Vaso di Pandora

Brave New World: da Orwell a Haidt

In questi mesi si parla tanto del Grande Fratello e delle accuse che Fabrizio Corona ha mosso nei confronti di Alfonso Signorini. Si aspetta il nuovo episodio di Falsissimo come l’avvento di un messia foriero di nuovi scandali, pronti a rifocillare le nostre riserve, sempre più bucate, di dopamina. Viviamo nel sonno verticale indotto dai media a tal punto da vedere in Corona un leader impavido pronto a aprirci gli occhi sulle nefandezze del potere.

Di queste derive televisive era ignaro George Orwell, nonostante fosse un uomo che di scenari distopici se ne intendeva parecchio. Sarebbe interessante vedere come reagirebbe al modo con il quale attualmente identifichiamo il suo Grande Fratello di 1984. Probabilmente lo farebbe chiudere senza ricorrere a Corona, oppure, da altissimo osservatore sociale, lo troverebbe un curioso esperimento in diretta.

Detto questo, spesso diamo per scontato che Orwell abbia predetto fedelmente la realtà attuale, forzatamente oscurantista e coercitiva, buia e violenta, ma a vederci meglio potrebbe essersi sbagliato, oppure siamo noi a vivere in una falsa attribuzione di significato. 

Il riferimento va al meno noto romanzo “Brave New World”, il Mondo Nuovo scritto da Aldous Huxley.

Se Orwell immaginava una dittatura del dolore, Huxley descrive l’attuale imposizione del piacere, ed è proprio qui, in questa prigione senza sbarre, che si può trovare la chiave per decifrare il reale.

More is More: La prigione senza sbarre

Differentemente dalle distopie che si basano sulla privazione, sul sopruso, la società odierna si fonda sul dogma del More is More, il Più che diviene Meglio. Il nostro cervello ha imparato erroneamente che si può avere tutto, subito e in quantità industriali. Significa essere liberi? Formalmente si, se continuiamo a vivere nel paradosso. Come spiega Morpheus, rinunciare spontaneamente ai propri diritti può essere il giusto prezzo di permanenza in un comfort anestetizzante. 

Questo si traduce in un’esistenza sospesa. Non è necessaria la polizia del pensiero quando abbiamo scorte illimitate di SOMA: quel mix di intrattenimento non stop, infinite scroll compulsivo, voyeurismo scandalistico e una farmacopea che punta alla performance. 

Come direbbe Zygmunt Bauman, siamo in una modernità liquida, dove l’unico peccato mortale diventa l’attrito. Se un legame stringe, lo chiudiamo; se un’emozione brucia, la spegnamo. Scivoliamo in un collettivo steady-state dissociativo pur di non provare la fatica dell’ancoraggio al qui e ora.

Il fenotipo digitale

Nel romanzo di Huxley, il destino delle persone veniva deciso in vitro, dividendo l’umanità in caste (Alfa, Beta o Epsilon) con il Processo Bokanovsky. 

Oggi quel processo diventa reale nella nota campagna di marketing: Have Your Best Baby nella quale oltre alla scelta del sesso, vengono proposte opzioni sul possibile quoziente intellettivo del nascituro o su una presunta minore predispozione alle malattie mentali, basta aprire il portafoglio e vivere negli Stati Uniti. Oltre al fenotipo biologico, siamo immersi, consapevolmente o meno poco importa, anche nel fenotipo digitale

Ogni volta che sfioriamo lo schermo, l’A.I. mappa i nostri “biomarcatori digitali”: la velocità di digitazione, le pause, persino il microtremore del pollice e prevedere se stiamo scivolando in una fase depressiva o maniacale prima ancora che la coscienza riesca ad articolarlo.

Da un lato per i terapeuti vedo enormi opportunità, dall’altro intravedo il rischio che questa tecnologia non serva a liberarci, ma a “fissarci”. Se l’algoritmo decide che sei un “Epsilon digitale”, un utente fragile da iper-stimolare, ti nutrirà di contenuti che stabilizzano la tua vulnerabilità per renderti un consumatore prevedibile. È la fine del divenire: sei esattamente ciò che i tuoi dati dicono che tu debba essere.

La generazione ansiosa e l’eclissi del gioco

Per i più giovani, il quadro si fa ancora più nitido. Jonathan Haidt, ne “La generazione ansiosa”, lancia un allarme che sembra uscito direttamente dalle sale di condizionamento di Huxley: abbiamo creato un mondo iper-protettivo nella realtà fisica e totalmente permissivo in quella digitale.

Abbiamo sradicato il gioco libero, quel momento sacro di noia e rischio dove il bambino impara a negoziare con il mondo e con il proprio limite. Senza l”attrito” fisico, senza la possibilità di farsi male, di restare soli con i propri pensieri, la psiche non sviluppa difese.

Il risultato è un’epidemia di ansia e depressione. Se togliamo a un giovane la possibilità di “essere un Selvaggio”, di esplorare senza GPS, di fallire fuori controllo, di annoiarsi davanti a un prato, gli stiamo togliendo la capacità di gestire la vita adulta.

Gen Z: La rivolta dei “selvaggi”

Eppure, tra le pieghe di questo sistema, appare una luce. La Generazione Z sta iniziando a mostrare i primi segni di rigetto. Non è un caso che stia crescendo il desiderio di “clandestinità digitale”. Fuggono dai feed pubblici verso micro-community chiuse, riscoprono l’autenticità analogica delle vecchie macchine fotografiche, dei vinili, rivendicano il diritto di essere “fuori target” di tornare autentici.

È il Selvaggio di Huxley che, sul finale del romanzo, rivendica il “diritto di essere infelice”. I giovani stanno intuendo che una vita senza dolore è una vita senza significato. Tentano di rompere la teca di vetro del comfort huxleyiano per tornare a sentire qualcosa di vero, anche a costo di farsi male.

Il Mondo Nuovo è già qui, ma la passkey per uscirne è ancora sulla punta delle nostre dita: si chiama consapevolezza, ed è l’unica cosa che un algoritmo potrà simulare ma non potrà mai avere.

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Commenti su "Brave New World: da Orwell a Haidt"

  1. Sì, molto attuale, specie con gli attuali venti di guerra. Guerra perenne come tale non finalizzata all’annientamento dell’avversario: questi infatti è funzionale a compattare la gente contro il nemico. Di fatto, il protagonista si era già arreso sul piano razionale, di fronte ai sottili sillogismi del cinico intellettuale O’Brien che giustificava perfino la manipolazione del passato. Questo, argomentava, esiste non “in sé”, ma nei documenti e nella memoria della gente: noi Capi sappiamo e possiamo modificare gli uni e l’altra, quindi possiamo legittimamente cambiarla.
    Ma resisteva una profonda resistenza dell’interiorità affettiva: la incrina soltanto il teleschermo (altra previsione) quando annunciava una “grande vittoria” militare: allora il protagonista scopre di amare il vittorioso Capo Grande Fratello (quello di allora, minaccioso, non frivolo come l’attuale).
    Forse oggi l’esistenza dell’atomica ci ha immunizzati da questo entusiasmo: ma fino a quando? E purtroppo, non credo superata la lezione di Tacito: “ubi manu agitur, modestia ac probitas nomina superioris sunt”.

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