Cultura

Guido Rodriguez: “Il mio’68, l’idea di una medicina vicina alle persone”

Redazione
12 Febbraio 2018
4 commenti
Guido Rodriguez:  “Il mio’68, l’idea di una medicina vicina alle persone”

Commento all’articolo pubblicato su La Repubblica il 9 febbraio 2018
Rodriguez  ci richiama alla necessità di una medicina più attenta alle persone, rievocando il mitico ’68 che, fra le altre istanze, ha coerentemente portato avanti proprio questa.

Alla nostalgia di quel momento che lo ha visto fra i protagonisti egli contrappone osservazioni pessimistiche: “ si pensava che un altro mondo fosse possibile, ma ha vinto l’idea che questo mondo sta bene così….la violenza ci ha fatto perdere tutto quel che avevamo guadagnato”.
Davvero l’esperienza del’ 68 non ci ha lasciato niente?
In quel momento storico sono entrate in un discorso politico e divenute così patrimonio collettivo certe posizioni espresse fino allora da pochi pensatori. Heidegger aveva scritto: “Naturalmente si può considerare l’uomo in modo scientifico-naturale come parte della natura. Solo, resta il problema se poi ne resti ancora qualcosa di umano, che riguardi l’uomo in quanto uomo. Nella pretesa della scienza moderna siffattamente impostata parla una dittatura dello spirito la quale degrada lo spirito stesso a un operatore della calcolabilità”.
Discorso che riguardava da vicino l’arte medica, non esclusivamente ma certo in misura particolare. Per il medico è sempre stato meno faticoso dimenticare la globalità dell’uomo e attenersi  a una visione scientifico-naturale, madre dell’intervento tecnico: riparare uno o più organi come si ripara il pezzo di una macchina. I progressi scientifici e tecnici, certo preziosi, si sono alleati a questo atteggiamento emotivo del curante che poteva fare assegnamento su strumenti di intervento efficaci ed emotivamente non troppo coinvolgenti .
Questo atteggiamento, comprensibile, ha lasciato un vuoto cui  si deve la persistente fortuna delle medicine alternative, che nasce da un oscuro timore di  affidarsi totalmente alla scienza con le sue tecniche di per sé dis-umane; i terapeuti “alternativi” non disponendo di tecniche di sicura efficacia sono obbligati a puntare di più su una relazionalità che tende a considerare l’uomo come un tutto: vedi il frequente uso del termine “olistico”.
  Psichiatria: è  particolarmente sensibile a questo ordine di problemi, per la sua posizione notoriamente posta al crocevia fra scienze umane e scienze della natura. Forse anche per questo  i suoi mezzi tecnici sono tuttora non all’altezza di quelli propri di altre discipline.
La ricerca scientifica aveva a suo tempo conseguito importanti realizzazioni, nel campo delle patologie mentali su basi organiche rilevabili con i mezzi del tempo; ma non ne erano nate applicazioni terapeutiche significative, con la possibile eccezione delle terapie per la paralisi progressiva. E’ seguita poi una lunga stasi, finita negli ultimi decenni con lo sviluppo delle neuroscienze. Tuttavia anche queste più recenti acquisizioni teoriche non si sono finora tradotte in terapie rivoluzionarie. Sembra quasi che le prassi terapeutiche e la ricerca seguano due binari paralleli (con qualche scambio come nelle stazioni ferroviarie): la scoperta dei farmaci psicoattivi è avvenuta in larga parte su base empirica, e la ricerca se ne è occupata a posteriori per scoprirne i meccanismi di azione. Il fattore umano è più che mai decisivo, dopo essere stato a più riprese scotomizzato.
Cosa ci riserva  il futuro? Un regresso come pare temere o addirittura constatare Rodriguez? Limitiamoci al nostro campo, quello della psichiatria. Essa forse offre più resistenza di altri campi a possibili movimenti regressivi. Il disturbo mentale potrebbe esser definito come una malattia della relazionalità: è difficile  occuparsene tornando a scotomizzare nuovamente la dimensione relazionale.
Difficile anche ipotizzare un ritorno diretto ai manicomi: si è costituita una rete di servizi e strutture che per fortuna sarebbe difficile smantellare, come è stato difficile costruirla; in questo caso la resistenza al cambiamento diviene un fattore favorevole. Il rischio è quello di una stasi e di uno svuotamento dall’interno, per la progressiva perdita di impegno e passione negli operatori, accentuata anche da un minore investimento di risorse pubbliche. Questo a sua volta potrebbe essere reso possibile dallo spegnersi nella collettività di quell’interesse al problema che tanto si era acceso nel ’68.
E’ vero che l’angoscia per il “diverso”, l’alieno, oggi ha trovato altri bersagli: quando tempo fa un immigrato folle si è scatenato con una mannaia, la stampa ha posto l’accento sulla sua pericolosità in quanto immigrato, non in quanto folle da rinchiudere. Ma è subentrata una certa indifferenza: sarebbe ben difficile oggi raccogliere sul tema “psichiatria” una folla paragonabile a quella messa insieme, a quei tempi, da Basaglia e Cooper a Genova.
Il panorama è molto variegato: importante che sia  subentrata una nuova generazione di operatori psichiatrici, lontani da una visione piattamente organicistica pur se consapevoli dell’impossibilità di ignorare la biologia, ed è importante che questo patrimonio non vada perduto;  resta più che mai fondamentale investire sulla formazione. Gli apporti della psicanalisi e della fenomenologia  costituiscono assi portanti di un prendersi cura: proprio per questo diviene un fattore di rischio il forte prevalere quantitativo, nella letteratura scientifica, delle ricerche biologiche e di quella prassi cognitivo-comportamentale coi sui mille indici e quozienti  che tende – per usare le parole di Heidegger – a degradare lo spirito stesso a un operatore della calcolabilità.
E’ possibile che proprio la  nostra disciplina sia quella che meglio ha conservato gli aspetti positivi del ’68: bisogna che ciò non vada perduto.



