L’eco dei fatti di cronaca che vedono un tredicenne colpire la propria insegnante tra le mura scolastiche lascia dietro di sé sconcerto e domande che faticano a trovare risposta. Davanti alla violenza che irrompe nel luogo deputato alla crescita, è doveroso prenderci uno spazio di riflessione che tenga conto delle comuni inclinazioni dell’opinione pubblica.
Da una parte vi è la tendenza a individuare la sola responsabilità nel ragazzo — un adolescente di appena 13 anni — considerandone unicamente la responsabilità individuale di fronte alla legge e alla società. Questo accade spesso perché la cronaca nera e la violenza giovanile interessano oggi i media in maniera morbosa, spingendo verso un giudizio immediato che non tiene conto della specificità dell’età. Non si può nemmeno ignorare il pericoloso meccanismo di emulazione innescato dalla diffusione virale dei video delle aggressioni.
Quando l’atto violento viene registrato e condiviso, cessa di essere un episodio isolato per diventare un “format” potenzialmente replicabile, alimentato da un voyeurismo spesso di matrice adulta che consuma la cronaca nera con una curiosità morbosa.
Questa spettacolarizzazione del male finisce per legittimare gli aspetti più d’ombra degli ambienti giovanili, dove il desiderio di riconoscimento sociale passa attraverso la capacità di scioccare e di infrangere i tabù. In questo cortocircuito, il confine tra realtà e messinscena si fa labile: l’orrore diventa contenuto fruibile e il protagonista del gesto, anziché percepire la gravità dell’azione, finisce per nutrirsi della visibilità ottenuta, trovando in quel pubblico — talvolta indignato, talvolta segretamente affascinato — il palcoscenico necessario per la propria deriva.
Il rischio della “psicologizzazione”
Risulta altresì riduttivo rincorrere il tentativo di “psicologizzare” l’accaduto dando la colpa ai genitori, alla scuola o demonizzando i social. Questi ultimi hanno certamente offerto uno spazio di visibilità senza contraddittorio in cui l’intento del ragazzo è potuto crescere fino a occuparne l’Io, portandolo a identificarsi totalmente con una missione vendicativa, paradossalmente consapevole delle proprie conseguenze legali.
Tuttavia, a 13 anni non si è uomini: questa età presume una fragilità che può ridurre drasticamente lo spazio di riflessione tra pensiero e azione. In questo senso, sebbene la presenza degli psicologi nelle scuole sia utile, pensare che da soli possano evitare simili disastri equivale a investirli di una missione salvifica irreale, poiché non compete loro quel ruolo di contenimento che spetta invece alle figure adulte e alle istituzioni scolastiche.
Un conflitto generazionale e ontologico
In una dinamica che richiama un evidente conflitto generazionale, è opportuno chiedersi se siano solo i ragazzi a dover andare dallo psicologo o se anche gli adulti possano beneficiarne, così da ammettere l’influenza dei modelli comportamentali dei genitori sullo sviluppo dei figli.
Non è casuale nemmeno l’attuale interesse della politica per la violenza giovanile, ma l’emanazione di nuove leggi a carattere repressivo non è efficace verso quello che è un conflitto a tutti gli effetti ontologico, ovvero una manifestazione necessaria del passaggio all’età adulta che sarebbe disastroso reprimere.
Tale dinamica può essere letta anche attraverso la lente della violenza di genere: quando l’oggetto della vendetta è una figura femminile investita di autorità, il conflitto generazionale si intreccia con retaggi culturali profondi. Colpire la donna che incarna l’istituzione significa spesso tentare di abbattere un limite percepito come inaccettabile, agendo un dominio che affonda le radici in modelli di mascolinità legati alla sopraffazione.
Lo spazio di simbolizzazione
Ciò che serve è invece uno spazio di simbolizzazione: una dimensione in cui l’impulso distruttivo e il conflitto possano essere tradotti in parola, pensiero o rappresentazione creativa. Simbolizzare significa offrire ai ragazzi strumenti — dal dialogo critico all’espressione artistica — che permettano di “mettere in scena” il proprio disagio internamente, evitando che questo debba necessariamente sfociare nell’agito violento per essere riconosciuto.
In questo contesto, i social media rappresentano un’arma a doppio taglio: se da un lato offrono uno spazio espressivo e di potenziale simbolizzazione, dall’altro sono territori privi di corpo e, troppo spesso, privi di una presenza adulta che possa esercitare una funzione di mediazione. Questi spazi virtuali subiscono trasformazioni continue e così rapide da risultare spesso indecifrabili per le generazioni precedenti. Di fronte a questa velocità, gli adulti possono sentirsi minacciati da codici e linguaggi che non padroneggiano, finendo per assumere posizioni puramente difensive o censorie. In questa dimensione, il conflitto rischia di restare confinato in un’astrazione pericolosa, dove la mancanza del contatto fisico e del confronto con l’adulto disinnesca i freni inibitori, trasformando la ricerca di identità in una deriva solitaria e autoreferenziale.
È necessario che questo passaggio non si concretizzi nei due poli opposti: in Icaro, che precipita per essersi avvicinato troppo al sole, o in Crono, che divora i suoi figli per non essere spodestato.



