“Tu che lavoro fai?” È la domanda più complicata e più ostica che mi si possa rivolgere, molto di più delle classiche “Sei single o sposato?”, “Figli?”, “Credi in Dio?”, “In che regime di P.IVA ti trovi?” Perché dopo anni di lavoro all’interno delle comunità neanch’io so più quale lavoro svolgo di preciso, ricordo solo come diversi anni fa sia riuscito ad acquisire, non si sa come, un titolo di studio che mi autorizzasse a poter fare questo lavoro.
Ci sono delle sere che non sono diverse da altre, sere dove ogni cosa si trova ritualisticamente al proprio posto: una tavola piena di cibo mangiucchiato, calici di vino semipieni e bottiglie semivuote, vociare sparso dove la chiacchiera di uno si perde nella chiacchiera dell’altro.
Una cena, nulla di più, una classica e semplice cena, ed è proprio da questo vociare indistinto e generico che spesso fa capolino una domanda “E tu? Tu che lavoro fai? Dì cosa ti occupi?”
Il peso di una domanda apparentemente semplice
“Lavoro in comunità”. Puntualmente il volto dell’interlocutore si aggrotta e si contrae in un misto di sorpresa e perplessità, di chi non si aspettava di ricevere quel tipo di risposta, di sentire la parola “Comunità”.
“Come funziona?” “Sono adulti o bambini? “Ma hanno bisogno di assistenza?? “Hanno figli??” “Hanno i genitori??” Ma loro come sono, tossici, malati?? Ma come vivono li, dormono anche?? E le famiglie sono povere o li hanno abbandonati??
A ogni domanda ne sopraggiunge un’altra, e poi un’altra, e un’altra ancora, e ognuna viene accompagnata da stupore, incredulità, pietà, ribrezzo, senza l’interesse di ascoltare la risposta e di accoglierla, c’è solo l’urgenza di domandare tutto il dicibile verso una realtà di cui fino a qualche istante prima non si conosceva l’esistenza.
Più l’urgenza di quelle domande aumenta e più dalle mie risposte traspare insofferenza, fastidio e stanchezza. La conversazione perde la leggerezza della cena, della convivialità, del rituale sociale, e si trasforma in qualcosa di pesante ed estenuante. Mi manca l’aria. In quei frangenti mi sembra di non possedere nulla di eguale all’altro, di conosciuto, non sono più qualcuno con cui interloquire ma qualcosa da studiare, qualcosa che va vivisezionata. Un alieno.
Il supplizio finisce. Si paga il conto e tutti si salutano garbatamente e cordialmente. Da quelle cene oltre l’ebbrezza del vino mi porto la pesantezza digestiva del “Tu che lavoro fai?”
Che a pensarci bene, che lavoro faccio?
Pazienti, ospiti e operatori: identità che si confondono
Stare insieme ai pazienti, ah no ospiti, alcune volte vengono chiamati pazienti e altre volte ospiti, i primi rimandano all’immagine di un ospedale e i secondi somigliano più a dei clienti in villeggiatura all’interno di un hotel, gli uni hanno bisogno di cure e trattamenti mentre gli altri di asciugamani puliti e colazioni, c’è chi con le lacrime e la sofferenza chiede aiuto e chi con ostilità e rabbia pretende di essere servito e riverito, ma si tratta delle stesse identiche persone all’interno dello stesso identico luogo. Metà pazienti e metà clienti.
E Noi? Noi che lavoriamo lì dentro cosa siamo, metà curanti e metà facchini? No, sarebbe una distinzione troppo netta, troppo semplice e banale, senza le giuste sfumature. Siamo curanti, e come tali predisposti a prenderci cura dei bisogni altrui. Di tutti i bisogni. Dai bisogni emotivi ai bisogni fisici, dal supporto psicologico alla consegna dei prodotti per l’igiene intima e il supporto alla cura del Sé, dalla gestione delle relazioni intra ed extra famigliari all’iscrizione scolastica o la ricerca di un lavoro, dalle attività psicoterapeutiche alla distribuzione dei pasti. Dei veri e propri factotum.
“Tu che lavoro fai?” diventa un ronzio nella testa. La domanda più corrette fore sarebbe “Voi. Voi operatori, psicologi, educatoti, psichiatri, oss, infermieri che lavoro fate?” La risposta più onesta e sincera forse sarebbe “Non lo sappiamo” Mattine, pomeriggi, notti, festivi, sempre, ci occupiamo di altri al di là di noi. Non siamo solo dei factotum ma degli oggetti multiuso, adatti e adattati per ogni situazione e sempre pronti a intervenire in ogni situazione.
Certo ci sono i ruoli, psicologi, educatori, oss ecc., ma nessun ruolo gode di una propria e assoluta identità. Lo psicologo non si occupa di fare solo i colloqui all’interno di una stanza e l’oss non fa solo assistenza alla cura della persona, come l’educatore non si limita alla progettazione di interventi ai fini educativi e l’infermieri non danno solo farmici. C’è da accompagnare tizio e caio in palestra, bisogna fare la spesa, serve comprare questo o quello per la cucina, bisogna prenotare un appuntamento, c’è da stare insieme a loro, non vanno lasciati soli.
Essere tutto e non essere nulla
Siamo come un gigantesco Io ausiliario dalla forma di Idra, dalla cui testa ne spuntano fuori altre tre.
È all’interno di questo ordinario marasma giornaliero che si corre il rischio di smarrirsi, di non sapere più che cosa si faccia o del perché ci si trovi lì, di non ricordarsi come ci si trovi a fare i conti con l’essere oltre che col fare.
Siamo operatori, facciamo tutto e non facciamo nulla, siamo tutto e non siamo nulla. Abbiamo il peso di una dozzina di incombenze ma in ognuna di queste ci si pone in primis con la propria identità, con la propria unicità, con la propria esistenza.
Forse non è tanto la riposta al “Tu che lavoro fai?” a essere difficile, ma è la domanda stessa a essere incompleta, poiché non si tratta solo di fare qualcosa ma anche di essere. Essere persone che si trovano in contatto con altre persone, c’è il ruolo, e da questo ruolo ospiti/pazienti, famiglie, servizi ecc. si aspettano il tocco salvifico di Dio, ma se il ruolo esiste è perché a portarlo è un individuo, un essere umano come loro; allora, oltre al “che lavoro fai” sbuca anche il “Tu cosa sei? Che essere umano sei?”
L’essere, qui porta sempre con sé una traccia di inspiegabilità, un’impossibilità a definirsi, ed è forse per effetto di questa impossibilità che non è possibile far capire a chi non lo vive, il lavoro di un operatore. Forse è per questo motivo che nel corso di una banalissima cena ci si possa sentire guardati come si fosse degli alieni, estranei ed estraniati rispetto all’altro.
Il lavoro di operatore come esistenza
Come si può spiegare l’importanza indecifrabile di porgere una merenda a chi per giorni non ha voluto mangiare nulla, la condivisione di una sigaretta smezzata, le rincorse verso un cancello, i pugni presi nel momento di una crisi, le urla, i pianti, le risate, gli abbracci; ognuno di questi attimi diventa indecifrabile senza una condivisione emotiva, senza la condivisione (con-dis-videre) di quegli infinitesimi momenti che messi insieme formano giornate, settimane, mesi e anni. Il lavoro di operatore non si limita a una semplice definizione, è un’esistenza.
“Tu che lavoro fai? “Il meccanico!”, sarebbe tutto più semplice ma anche più noioso.