4 risposte.

  1. roberta antonello ha detto:

    Vorrei essere ottimista e d’accordo con le conclusioni.
    Ma del 68 di quella parte del 68 che riconosco ancora parte di me e che ho condiviso vedo poco girando tra i vari luoghi della psichiatria. Mi sembra che manchi quella priorità di un pensiero libero, critico, anche ribelle al pensiero dominante. Certo la tecnica, la conoscenza e la ricerca sono fondamentali e indispensabili, vanno promosse finanziate conosciute e applicate. Ma dentro un pensiero critico… trovo più spesso un desiderio di legittimità e prepotenza nei vari rami delle diramazioni della cura della malattia mentale. Mi sembra che sia prioritario un potere economico e politico piuttosto che una tensione che garantisca un’attenzione all’etica.
    Ed altra osservazione…il termine malato mentale ritorna … il debole mentale che spara sugli immigrati… è il gesto di un malato di un debole mentale. Difronte ai mille gesti più folli ( quantomeno incomprensibili violenti intollerabili) che il mondo ci riporta davanti ogni giorno minuto secondo attraverso l’informazione. non ci fermiamo a pensare tutto questo è folle. Lo accettiamo.
    Lo accetto, ritorno a ragionare coi ‘dichiarati matti’ e riconosco che siamo tutti folli.

  2. Pisseri ha detto:

    Non so se le conclusioni siano così ottimistiche. Certo è difficile che la tensione etica e la passione che hanno dato il via al cambiamento si mantengano per sempre. Ad ogni rivoluzione succede un assestamento (regressione? consolidamento? dipende, gli esiti possono essere tanti). Si parva licet componere magnis, Melville nella chiusa a Billy Budd scriveva: “La promessa dello Spirito di quegli anni (fine ‘700) che si sarebbe posto rimedio ai soprusi atavici del vecchio mondo….In Francia ciò fu in parte conseguito, non senza spargimento di sangue. Ma poi? La rivoluzione si trasformò ben presto in oppressione… In quegli anni neppure i più lungimiranti avrebbero potuto prevedere che tutto sarebbe sfociato in un esito chiaramente individuato da alcuni pensatori: un’avanzata politica per tutti gli europei, su tutta la linea”.
    Tante le minacce e le ombre; ma qualcosa è acquisito, anche se nulla è mai acquisito per sempre, e chi si ferma rischia di retrocedere.

