Nel mio lavoro incontro storie che parlano di paura, silenzio e sopravvivenza. Antonio è una di queste.
Quando l’ho conosciuto aveva diciotto anni. Ma per comprendere davvero il suo funzionamento psichico ho dovuto tornare con lui a quando era un bambino, in una casa attraversata da urla, minacce, svalutazioni.
La violenza assistita non è un evento marginale nello sviluppo. Non è qualcosa che “si vede e si dimentica”. È un’esperienza relazionale disorganizzante: la figura che dovrebbe proteggere coincide con la fonte di minaccia. Il sistema di attaccamento si destabilizza, il corpo impara l’allerta, il mondo perde prevedibilità.
Antonio cresce in questo clima.
La madre appare fragile, il padre imprevedibile.
Un bambino, in una condizione simile, non può difendersi realmente. Non può fuggire, non può opporsi, non può integrare cognitivamente ciò che accade. Può solo cercare di non disgregarsi.
Ed è qui che accade qualcosa che, clinicamente, considero straordinario. Antonio inizia a creare.
Non semplici giochi transitori, ma mondi strutturati. Personaggi con nomi, funzioni precise, caratteristiche complementari. Alcuni forti e protettivi. Altri intelligenti e strategici. Altri ancora capaci di trasformare il pericolo in possibilità. Lavorava su di loro nel tempo, li faceva evolvere, li perfezionava.

Quando in casa esplodeva la tensione, lui “entrava” in quel mondo. Non era assenza, ma passaggio.
Nel mondo interno il caos prendeva forma. Dove nella realtà sperimentava impotenza, nella fantasia sperimentava agency, dove si sentiva invisibile, veniva riconosciuto, dove era piccolo, lì poteva essere potente.
Con il tempo ho compreso che quel ritiro fantasioso non era un segnale di fragilità, ma una sofisticata organizzazione difensiva.
Nel trauma relazionale precoce, quando l’ambiente non riesce a svolgere la funzione regolativa, la psiche può tentare di produrre internamente uno spazio di contenimento. Possiamo leggere questo movimento come dissociazione adattiva: il Sé si ritira dall’esperienza intollerabile per preservare continuità.
Ma nel caso di Antonio c’era qualcosa di più: una funzione organizzante.
I suoi personaggi non erano solo consolatori. Erano strumenti simbolici. Ogni nuova figura compariva in relazione a un’esperienza emotiva troppo intensa. Era una risposta compensatoria. Alla paura rispondeva protezione, all’impotenza potere, alla solitudine alleanza.
Quella fantasia non negava la realtà. La riorganizzava.
In quei momenti il Sé non si frammentava. Trovava continuità e forma.
Nel lavoro clinico con bambini vittime di violenza osserviamo spesso sintomi evidenti: ipervigilanza, acting out, regressioni. Più raramente riconosciamo il ritiro fantasioso come possibile espressione di intelligenza difensiva.
Nel caso di Antonio è stato fondamentale.
Senza quel mondo interno, l’esperienza traumatica avrebbe probabilmente prodotto una disorganizzazione più profonda. La fantasia ha funzionato come regolatore affettivo auto-costruito, come spazio transizionale generato in assenza di un ambiente sufficientemente sicuro.



