Il martedì mattina tengo in comunità un colloquio con un paziente filippino immigrato in Italia all’età di 7 anni. Lo trovo, di solito, a letto, tutto vestito con anche il giubbotto, con la coperta fin sopra la testa.
Lo chiamo dalla scale, lui è al primo piano.
“BOLANO (nome di fantasia), SCENDI CHE ABBIAMO IL COLLOQUIO”.
Lui diligentemente scende vestito come il giorno precedente e mi dice “ eccomi”. Secondo la cartella clinica e il Csm la diagnosi è Schizofrenia. Anche se ha, inoltre, evidenti stereotipie comportamentali e verbali legate a qualche forma di autismo.
Tra musica e cartoni: costruire una relazione possibile
Ormai da quasi due anni. Io e lui ci mettiamo davanti al PC della struttura e apriamo YouTube e gli chiedo: “Cosa vuoi guardare oggi?” “Mew. Pokemon”
“Intendi MewTwo “
“Mew. Pokemon piccolo”
Eravamo partiti con Frozen. Per 6 mesi ogni martedì mattina per mezz’ora mi guardavo tutte le canzoni di Frozen 1, 2, 3. Let it go, era la più gettonata. La guardavamo prima in inglese (le filippine sono anglofone) poi in italiano. Ero, così, assorbito da questo Regno di ghiaccio.
Il silenzio che interrompe le allucinazioni
La cosa che mi colpiva di più era che Bolano in quell’attimo in cui si posizionava di fronte allo schermo smetteva di pregare. Dico pregare perché è la similitudine più vicina a rendere meglio il concetto. Per essere più tecnici, lui parlotta continuamente tra sé e sé, confabulando con le sue allucinazioni uditive. Lo fa talmente sottovoce che non si capisce niente, ma quando gli chiedi cosa stesse dicendo, lui risponde: “Niente, niente”.
Essendo un paziente molto ritirato, estremamente allucinato, con una famiglia di, madre, padre e due sorelle seguiti tutti dal CSM era per me un miracolo che lui continuasse a presentarsi. Ma la sorpresa fu ancora più grande quando le prime volte mi accorsi che di fronte al video lui smetteva di “pregare”. Più tardi, su un suo racconto frammentato di cosa facesse a casa con i suoi genitori, collegai l’intimità di quell’atto.
Capii tra le righe, che guardare la televisione con la sua famiglia da piccolo, era forse l’unico modo di rilassarsi, di non sentirsi sotto pressione.
Io non gli chiedo niente. Lui sceglie i video. Io accendo il PC e mi metto di fianco a lui. Ogni tanto mi guarda di sottecchi per vedere se guardo anche io.
Dopo Frozen siamo passati a Justin Bieber, Ne Yo, Taylor Swift. Tutte canzoni frizzanti e leggere di più di una decina di anni fa che a lui piacciono molto. Dopodiché abbiamo virato sul Basket, nel periodo estivo, dopo una partitella al campetto organizzata da me con miei vecchi amici di basket + operatori + pazienti, compreso lui. Il caldo non lo sentiva e sul cemento con la palla in mano era molto più sciolto della sua andatura normale. Anche se stanco lo vidi sorridente, soddisfatto della sua presenza. Così cominciammo a vedere partite di basket del campionato filippino, poi del college americano e poi Nba.
Dal campionato americano passammo ai cartoni come Slam Dunk, ai sparatutto come Call of Duty (che giocava da adolescente) per finire a Dragon Ball e infine ai Pokémon, dove siamo tuttora.
Il suo preferito è Charmander. Mi ha fatto vedere una puntata che mi è rimasta impressa. Ash e i suoi compagni di viaggio trovano un piccolo Charmender su un masso, infreddolito, tutto raggomitolato su sé stesso nel tentativo di coprire una debole fiammella che gli spuntava dalla coda. Più la fiamma era debole più significava che stesse poco bene.
Quando Pikachu (l’unico con cui poteva comunicare) chiese cosa fosse successo, Charmender rispose che stava aspettando il suo padrone/allenatore che aveva promesso di tornare a prenderlo. In realtà il tizio incontrato più avanti da Ash si vantava di averlo abbandonato perché troppo debole per la sua squadra.
Nel cartone le cose finiscono bene, Ash salva la vita al Pokémon che decide di lasciare il suo vecchio allenatore (tornato sui suoi passi) per fare parte della squadra del suo salvatore.
Questa immagine di Charmander raggomitolato, oltre a ricordarmi della tumulazione che Bolano fa di sé nel suo letto, l’associavo anche a qualcos’altro.
Il mercoledì pomeriggio quando è bel tempo gioco un po’ con Bolano e altri ragazzi in giardino, dove facciamo dei tiri a canestro. Quando sono stanco mi prendo una sedia e mi metto lì a guardarli a giocare. Dopo qualche minuto che sono seduto arriva qualche paziente, generalmente in attesa di sigarette, a farmi presente novità esistenziali oppure più facilmente ad esprimere deliri paranoidi. La cosa mi fa pensare a quanto, un classico colloquio in una stanza, venga vissuto come claustrofobico, collaborante e quindi in definitiva angosciante. Molto più accettabile per loro una seduta en plein air, dove possono fumare, ascoltare la musica, lanciare la palla nella fioriera. Va bene anche a me, così respiro un po’ di ossigeno.