  3. Antonio Maria Ferro ha detto:

    Francesco Bacone scriveva che,nonostante fosse un’umana bugia che egli (l’uomo) fosse fatto “ad immagine e somiglianza di Dio” ma fosse piuttosto un’entità ben poco affidabile, vi sono valide ragioni che devono preservarci dalla disperazione perché comunque l’uomo è in grado di fare e pensare anche cose meravigliose.
    .Poco affidabili siamo ,anche perché l’uomo”ha dentro di sè il piacere di odiare e distruggere”,come scriveva Sigmund Freud ad Albert Einstein, certamente più ottimista.
    Io tuttavia continuo a pensare, parafrasando il Paolo Rossi di SPERANZE ,che il pessimismo sia un alibi per gli ignavi e per gli smisurati narcisisti e comunque un alibi per la nostra eventuale passività e colpevole indifferenza per la vita e per gli umani.In Speranze , Paolo Rossi scrive di” speranze ragionevoli….abbastanza modeste,non entusiasmanti,ma solo ragionevoli.”Smisurate speranze”. -scrive sempre il filosofo ed umanista-,intrise di smisurato narcisismo- scrivo io- favoriscono la disillusione,il pessimismo ma anche pericolosi estremismi,come successe poi nella nostra storia alla fine degli anni 70.
    Come ricordava Marx ,bisogna cogliere il senso dei fatti,agire sulla base delle conoscenze,cogliere il momento giusto. ,
    Il 68 ci ha insegnato in realtà che esiste lo spazio dell’utopia e che lo dobbiamo onorare , anche quando il presente/futuro sembrano allontanarsi dalle nostre speranze e capacità di realizzarle .
    Forse è preferibile sviluppare ipotesi e speranze per periodi non lunghi, tollerare l’incertezza senza pretese onniscienti : sarà così più facile operare non tradendo i nostri ideali ma mantenendo curiosità e piacere nell’operare e nel vivere.
    Ecco il 68 ha stimolato un progresso ,anche se esso “non ha riguardato tutto il genere umano” ,ha cambiato molti ,ma non tantissimi ,in modo irreversibile ,nello stile di vita ma anche e soprattutto nel modo di operare,di operare anche in psichiatria.
    Io resto grato a quell’esperienza che non ho mai rinnegato….probabilmente non sono stato all’altezza delle mie speranze ma,e ne sono certo, senza quelle esperienze sarei stato ancor peggiore e sarei stato anche uno psichiatra peggiore.
    Il progresso c’è ,nonostante tutto , c’è anche in psichiatria e la difesa e tenuta della legge 180 ne è testimonianza ,
    Il 68 è stato rivoluzionario soprattutto nel “ dare la parola” a chi non l’aveva , ragazzi,le donne ,gli “altri” e tra questi “altri i pazienti psichiatrici .
    Ecco credo che nelle pratiche di lavoro di Gianni,della Roberta,di Guido Rodriguez e ,spero ,anche nelle mie un Massimo Comun Denominatore sia stato ed ancora sia(vedi Roberta che non è finito il 68?) la la tensione a dare,sempre e comunque, la parola e riconoscere il diritto alla parola dei nostri pazienti.Altre caratteristiche :la curiosità , la fiducia nella creatività ,stare lontani dalla banalità e dal conformismo ,l’impegno e la capacità di resistere in situazioni di crisi .
    La cultura manicomiale è certamente ancor viva , seppure in forme nuove ed abbellite che tuttavia hanno in comune il “ non dare la parola” ,il non rispettare “l’altro da noi” , lo sposare in modo acritico
    un mandato sociale prevalente di controllo ,piuttosto che mantenere l’attitudine al curare “pre-vedendo “ insieme ai nostri pazienti forme ,via,via ,di maggiore libertà intra ed interpersonali nel vivere quotidiano.
    La speranza è anche oggi, in un periodo storico piuttosto deludente e ,,,per noi psichiatri ,poco creativo, antidoto etico al pessimismo ed all’indifferenza ; l’entusiasmo/ottimismo moderati e ben temperati non sono stupidità mentre lo sono la pigrizia mentale- mi ripeto- e la mancanza di curiosità ed interesse rispettosi per “l’altro da noi”.
    Mi avvicino alla conclusione di questi miei disordinati pensieri notturni con Stephane Hessel, che in INDIGNATEVI ci invita a mantenere la capacità di indignarci sempre contro le ingiustizie,i soprusi,le mancanze di libertà,i rischi di ritorno delle barbarie fasciste,” il consumismo di massa,il disprezzo dei più deboli e della cultura,l’amnesia generalizzata e la competizione ad oltranza di tutti contro tutti”.
    Termino ,condividendo con voi e soprattutto con i giovani colleghi che vorranno leggere queste note, le belle parole di J.P. Sartre ( sempre da INDIGNATEVI): Bisogna cercare di spiegare che il mondo di oggi,per quanto orribile,è soltanto un momento del lungo svolgimento della storia,che in qualsiasi rivoluzione o insurrezione la speranza è sempre stata una delle forze dominanti ,e come la speranza rimanga la mia concezione del futuro”.

  4. Gg ha detto:

    Mi pare che il punto sia la natura umana e la capacità o meno di essere altruisti al di là delle dichiarazioni.
    I rappresentanti del movimento cinque stelle cosí come molto altri movimenti politici( meglio, partitici) ne sono il palese esempio.
    Il detto è discriminato del fatto per mezzo del dato.
    Quali sono i dati in psichiatria dal punto di vista politico-sanitario.
    1) abbiamo la legge 180,i manicomi sono chiusi , anche quelli giudiziari
    2)i dipartimenti di salute mentale esistono e con loro i luoghi diversificati di cura
    3) pare insufficiente l’attenzione ed il tempo specifico ,con la relativa fatica, dedicato alle psicosi
    4) la ricerca é insufficiente e le università sono in crisi
    5) molti servizi territoriali di salute mentale sono piuttosto ambulatori di consulenza
    6) molte strutture residenziali sono male utilizzate ed in tempi non congrui
    Quale quindi la banale conclusione: la differenza la fanno le persone e quindi il problema diventa quello della selezione,della motivazione e della formazione ad un compito importante del quale sono testimonianze tutti i precedenti interventi dei colleghi che ringrazio
    Gg

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