neve?

T: Non capisco bene cosa voglia dire con questo

P: Lei però sa che l’acqua significa lacrime che vengono dal cielo

T: (dubbiosa) Si…

P: L’acqua gela, diventa ghiaccio e neve

T: Che cosa sono allora gli occhi?

P: Negli occhi si manifesta l’anima che per il dolore si è congelata trasformandosi in neve. È diventata una crosta di neve per il dolore sofferto. E Cristo vuole liberarci da tutte le sofferenze:

questa è la sua missione.

Ci interrogammo allora – quesito che sto riproponendo – sulla congiunzione tra il contenuto di queste modalità di comunicazione e il possibile contenitore, “inteso come il risultato dell’operazione di trasformazione in significati che avviene nella mente dell’analista” (op.cit.) e le ragioni di questo tentativo, la proposta del paziente e il suo accoglimento nel terapeuta.

Frammenti di esperienza e ricerca di significato

Una mia esperienza.

Mi sono da molti anni interrogato a questo proposito su un frammento di colloquio che una Educatrice di Comunità Terapeutica ebbe con Piera, donna di circa 60 anni dimessa, dopo 25 anni, da un Ospedale Psichiatrico con diagnosi di Psicosi parafrenica e in contatto con lei perché inserita in un corso di rialfabetizzazione.

Piera: Non mi lasciano sognare!

Educatrice: Ci sono i sogni della notte quando dormiamo e quelli del giorno quando sogniamo a occhi aperti. Di quali sogni parla?

P: Voglio sognare anch’io che sono Piera e appena si potrà voglio anch’io che sono Piera che si vedano i miei occhi di nuovo.

E: I tuoi occhi parlano per te, io vedo quando sei triste, quando stai bene, se sei arrabbiata o se sei contenta.

P: Anche i tuoi, Maestra, parlano di te? E il tuo lavoro fa vedere con gli occhi?

E: In un certo senso, sì.

P: Io, che sono Piera, ho per disgrazia gli occhi ammalati, hai il tuo territorio curativo in tasca? Te lo ricordi?

E: Ricordo “la pietra che cura”

P: Tutti i mali passano soltanto dopo aver lavorato nel territorio delle cure curative.

E: Fammi un esempio di territorio curativo.

P: Aver lavorato nel territorio curativo vuol dire di nuovo malata. Quando ero malata, io, che sono Piera, non capivo niente.

E: E cosa auguri agli ospiti della C.T.?

P: Lunga vita e che si facciano passare i nostri mali e che si veda di nuovo negli occhi con gli occhi, sono la dottoressa Piera.

Cercammo anche in questo caso di valutare il significato di quelli che chiamai frammenti perché definiti dall’affiorare, forse iniziare a prendere forma (con un greve alone di indeterminatezza) elementi psichici che potrebbero suggerire l’avvio nella paziente della richiesta della loro riconoscibilità. 

Uno stimolo inviato sotto forma di “una vaga turbolenza sensoriale” (Levine, p.60) a cui la possibilità di rispondere è affidata (fede) all’intuizione, senso al sentire, modo che, scrive Chuster, può consentire “il legame tra l’intuizione analitica e il linguaggio dell’effettività”(p.147). Frammenti  di un’antica, smarrita memoria, la memoria del possibile riconquistare il pensare-sognare, di accedere quindi al simbolico, al rappresentato, espressione di una assente, perduta, funzione Alfa che per riaccendersi ha bisogno di un contenitore che ne accolga i frammenti, nuclei dispersi della preconcezione, e che avvii con Piera funzioni trasformative.

Piera fa davvero domande, vuole davvero essere accolta? Ogni frase, ogni interrogativo è davvero un invito a rispondere?

Non risolvemmo l’enigma, ebbe la meglio la Sfinge. 

Mi limitai a immaginare che le due sofferenti tentassero, spinti da stimoli che avevano nel ‘sensoriale’ il luogo di inizio, l’incontro con contenitori ove tentarne la traduzione in esperienze che prendessero la forma di immagini, (oniriche?), pensieri, elementi Alfa.

Bloccate, impedite poi da angosce di vuoti, assenze, imprigionamenti.

Aggressività, transfert e timore di annientamento

Ricordo un momento di una lunga analisi con un adolescente psicotico: “Entra torvo. Sbatte la porta, resta in piedi rigido. Dice con assenza di tono: <<Vorrei toglierle gli occhi e metterli sul tavolino>>. Esce. 

Vuole disarmarmi, distruggere i miei strumenti di asservimento, paralizzare in questo modo il mio usarlo, penso, e sono tormentato. Apre di nuovo la porta e sta in piedi:

P. Ho pensato al suicidio (parla freddamente)

Io : Ha pensato con terrore che io mi impadronissi di lei (sono sufficientemente sicuro di quello che dico)

P. La vedo pallido e stanco, ho paura che stia male (tono appena preoccupato)

Io: Pensa che io non riesca a reggere le sue sofferenze e che io mi ammali

P. Non penso che mi suiciderò.

(Tono che ho letto o voluto leggere come rassicurante).

Il pensiero tra ignoranza e costruzione teorica

È allora possibile per un osservatore (hanno domandato a Bion) dire se un’altra persona sta pensando dei pensieri o se non sta pensando dei pensieri, o, infine, se non è ancora disponibile un inconscio a cui chiedere di svelarsi? 

 L’analista, in questo procedere, si muove tragicamente nel viaggio tra Ps<->D (il fatto scelto) grazie alla tolleranza al non immediatamente saturato dalla “teoria formale”.

