L’estetica del meme e l’eclissi del volto nel conflitto contemporaneo
Il 6 marzo 2026, il profilo TikTok ufficiale della Casa Bianca (@whitehouse) ha pubblicato un video che ritrae il protagonista del videogioco GTA mentre pronuncia la sua frase iconica: “Oh shit, here we go again”. Subito dopo, una transizione mostra l’esplosione di basi militari in Iran. La guerra, con il suo carico di morte, è diventata ufficialmente un meme.
Questo contenuto non è isolato. Tra il 10 e il 13 marzo, mentre l’operazione “Epic Fury” causava migliaia di vittime, la comunicazione istituzionale statunitense ha utilizzato l’estetica di Wii Sports e grafiche da bowling per rappresentare strike missilistici contro il “regime iraniano”. In un mondo dove un’esplosione reale riceve lo stesso trattamento mediatico di un video di baseball, sorge una domanda urgente: cosa sta succedendo alla nostra capacità di sentire?
Il “Momento psicopatico” e l’apatia della psiche
Umberto Galimberti, nel maggio 2023, rifletteva sulla condizione giovanile definendo il “momento psicopatico” non come l’atto violento in sé, ma come l’assenza di risonanza emotiva successiva. È l’indifferenza di chi, dopo un crimine, consuma una birra al bar senza percepire la gravità dell’accaduto.
Il termine psicopatia deriva dal greco antico, composto da psyche (“anima”, “mente”) e pathos (“sofferenza”, “malattia”), significa “sofferenza psichica”, oggi invece si potrebbe meglio parlare di “psico-apatia”, ovvero di “apatia della psiche”. Quello che si nota maggiormente nella società attuale è che i giovani, soprattutto i più piccoli, sembrano essere molto meno sensibili perché molto meno a contatto non solo con le proprie emozioni, ma anche con i propri sentimenti, con la propria creatività e desideri, soprattutto con i propri desideri!
Freud chiarì l’importanza del desiderio come motore della scoperta di sé. Tuttavia, il desiderio nasce dalla mancanza. Un tempo, la noia era il terreno fertile dell’immaginazione: si costruivano bambole con vecchi stracci e si giocava con i sassi. Oggi, la “sovrabbondanza del materiale” (dai giocattoli a basso costo alla saturazione digitale) ha “tappato” ogni vuoto.
A tutta questa “sovrabbondanza del materiale”, corrisponde una grave e dilagante insufficienza dell’aspetto emotivo, sentimentale, immateriale. I ragazzi non desiderano più, non sognano più e non si annoiano più. Tutto sembra essere diventato uguale sotto la l’unica grande lente dei social media: questo è il motivo per cui un meme sulla guerra riscuote lo stesso successo e interesse di un meme sul calcio, sulla birra o sullo sport e viene dimenticato altrettanto velocemente, basta uno scroll e la guerra scompare.
Dissociazione di massa e l’eclissi del “Tu”
Da un punto di vista psicanalitico e esistenziale si potrebbe dire che siamo di fronte a una dissociazione di massa. Il “meme della guerra” è lo strumento di difesa definitivo: trasforma l’orrore in gioco per evitare che l’angoscia travolga la psiche. Il prezzo di questa difesa è la depersonalizzazione dell’altro. Sostituendo il corpo e il grido delle macerie con una “skin” digitale, si compie un atto di chirurgia psichica che rimuove l’umanità dal conflitto.
Esistenzialmente, stiamo perdendo quella che Martin Buber chiamava la relazione “Io-Tu”. Se l’altro non è più un volto o uno sguardo che interroga, ma un birillo da bowling in un video virale, la responsabilità svanisce. La responsabilità, infatti, nasce dal sentire, non dal sapere. Sappiamo della tragedia di Minab, ma non la sentiamo, perché filtrata dalla stessa interfaccia usata per l’intrattenimento.
Verso una guarigione psichica
Il rischio è che, a forza di far “scomparire la guerra” con un dito, finiremo per far scomparire noi stessi. Una società che non distingue più tra un’esplosione reale e un effetto speciale ha già smesso di essere umana.
Per tornare a essere “psichicamente sani”, dobbiamo riscoprire il coraggio della noia, il dolore del contatto reale e il peso del silenzio. Solo lontano dal rumore bianco dei social possiamo tornare a sentire il battito del mondo e ricominciare a desiderare un futuro che non sia solo un contenuto da consumare, ma una realtà da abitare per intero.



