La strada sale lentamente, curva dopo curva, accompagnata dal rumore regolare del motore che riempie il silenzio dell’abitacolo. Il paesaggio cambia senza fretta: alberi un po’ più fitti, case che lentamente si diradano, il cielo che sembra aprirsi poco alla volta. È uno di quei percorsi che obbligano a rallentare, a restare presenti, a non pensare troppo avanti.
Ogni curva è un piccolo aggiustamento, una nuova prospettiva.
So che oggi saluterò i pazienti.
La collaborazione con questa struttura termina qui.
Non provo tristezza netta, né sollievo. Piuttosto una forma di calma quiete, come se la mente stesse raccogliendo ciò che conta davvero.
In questi chilometri tornano alla mente volti, gesti, momenti quotidiani che hanno costruito qualcosa nel tempo. Non come un bilancio da chiudere, ma come una continuità che prosegue, anche quando le persone si separano.
Storie di vita e una vita di storie
Robert
Quando ho iniziato la mia collaborazione, Robert era già lì da molti anni. Trasandato, lo sguardo spesso basso, il corpo pesante di una stanchezza sicuramente più mentale che fisica. La depressione gli aveva tolto l’energia per le cose più semplici, persino per prendersi cura di sé.
All’inizio partecipava poco alle attività. Restava in disparte, a tratti osservava.
Poi, quasi per caso, ha iniziato a partecipare al gruppo palestra. La cyclette gli ha subito evocato ricordi d’infanzia: la bicicletta con cui attraversava le colline da bambino. Quelle stesse colline di cui parlava con nostalgia. Quando gli raccontai che anch’io venivo da zone simili, si accese qualcosa nel suo sguardo.
Da lì è iniziato un cambiamento, lento ma costante.
Ha ripreso a lavarsi con una sempre maggiore regolarità, a scegliere vestiti puliti, a curare il proprio aspetto. Sembravano dettagli, ma erano segnali profondi di ripresa del rapporto con sé stesso.
Con il tempo è stato possibile un riavvicinamento sul territorio, in una struttura vicino alle sue colline, vicino al fratello con cui aveva sempre avuto un legame positivo.
Non è stata una guarigione improvvisa.
È stata una riconquista di dignità.
Mark
Mark ha invece rappresentato uno dei percorsi più difficili. A prima vista una causa persa. Il primo ingresso è stato un susseguirsi di fughe quotidiane, tensioni, si potrebbe parlare continue se solo si fosse costruito un legame. Sembrava però che ogni tentativo di relazione venisse respinto.
Nel secondo percorso, qualcosa si è spostato.
È diventato più disponibile al dialogo, ha iniziato ad assumere la terapia con maggiore regolarità, ha smesso di scappare. Per la prima volta in anni si poteva davvero immaginare di costruire un progetto insieme.
Abbiamo iniziato a investire tempo, energie, pensiero clinico.
Poi il passato è tornato a pesare: proprio quando si era riusciti a gettare le fondamenta di una relazione eventi giudiziari, storie irrisolte e limiti che non dipendevano solo dal presente sono tornati a richiedere il propiro conto. Il percorso con noi termina anzitempo, il suo percorso di vita lo ha portato alla REMS.
È stato un colpo.
Ma ho imparato che il lavoro terapeutico non sempre coincide con un esito “positivo”. A volte coincide con aver offerto la miglior possibilità possibile in quel momento.
Non sempre si può vincere.
Ma si può lavorare bene.
David
David aveva più di sessant’anni quando il suo, di percorso, lo ha condotta da noi. All’inizio si teneva lontano dagli altri, quasi infastidito sia dai pazienti che dai membri dell’équipe. Diceva spesso di non sentirsi come altri ospiti, di aver avuto una vita normale: lavoro, famiglia, routine.
Il contatto è passato da una mansione esterna in cui ci occupavamo di portare gli indumenti degli altri ospiti in lavanderia. Eravamo in due, fianco a fianco. A metà mattina ci offrivamo un caffè l’un l’altro. Come due vecchi amici, una settimana pagava l’uno e la seguente l’altro ricambiava il favore, un gesto semplice che ricordava quelli che facevo con mio padre.
In quello spazio informale ha iniziato a parlare.
Della sua vita, delle delusioni, della fatica di sentirsi improvvisamente “malato”.
Con il tempo si è aperto anche agli altri pazienti. È diventato una figura di riferimento per Caleb, capace di ascoltare e rassicurare.
Ha recuperato il rapporto con l’ex moglie e con le figlie, che per anni era stato fragile.
Quando sono arrivate le dimissioni, ha ripreso la sua vita, godendosi la pensione e la famiglia.
Ancora oggi sta bene.
Charles
Charles aveva un’intelligenza brillante e un talento artistico raro. Parlava di letteratura, dipingeva, aveva già pubblicato due libri.
