Ha ragione la psichiatra Emi Bondi a dire che la Società non è attenta a come stanno le donne che hanno partorito: ma come? siamo un paese con l’indice di natalità tra i più bassi dei paesi OCSE e non ci occupiamo di come stanno le madri dopo che hanno partorito. In qualche posto lo facciamo, come a Bergamo, ma non sistematicamente nel resto dell’Italia.
Perché? Perché ancora non abbiamo capito di che si tratta: questo come la maggior parte degli altri problemi psicologico-psichiatrici che ci troviamo di fronte e che seguitiamo ad affrontare con uno stile d’intervento approssimativo, per quanto riguarda l’organizzazione e datato, per quel che attiene l’insegnamento.
In realtà la questione è più ampia. Credo che dovremmo porci il problema nei termini: ma come è possibile che non ci sia stato modo di individuare il disagio? Perché viviamo in una società in cui le paure di essere depredati dei figli, le persone a cui vogliamo più bene, irrompono in maniera esorbitante, senza giustificazioni, almeno apparentemente?
Vogliamo nasconderci dietro ad un dito o chiederci da dove veniva quella paura, quel terrore?
Paure, istituzioni e mancanza di ascolto
Da alcuni mesi assistiamo ad un balletto indecoroso a proposito della cosiddetta “famiglia nel bosco” in cui, al di là della tristezza per la vicenda, assistiamo alla quotidiana delegittimazione delle Istituzioni preposte ad occuparsene. Per cui ci vogliamo meravigliare che una donna con dei chiari problemi non possa essere rimasta ulteriormente sconvolta dall’aver dovuto assistere ad una lotta senza quartiere, del tutto fuori luogo, che ha portato addirittura il Presidente del Senato a ricevere i genitori per testimoniare loro la sua vicinanza?
Perché temeva che le portassero via i figli, secondo il parroco? Perché, se avesse detto che si sentiva male, avrebbe corso questo rischio: che poi è divenuto una certezza e le ha fatto maturare l’idea che dovesse proteggere i suoi figli e sé stessa fino a preferire la morte di tutti.
È possibile parlare della propria sofferenza senza paura?
Tutti i drammi, come questo, lasciano aperte molte domande. Io provo a rispondere soltanto ad una: è possibile costruire delle situazioni in cui ci si possa sentire legittimati a parlare delle proprie sofferenze senza timore di non essere capiti e, soprattutto, di dover pagare un prezzo per questa debolezza?
La risposta è sì. Il 15 aprile, in occasione del FilmFestival de: “Lo Spiraglio”, una rassegna di corto e lungometraggi (film) riguardanti la Salute Mentale, che si tiene a Roma da sedici anni, ho partecipato alla mattinata di inaugurazione del Festival stesso.
Erano presenti i rappresentanti di due catene di iniziative, diffuse a livello nazionale, “Le Parole Ritrovate”, originatesi a Trento e “Agorai”, che sono iniziate nel territorio di Cagliari e si sono diffuse in tutta la Sardegna e in molte altre Regioni. Io rappresentavo l’attività del Laboratorio italiano di Psicoanalisi Multifamiliare (LiPsiM), che ha promosso l’instaurazione dei Gruppi Multifamiliari nei Dipartimenti di Salute Mentale di parecchie Regioni italiane,
Queste tre iniziative, come tante altre presenti sul territorio nazionale, mirano alla costituzione di luoghi in cui si possa parlare delle proprie sofferenze senza vergognarsene, come se fosse un diritto di ogni cittadino di questo Stato.
Costruire spazi di ascolto e diritto alla parola
Quanto accaduto a Catanzaro ci mette davanti alla necessità di moltiplicare gli sforzi nella direzione di creare occasioni di incontro in cui chiunque, indipendentemente da come sta e da come può desiderare di affrontare il disagio, la sofferenza di cui soffre, abbia modo di cominciare a parlarne senza il timore di dover pagare un prezzo, come è accaduto a questa donna sfortunata.
Dovremmo tornare ad avere fiducia di poter esprimere i nostri sentimenti, le nostre paure prima che si trasformino in terrori sconvolgenti, che possono condurci a gesti tragici.
Parlare della propria sofferenza e poter chiedere aiuto è un diritto garantito dalla Costituzione che va riproposto con forza ad una Società che sembra credere, ormai, solo nel pallone e nei soldi per essere felice.



