Vaso di Pandora

Passoscuro. I mie anni tra i bambini del Padiglione 8

Recensione al libro di Massimo Ammaniti

Ho letto “Passoscuro”, volume di Massimo Ammaniti che ci parla del suo personale percorso di neuropsichiatra infantile nel confronto con istituzioni di solito penosamente inadeguate. Assegnato al pad. 8 dell’Ospedale Psichiatrico Santa Maria della Pietà, dedicato a bambini con disabilità gravi e ritenuti “irrecuperabili”, vi ha trovato un mondo “congelato nel tempo”, nella sua organizzazione sclerotica e difficile da intaccare, governata di fatto più dalle suore caposala che dallo psichiatra.

L’assenza di stimoli e di qualsiasi cambiamento, il pessimismo e la sfiducia ormai saldamente radicati nel personale, la rigidità di regolamenti e usi consolidati non misurati sulle esigenze e possibilità delle persone, l’insufficienza delle risorse contribuivano a moltiplicare pesantemente le originarie disabilità.


Ma eravamo negli anni settanta, quando qualcosa cominciava a muoversi, con la constatazione non solo dell’insufficienza dei risultati sul piano clinico ma di quanto fosse indegno il trattamento ambientale istituzionale. Ciò stimolava una approfondita riflessione teorica, ma con importanti riflessi operativi, sui presupposti e sui meccanismi che avevano condotto a una situazione intollerabile.


Si aprivano possibili spazi di cambiamento: egli li ha utilizzati. Superando con calma e tenacia le resistenze, ha organizzato uscite di gruppo, incontri regolari con il personale, fornitura di abiti individualizzati e quant’altro: ha perseguito tutte le iniziative atte a rivitalizzare l’ambiente, riuscendo a modificarlo in qualche misura.


Ho vissuto momenti analoghi nel mio percorso professionale che ha incrociato quello di Ammaniti solo per un breve tratto, dato che non sono neuropsichiatra infantile. Ma ho lavorato dal ‘58 al ‘78 nell’Ospedale Psichiatrico di Cogoleto, una sorta di meta-manicomio, destinato in ampia parte a pazienti lì trasferiti dall’Ospedale Psichiatrico di Quarto in quanto definiti “cronici”; esso prevedeva anche un reparto minori. Questo era collocato in uno degli edifici disseminati nell’ampio parco che racchiudeva l’intera istituzione, secondo il modello “a villaggio”.


Per qualche tempo sono stato assegnato lì dal Direttore dell’Ospedale Psichiatrico, che lo dirigeva con pugno di ferro in guanto di velluto. Egli mai metteva piede nei reparti e lasciava in parte mano libera a chi li gestiva, a patto che non mettesse in discussione l’assunto di base: la sostanziale immodificabilità dello stato di cose vigente, e il pieno rispetto di rapporti di potere ben consolidati nei quali il rango delle suore caposala era privilegiato quanto alla quotidianità, con gli orientamenti di base ovviamente dettati dal rapporto Amministrazione – Sindacati.


La situazione che ho incontrato era identica a quella descritta da Massimo Ammaniti: in un ambiente anonimo, privo di stimoli, esprimente un vuoto angosciante, erano raccolti ragazzi dai profili psicopatologici i più vari. Stessa assenza di speranza, stesse immagini di degrado. Si andava da gravi e gravissimi deficit cognitivi e da serie e pervasive turbe comportamentali fino a situazioni esenti da gravi connotazioni psicopatologiche: il solo connotato comune a tutti era la condizione di abbandono, poiché la famiglia era inesistente o con gravissime carenze di ordine emotivo, sociale, economico. Non ricordo che alcun familiare mi abbia mai chiesto un incontro.


Qualcosa ho fatto, nel limitato periodo a disposizione; la collaborazione del personale è stata migliore che in altri reparti, probabilmente perché l’occuparsi di bambini sollecitava valenze materne almeno in alcune delle infermiere. Non mi dilungo sulle iniziative, non molto diverse da quelle descritte da Massimo Ammaniti. Solo un particolare, che ha mostrato quanto la nessuna esperienza di vita reale condizionasse i ragazzi: abituati a muoversi su un terreno perfettamente orizzontale, “non conoscevano la discesa”: si trovavano in difficoltà quando nelle uscite programmate incontravano qualche minima pendenza.


Un qualche cambiamento c’è stato, nel contesto generale ambientale e per qualche singolo soggetto. E’ stata possibile pure qualche dimissione, anche eterofamiliare per soggetti ormai usciti dalla minore età (una decisamente artigianale, con affido a un mio conoscente, un pastore protestante di buona volontà! ).


La condizione infantile, connotata di per sé da autoinsufficienza, è quella che meglio ha mostrato la inadeguatezza del solo rilievo psicopatologico nel determinare il ricovero psichiatrico: ricordo certificati di pericolosità a sé e agli altri che riguardavano infanti!


C’è da rilevare che questa consapevolezza era presente già ai tempi del primo “grande internamento” secentesco, parallelo all’affermarsi dello Stato centralizzato, di cui ci ha parlato Foucault; col pullulare di strutture a ciò deputate come – per parlare di una realtà a noi vicina – l’Ospedaletto di Genova, filiale dell’Ospedale generale di Pammatone. Esse di fatto erano una sorta di rudimentale servizio sociale, poichè alle finalità di controllo ne univano di soccorso socioeconomico, peraltro collegate alle prime: aiutare i disperati significava anche tenerli calmi. Gli Ospedali Psichiatrici che alcuni di noi ricordano sono nati, oltre due secoli dopo, raccogliendo eredità e compiti di tali strutture indifferenziate.


Questa consapevolezza è andata perduta nel corso del XIX secolo, quando l’ha oscurata l’impetuoso sviluppo delle scienze mediche e si è affermato anche in psichiatria un modello medico unilaterale, con l’illusione che offrisse la soluzione teorico-pratica del disturbo mentale, ciò che fra l’altro ha motivato un cambiamento di denominazione: da Manicomio a Ospedale Psichiatrico. Come sappiamo, anche questo paradigma è stato superato nel secolo scorso, nel quadro della crisi del positivismo e del crescente influsso della psicanalisi, della fenomenologia nei suoi incontri con il pensiero marxista, delle teorie sistemiche cui l’A. ha fatto esplicito riferimento.

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Commenti su "Passoscuro. I mie anni tra i bambini del Padiglione 8"

  1. Concordo con Pisseri sullo squallore che regnava nell’ex OP di Cogoleto quando andavo a trovare pazienti del comprensorio che dovevano essere dimessi. Un quadro di sofferenza assopita dai farmaci ed indifferenza difensiva da parte del personale di fronte a pazienti incapaci di reagire, vaganti con lo sguardo nel vuoto in attesa di niente e nessuno. Erano già gli anni 80 e mi veniva spontaneo: ma se è così adesso cosa doveva essere prima e ricordo che quelle situazioni assurde mi spingevano ad accelerare il più possibile le dimissioni attuate con difficoltà dietro mille cavilli burocratici che inesorabilmente allungavano i tempi dell’uscita di quelle povere anime.
    Grazie Basaglia

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