Ma la patologia era altrettanto potente.
Abbiamo investito una notevole quantità di risorse per contenere le crisi e sostenere le risorse, ognuno si è impegnato molto. Per periodi sembrava possibile una stabilità. Poi arrivavano fughe improvvise, comportamenti autodistruttivi, rotture difficili da ricucire.
Alla fine abbiamo compreso come rimanere con noi non fosse la scelta migliore per lui.
È rimasto un rimpianto.
Ma anche questo fa parte del lavoro: riconoscere quando un contesto non è più terapeutico.
Peter
Proseguendo il mio tortuoso e fin troppo familiare tragitto ripenso a Peter, genovese fino al midollo, approdato in struttura senza risparmi nè un’entrata economica, con deliri importanti, sempre in allerta, sempre sulla difensiva e spesso aggressivo
All’inizio ogni contatto era faticoso, a prima vista poteva sembrare perfino inconcludente.
Poi, attraverso la quotidianità — quella fatta di pasti condivisi, orari stabili, chiacchiere rubate nei corridoi e piccole responsabilità — ha iniziato a rilassarsi. È diventato più cordiale, più presente, decisamente ironico e piacevole nel tempo.
Il lavoro di rete con i servizi territoriali gli ha permesso di raggiungere una stabilità economica. Parallelamente anche la sintomatologia è andata stabilizzandosi
Alla fine è tornato nella sua città.
Non come fuga, ma come ritorno.
James
James portava con sé una storia complessa: origine africana, difficoltà linguistiche, deliri mistici, precedenti penali. All’inizio molti avevano paura di lui. La prospettiva sembrava solo una: il rimpatrio.
Con il tempo, grazie alla continuità terapeutica, qualcosa è cambiato.
I deliri si sono attenuati, grazie a un faticoso lavoro di rete la situazione burocratica si è regolarizzata, sono stati avviati percorsi di sostegno economico e con lui stiamo immaginando un impegno lavorativo protetto.
Ma soprattutto ha trovato un ambiente in cui fosse possibile vivere, costruito una routine, legami, un senso di appartenenza.
Oggi ha una prospettiva.
E forse, senza questo percorso, non sarebbe qui.
Caleb
Caleb era arrivato giovanissimo, dominato da ossessioni e insicurezze che gli rendevano difficile persino muoversi negli spazi comuni.
Nei colloqui ha imparato a riconoscere le paure e, con il susseguirsi dei mesi, perfino a ridimensionarle, a tollerarle.
Negli anni ha costruito sempre più sicurezza. Oggi esce in autonomia, partecipa alle attività, chiede persino di ridurre la terapia a fronte di una storia di vita in cui, quella sicurezza, è stata sempre cercata prima nelle sostanze e poi in una sempre presente richiesta di farmaci
Provo un senso di profonda serenità nel pensare come presto parteciperà alla discussione relativa il suo possibile trasferimento in una struttura meno contenitiva, più vicina al suo territorio.
Dove vi era il rischio di una stagnazione, con impegno e un po’ di supporto, potrebbe aver fatto un passo avanti vero.
Il primo strumento di cura
Arrivo nel parcheggio. Spengo il motore, resto qualche secondo in silenzio con le mani sul volante.
Penso agli anni trascorsi qui, alle difficoltà, ma soprattutto alle relazioni costruite.
Penso a una brava direttrice, con cui ho avuto il piacere di lavorare per tutto questo tempo, e a un bravo psichiatra che purtroppo oggi non è più con noi. Penso a come mi abbiano insegnato molto più di tecniche e protocolli. Mi hanno insegnato il valore della relazione autentica, il non lasciarsi guidare dal panico, il non irrigidirsi davanti ai pazienti difficili.
Mi hanno insegnato a non trasformare ogni limite in uno scontro, ogni comportamento problematico in un nemico da contenere, ogni “no” in una vittoria personale.
Mi hanno insegnato a vedere la persona prima del sintomo e, in breve, come noi stessi siamo chiamati a essere il primo strumento di cura in psichiatria e, come tali, chiamati a prenderci per primi cura di noi.
Scendo dall’auto.
Ci aspetta una merenda semplice e, spero, festosa: bibite fresche, snack, parole di augurio, sorrisi sinceri.
Un saluto che non chiude, ma accompagna. So che ci saranno altre strutture, altri pazienti.
Olivia, che sogna una vita indipendente prendendosi cura della figlia.
Jonas, che sperimentando la propria libertà piano piano sta ricominciando a mangiare.
Lexie, che prova ogni giorno a essere una madre migliore nonostante le difficoltà.
Joanna, che si muove e comunica con estrema difficoltà, ma che se ascoltata sorride.
Con loro il lavoro continuerà.
Ma ora è arrivato per me il momento di salutare e aprire, per l’ultima volta, questo cancello.



