Vaso di Pandora

Mente e primavera

Innescato forse anche dal disagio che procura questa stagione, eccessivamente stimolante, mi pare di cogliere tutt’intorno uno stato d’animo appunto “primaverile”, tuttavia  spesso connotato da un vissuto di pervasiva irritazione di marca francamente depressiva. E’ un po’ come se tutti malmostosamente irritati ci stessimo, per così dire, leccando le ferite, ripiegati su noi stessi, proprio noi, in fondo i fortunati che abbiamo superato due anni difficili senza evidenze di gravi danni…

Come recuperare quella che Freud definiva “scintilla divina”, la voglia di vivere?

Così mi viene da riprendere il bel libro di P. Fédida “Il buon uso della depressione”  una sorta di testamento perché la pubblicazione precede di poco la morte dello psicoanalista francese.

Quasi per dispetto, in linea con l’atmosfera disforica, non riesco a ritrovare, tra i miei, il libro, perciò (e forse è meglio così) navigo a vista e/o su internet per ricomporre i miei ricordi che restano poco precisi. Tuttavia, ritrovo l’intensa impressione che mi aveva suscitato la lettura che riordino in tre punti:

  1. Cosa si intende per guarigione? Come focus l’idea che anche il “falso Sé” rappresenti una salvaguardia in percorsi esistenziali che possano coniugare follia e creatività. In sintonia con l’approccio fenomenologico degli studi ripresi per esempio da Arnaldo Ballerini riguardo all’importanza del sostegno al ruolo sociale  e l’attenzione di un trattamento ben condotto nella consapevole conoscenza della specifica vulnerabilità connessa a questi bisogni.
  2. Psicofarmaci e Depressione dove viene da ipotizzare criticità legate a una tempistica sfalsata di cui il rischio suicidario della prima fase di attivazione motoria del trattamento con antidepressivi costituisce l’esempio più eclatante e drammatico.
  3. Cosa prevede sotto il profilo esistenziale  affrontare la Depressione? E qui l’introduzione di S. Mistura al “Buon Uso della Depressione” risultata a mio avviso davvero illuminante.

Nell’introduzione di Stefano Mistura compare infatti la lunga citazione, che sento necessario riproporre ,delle parole del marinaio Ismaele personaggio chiave del racconto di Melville in Moby Dick.

“Ogni volta che mi accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinnanzi alle agenzie di pompe funebri e di andare dietro a tutti i funerali che incontro e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per non scendere in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se solo lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io per l’oceano”.

Può rappresentarci una forma di Buon Uso della Depressione  e questo in che modo ha a che fare con l’arte nella fattispecie la stesura stessa del romanzo?

Pare davvero importante oggi la riflessione su capacità depressiva e empatia sia perché le conoscenze sono migliorate sia per il più largo raggio delle discipline coinvolte nella ricerca sulla mente ed anche per la questione psicopatologica di base che proprio soggetti apparentemente estremamente affettivi soffrono, per lo più in modo intermittente , per carenze nella competenza empatica che estremamente manifestano in condizioni di scompenso e tipicamente nell’episodio depressivo quando si produce l’inimmaginabile dolore dell’indifferenza ,della mancanza di sentimenti descritta poi, in fase di guarigione come esaurimento stanchezza del soffrire …C’è sicuramente la necessità di distinguere tra depressività e patologia,ma senza tralasciare la dimensione umana comune ,i fondamenti strutturali della nostra sostanziale costituzione relazionale che spesso oggi ci appaiono ancora o di nuovo trascurati.

L’esempio tratto dalla letteratura, che ho voluto riportare, tuttavia a a che fare con istanze creative di modalità che potremmo definire di autocura straordinariamente importanti in quanto risorse e possibilità di riattivazione di un racconto interiore fatto di esperienze solitudini e incontri.

Vorrei segnalare due testi di grande rilievo per comprendere meglio la suggestiva terza fase dell’educazione personale e  che ho spesso citato da Ugo Morelli  per gli aspetti di auto determinazione che anche l’apprendimento può contenere.

La forza dell’empatia di Lynn Hunt libro che ha  il grande pregio di mettere in luce come  si siano diffuse sensibilità e compassione per l’altrui sofferenza con l’affermazione dei diritti umani e come le pratiche che ne conseguono non possano mai dirsi completamente acquisite permanendo in una dimensione di precarietà.

 Si tratta proprio della storia di come le idee di relazioni umane ,descritte nei romanzi illuministici, le raffigurazioni delle opere d’arte e il progressivo rifiuto della tortura abbiano dato origine alla diffusione dei nuovi ideali di uguaglianza , autodeterminazione  e rispetto delle differenze. Purtroppo rifletterci conserva grande attualità.

L’altra è solo una frase sulla quale sto documentandomi meglio:

Eppur si… “com” muove  (Bruno Latour) l’interesse che desta il parafrasare della frase di Galileo “Eppur si muove “ introducendo una relazionalità con l’ambiente e le sue condizioni critiche. Infatti sostanzialmente riguarda quanto ci può insegnare,stimolando la nostra immaginazione, anche il paesaggio nell’ambito dell’empatia così come già suggerivano e descrivevano gli autori romantici.

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