Non sempre possibile.

Bion: “È talmente difficile sopportare d’essere ignoranti, è talmente più facile racimolare una risposta che sia una spiegazione più o meno razionale…”( idem..p.67).

Sandler ci avverte di questo introducendo la funzione anti-Alfa (p.55), ovvero la funzione di trasformare in dati apparentemente sensoriali gli elementi mentali, elementi Beta, che non risultano intellegibili .

Ciò che prima era avvenimento mentale ineffabile, intollerabile, inesistente, si capovolge in concretezza teorica, “definibile con precisione apparente”. Ovvero l’intolleranza a Ps immette l’analista in “una sorta di meno-D”, fatto di erudizione, spiegazioni, mortificazione del comprendere.

La prigionia psichica e il lavoro trasformativo

Una fantasia oniroide di una giovene paziente: mi è parsa lo svelamento del non precedentemente compreso “Ero rinchiusa dentro un personaggio di un libro, non so quale, e mi ribellavo e soffrivo e cercavo di chiedere che ‘loro’ mi facessero ritornare me stessa, quel personaggio toglieva troppo di me. Gridavo aiuto”.

In effetti mi gridava d’aiutarla e ci mettemmo mesi per accedere al racconto racchiuso nella favola-sogno e a iniziare a liberarla e a restituirle, almeno parzialmente, il contatto con il corpo, con i desideri, alla, parziale, comprensione del senso di prigionia.

Il silenzio, gli elementi Beta e la trasformazione analitica

Aggiungo un’esperienza clinica che nuovamente mi ha avvicinato a Sandler, alla sua nota su Elementi Beta “inintelligibili” (p.41) nella quale osserva che “la sua presentazione fenomenica è relativamente frequente; si tratta del silenzio verbale. O quel ‘silenzio’ che è solamente silenzio nel caso la persona che cosi lo qualifica sia totalmente inghiottita nel mondo composto da stimoli sensorialmente apprensibili”. 

Sandler, narrando l’esperienza analitica con Maria, paziente che non parla, che trasporta i suoi sentimenti nell’analista non con le parole, riesce a dare senso a ciò che Maria chiede e che la terrorizza nel non accadere: ”Le dissi che ella desiderava una madre che potesse discriminare per lei tutti i sentimenti e le necessità che ella avesse. Nell’istante in cui terminai la frase ella incominciò a piangere” ( p.46).

Silvana è una ragazza di 16 anni. Il padre mi ha chiesto di vederla perché Silvana soffre, non parla, non va a scuola, non esce di casa, che fare? La mamma arriva in studio con la figlia, di piccola statura, robusta, sguardo verso terra. Siedono sul divano, di fronte a me. La mamma mi ripete che Silvana sta male, come già era stata tempo prima, ma ora quasi non parla, sta in camera sua, sono due settimane che non va a scuola. Parla poi della nonna che era stata male qualche tempo fa, agitata, poi curata con faramaci. Silvana è quasi rannicchiata sul divano, si volta verso la madre, una smorfia. Le dico che penso sia spaventata, forse molto. Mi guarda, sopra gli occhiali, nuovamente si volta verso la madre, atto che farà più volte, quando le dico delle cose. Osservo che deve avere una gran paura di allontanarsi da casa, penso che qualcosa, qualcuno che sta dentro di lei le ha fatto capire che il pericolo, la minaccia è fuori e l’aspetta…cosa la spinge a credere? Parlo, Silvana mi ascolta e poi guarda la madre. Intervalli di silenzio tra noi, provo una sorta di tenerezza, ho l’impressione che le mie parole entrino in lei. Mi guarda per più tempo. Non mi sento obbligato a parlare, mi pare la cosa più naturale. Le chiedo se il cibo la tranquillizza e qui mi guarda assentendo, poi un breve si. Prosegue nel fine seduta il suo assentire verbalmente. Le dico infine che la vorrei vedere la settimana seguente, guarda la madre, annuisce. Escono e la sento piangere. 

La mattina seguente mi chiama la mamma, mi dice che Silvana si è vestita per bene e le ha detto stupendola: 

<< Oggi vado a scuola>>. 

Mi sono dedicato, nell’après-coup, a “valutare le impressioni”, ovvero la possibilità d’aver accolto nella mia mente gli elementi Beta che l’identificazione proiettiva di Silvana immetteva in me, traducendoli, come accadde a Sandler, in elementi della categoria C della Griglia, Pensiero del sogno, mito, sogno, modello (Bion p.20) per poi restituirli a Silvana come embrionali Elementi Alfa.

Forse. 

Ho rivisto Silvana: ci siamo incontrati senza la madre, mi ha detto che ha continuato ad andare a scuola, meno ansia …Mi guarda e mi dice:<< Faticosa la scuola…>>.

<< Perché vai a scuola?>>.

Apre di più gli occhi, il tono è emozionato: << Voglio fare la maestra d’asilo- Quando li guardo, quei piccoli bambini, voglio aiutarli, stare con loro..>>. Alcune domande a me stesso e ora a chi ascolta, Paulo allora…

È questo uno dei modi d’essere con il paziente di cui parliamo, parla Ogden condizione di cui l’esperienza emotiva ci informa nel modo del riconoscibile? 

A cui il pz. risponde con un particolare tipo di apprendimento trasformativo, ontologico, in cui ho colto la sensazione d’essere stato ben usato?

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