Vaso di Pandora

Cosa succede quando esseri umani restano sospesi, e cosa dice questo di noi

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, ma è ciò che è già qui, l’inferno che si abita tutti i giorni stando insieme”. Così Italo Calvino scrive sul tema dell’inferno quotidiano e del desiderio di un posto ideale.

Appena qualche mese fa, a inaugurazione del mio tirocinio, ho sbirciato per la prima volta nel mondo della psichiatria affacciandomi dentro una struttura psichiatrica giudiziaria, la REMS di Genova Pra’. È la prima realtà di questo tipo che vedo e il mio sguardo non può che essere quello di chi osserva da vicino, ma non da esperta; di chi vuol capire e ascoltare senza la pretesa di spiegare, di chi ha più domande che risposte. Prima di mettervi piede, non avevo idea di cosa significasse abitare un mondo sospeso a metà tra due sistemi: la psichiatria e la giustizia. Due sistemi che tentano quotidianamente di comunicare ma con linguaggi diversi, senza (poter) stancarsi mai.

Se si chiede ad alcuni pazienti cosa sia l’inferno, spesso la risposta prende la forma di ciò che vivono ogni giorno entro queste mura. Non sempre con le stesse parole, non tutti nello stesso modo, ma con una sorprendente chiarezza emotiva. L’inferno, qui, è la sospensione: stare nel limbo tra un provvedimento provvisorio e uno definitivo; attendere un’autorizzazione del magistrato; sperare che si trovi una comunità pronta all’accoglienza; inciampare in inghippi burocratici con nessuno che sembra venirne a capo. È l’attrito continuo con una burocrazia che sembra non avere un volto preciso né un tempo compatibile con la necessità del singolo. È quella luce in fondo al tunnel che a volte appare lontana, opaca.

Ed è in questo spazio intermedio – uno spazio “sospeso” – che si concentra la fatica maggiore.

Lo spazio sospeso

Respirando per qualche giorno l’aria di Villa Caterina, ho percepito la piccola società che si è formata nel tempo, un mondo ambiguo e soggettivamente interpretato, seppur con chiare regole condivise. Si è creato un microcosmo sociale complesso, fatto di persone con funzionamenti diversi, storie culturali differenti, strategie di adattamento specifiche. Un piccolo mondo in cui ogni membro si percepisce diverso dagli altri – evidentemente ‘pazzi’ –, in cui ognuno cerca un proprio posto o un modo per resistere, e prova a renderlo il migliore dei mondi possibili, almeno per sé, almeno per il tempo, più o meno lungo, di permanenza.

Per qualcuno, la REMS è vissuta come un carcere: le stanze sono ‘celle’, la giornata è scandita da orari rigidi, tempi inviolabili. Per altri, le giornate somigliano a un loop infinito: passi avanti e indietro nello stesso corridoio. Lo sguardo, stanco, si è arreso da un po’, mentre il tempo – instancabile – sembra non finire mai. C’è poi chi trova nelle attività proposte un appiglio cui aggrapparsi, per dare forma alla settimana e sopperire alla sua noiosa monotonia: e allora si aspetta il lunedì per fare volontariato, il martedì per andare in piscina, il venerdì per la ceramica e così via…

Insomma, un modo funzionale – molto simile al nostro – per rendere abitabile il tempo. C’è chi legge libri di filosofia e approfitta del tempo sospeso per approfondire tematiche mai studiate e chi, al contrario, sembra tentare di spegnere il pensiero, per poter sopravvivere. Sono strategie diverse, più o meno consce ma né giuste né sbagliate; modalità differenti di fronteggiare un destino simile, di combattere contro un tempo, il proprio.

La stanchezza vigile e fiduciosa

Se le strategie sono diverse, gli sguardi hanno qualcosa in comune. Alcuni sono guardinghi, intimoriti dal giudizio di un camice bianco; altri sono sicuri, provocatori; altri ancora paiono quasi innocui. Ma osservandoli un po’ più da vicino, si ha l’impressione che condividano qualcosa difficile da decifrare: una stanchezza vigile e fiduciosa, un’attesa che non si sa bene dove conduca.

E forse è qui che il confine tra ‘noi’ e ‘loro’ si fa meno netto. Perché l’esperienza dell’attesa, della ripetizione, della necessità di riempire le giornate per non fermarsi a pensare, non è così estranea alla vita fuori da Villa Caterina. Cambia la cornice, le cause, lo spazio, le conseguenze, ma alcune domande restano simili. E quindi mi chiedo: chissà se i nostri sguardi somigliano ai loro, quando andiamo al lavoro e quando torniamo a casa, quando andiamo al centro commerciale per sopperire ai pomeriggi vuoti, quando riempiamo la settimana per non doverci fermare, per non esser costretti a pensare.

Calvino scrive che esistono due modi per non soffrire l’inferno: accettarlo fino a non vederlo più, oppure cercare, con attenzione e responsabilità, ciò che inferno non è, e dargli spazio. In qualità di tirocinante, mi muovo in questo spazio di ricerca incerta, dove non ho risposte definitive e forse non le avrò mai, ma nasce in me il sospetto che riconoscere ciò che inferno non è sia parte del lavoro che a tutti noi – come esseri umani in primis, e come professionisti della salute mentale poi – ci aspetta.

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