Dalla psicoanalisi classica alla creatività terapeutica
Dopo la merenda, c’è la terapia di gruppo, in cui sono passato nel corso degli anni, da una psicoanalisi verbale ad una Psicoanalisi creativa attraverso l’uso dell’ arteterapia.
Ho pensato che con gravi pazienti psicotici, con anni di istituzionalizzazione, QI basso e forti tratti antisociali la psicoanalisi bioniana classica fosse qualcosa di impossibile in senso canonico. Alcuni pazienti facevano addirittura fatica a parlare per via degli effetti collaterali degli antipsicotici o come Bolano per le massicce allucinazioni. Quindi ogni mercoledì me ne inventavo una. Pittura, disegni proiettivi, canzoni con intelligenza artificiale, scultura, poesie, scrittura creativa, improvvisazione teatrale, lunghe camminate in campagna con tempere e cavalletto, partite a basket, insomma qualunque cosa potesse creare un luogo vitale.
Nonostante i miei sforzi e il desiderio di portare elementi libidici dentro il gruppo, il transfert negativo di gruppo diventava sempre più potente. Prima cominciavano con gli attacchi di rabbia e svalutazione, poi a dire che erano troppo stanchi, che stavano male, che erano stufi, finché non rimasi due settimane fa solo con Bolano a fare il gruppo.
Mi sentivo svilito, impotente ed inutile, come del resto i ragazzi in comunità si devono sentire da sempre, se no non si chiamerebbe transfert. Ma la consapevolezza, non mi aiutò a superare il coacervo di emozioni negative.
La fiammella da proteggere: il senso della cura
Finché non vidi Bolano in fondo al tavolo, mentre si gustava un gelato che gli avevo portato come premio per aver partecipato a tutti i gruppi del mese.
E allora mi tornò in mente Charmender, che protegge la sua fiammella con il suo corpo, che scioglie il ghiaccio, che aspetta qualcuno che gli dia calore, che dia vigore al fuoco. Mi accorsi che nonostante rimase solo lui su 16 pazienti, io con i miei colleghi mi presentai lo stesso, nella stanza della terapia di gruppo. Per me, lui rappresentava quella debole fiammella vitale che andava nutrita, in attesa del ritorno di un corpo/gruppo più ricettivo, più nutriente.
Mi colpisce sempre la leggenda che la sua vera rottura psicotica sia capitata all’università, al primo anno di ingegneria. Immaginarmi Bolano, sui banchi universitari mi richiede molta immaginazione, ma in psichiatria è necessaria tanto quanto la capacità di contenimento di elementi mortiferi. E mentre lo guardavo giocare in giardino, silenzioso, pensavo a quanto sia difficile comunicare tra esseri umani. L’evoluzione dei video mi facevano presagire ad un limitato possibile sviluppo psichico, dalla fortezza vuota dell’ autismo ad una dinamica giocosa dell’oggetto transizionale dei Pokémon o del Basket. Ma non smettevo di chiedermi, perché lui?
Perché proprio lui era diventato il custode del fuoco del gruppo?
In terapia che sia individuale o di gruppo volenti o nolenti vengono toccate le corde più recondite della nostra psiche di terapeuti. In fin dei conti siamo il nostro unico paziente.
In un momento della mia vita saturo dell’aggressività, della rabbia espressa e della mancanza di empatia, devo aver in qualche modo colluso con la svalutazione dei miei pazienti, diventando un allenatore Pokémon abbandonico troppo richiestivo. Mi sono riuscito ad alleare solo con quella parte di me che vedeva in Bolano, un cuore caldo, una solitudine da riscaldare.
Mi sono buttato in lui delicatamente, come un genitore che nutre il figlio più coscienzioso, dimenticandosi che anche gli altri sono “figli” del gruppo, parti di un unisono.
Quando torno a casa alla sera e ripenso in macchina alla giornata, mi chiedo spesso perché faccio questo lavoro. In fin dei conti il livello di proiezioni maligne a cui sono sottoposto è notevole e di per sé la mia mente è distruttiva già di suo. La verità è che non lo so perché lo faccio. Mi piace. Mi rende orgoglioso sapere che non lavoro per la Philip Morris. Cerco di fare qualcosa di utile.
Ma la distruttività è una brutta bestia e la psicosi ne è piena.
Una volta il mio analista mi disse che i gravi pazienti psichiatrici vanno bene per i novellini, poiché danni grossi non si fanno perché sono già bruciati. All’ epoca mi fece sorridere, un po’ di black humour, pensai.
Poi dopo anni di lavoro a stretto contatto con pazienti psichiatrici molto gravi anche io cominciai a sviluppare questo pensiero. Mi chiedo, ma cosa si può fare davanti a tanta distruzione?
Mentre mi assicuro con la mia collega tirocinante che Bolano abbia per il prossimo gruppo il tanto agognato Happy Meal e mi godo il sole primaverile, ripenso ad una frase che mi rincuora di Gino Strada, fondatore di Emergency.
Un giornalista gli chiese: “Senta Signor Strada ma perché fatica tanto per salvarne uno nei suoi ospedali quando là fuori ne muoiono novantanove per la guerra?”
E lui laconico rispose: “Intanto ne salviamo uno poi vediamo”.



