Se potessi chattare ogni giorno con un tuo caro defunto, lo faresti? Sembra fantascienza, eppure la possibilità di dialogare con chatbot e avatar costruiti a partire da persone morte è sempre più vicina alla nostra quotidianità. Finché questa possibilità ci viene posta come una domanda, abbiamo ancora una scelta. Possiamo fermarci, riflettere, immaginare le conseguenze. Ma la Grief Tech sta già entrando nelle nostre vite e presto potrebbe diventare normale. Arriverà un giorno in cui non ci sarà più nulla da decidere: ci abitueremo a creare l’avatar di nostro nonno mentre è ancora vivo. Lo vedremo chiudere gli occhi nella realtà e continuare a parlarci attraverso uno schermo.
Cos’è la Grief Tech e come funziona
Ma facciamo un passo indietro: di cosa stiamo parlando?
La Grief Tech è un settore tecnologico innovativo che utilizza l’intelligenza artificiale per creare interazioni digitali simulate con persone defunte. Si tratta di mantenere in vita i nostri cari e le nostre relazioni con loro, tramite la creazione di avatar, chatbot o cloni vocali a partire da video, messaggi, audio, e-mail e tutto ciò che abbiamo della persona in questione. Più materiale mettiamo a disposizione dell’AI, più sarà accurata la rappresentazione che ne verrà fuori. La nuova personalità digitale, infatti, è capace di imitare persino lo stile comunicativo del defunto.
Non si tratta di scenari lontani o puramente teorici, seppure fino a poco tempo fa si limitavano ad essere illustrati come futuri distopici, ad esempio nell’episodio “Be Right Back” della serie Netflix Black Mirror, famosa per mescolare fantascienza e satira sociale. Nel 2020 il documentario sudcoreano Meeting You mostrò una madre incontrare in realtà virtuale l’avatar della figlia morta, ricostruita tramite intelligenza artificiale. Nel frattempo, piattaforme come HereAfter AI, 2Wai o StoryFile permettono già di creare versioni digitali interattive di sé stessi o dei propri cari.
Il dolore può essere sostituito dalla tecnologia?
“Nessuno dovrebbe essere lasciato da solo nel lutto”.
La promessa è quella di offrire un sostegno, aiutare le persone ad elaborare la perdita di una persona cara, a processare il dolore del lutto. Queste applicazioni si presentano come un modo alternativo di mantenere vividi i ricordi con i nostri cari, di renderli interattivi, e addirittura crearne di nuovi, anche quando loro non ci sono più. Ma siamo sicuri sia questa la strada giusta? Siamo sicuri che questo possa aiutare davvero le persone?
La tecnologia sta modificando il nostro modo di lavorare, di vivere, di pensare, di emozionarci. Se in passato ci divertivamo a giocare fuori col pallone, adesso ci divertiamo davanti a uno schermo: cambiano le abitudini, i modi di stare insieme, perfino il modo in cui costruiamo le relazioni. Se in passato l’uomo svolgeva lavori pesanti e ripetitivi in fabbrica, adesso molte macchine lo hanno sostituito e questo oggi ci appare normale. Forse potrebbe accadere qualcosa di simile anche con il dolore. Oggi ci sembra ancora naturale soffrire per un lutto, attraversare il vuoto, la mancanza, l’assenza. Ma la tecnologia potrebbe modificarne così tanto l’esperienza da renderci quasi estraneo il concetto stesso di perdita.
Cosa direbbe Freud a tal proposito? Ahimè, non credo sia sufficiente creare un suo avatar per ottenere una risposta soddisfacente, anche se possiamo immaginare la sua indignazione.
Grief Tech, lutto ed elaborazione della perdita
Se elaborare un lutto richiede confrontarsi con la realtà della perdita, cosa accade se la tecnologia rende quella perdita continuamente reversibile, simulando la presenza del defunto?
Nel corso degli anni, già altre correnti si sono opposte alla visione lineare di Elisabeth Kübler-Ross, basata sulla successione delle diverse fasi del lutto. È chiamato ‘continuing bonds’ il dialogo con la persona cara ed è stato introdotto da Daniel Klass: si basa sul concetto secondo cui la connessione con il defunto apporti un sostegno importante per la persona sofferente e la accompagni in una nuova vita, una vita senza l’altro. Questo legame si manterrebbe tramite un dialogo immaginativo, simbolico, puramente interiore oppure tramite la scrittura. Non una vera interazione, ma più una comunicazione unidirezionale.
Potrebbe il campo delle Grief Tech presentarsi come un’evoluzione di questa specifica tecnica terapeutica? In questo caso, tuttavia, il dialogo è esternalizzato, automatizzato e simulato da un sistema. Questa differenza è abbastanza sostanziale da far sì che le Grief Tech non possano essere paragonate alla tecnica terapeutica sopra citata. È effettivamente l’interazione simulata – più che la creazione di una figura simile al defunto – a suscitare qualche perplessità.
La simulazione di un dialogo ‘a tu per tu’ con un defunto, infatti, risponde al bisogno di conforto, sopprime il dolore per la perdita della persona cara, lo annienta, lo mette a tacere, promuovendo un senso di continuità relazionale. A rendere questo dialogo la modalità di default per sopravvivere al dolore, il rischio è quello di dimenticare che questo rapporto sia effettivamente simulato.
Si parla con un chatbot che non ha nient’altro in comune con la persona scomparsa, se non le sembianze fisiche e vocali. Semplicemente perché non è la persona scomparsa. Ed è proprio qua che potrebbe nascere una difficoltà a discernere la realtà dalla simulazione. E allora il processo di elaborazione del lutto rischia di bloccarsi, la realtà simulata di divenire un rifugio e la mancanza da cui si tenta di scappare diviene mancanza di contatto con la realtà. Ci si costruisce un mondo parallelo in cui la persona non ci ha mai lasciati.
Stiamo trovando nuovi modi di ricordare o stiamo evitando il contatto con il dolore? È il dolore qualcosa da elaborare o qualcosa da eliminare?
Le questioni etiche della Grief Tech
L’industria della Grief Tech solleva poi tutta una serie di questioni etiche di non poca importanza, che coinvolgono il mercato più generale dell’AI. Chiunque ha la possibilità di creare avatar di persone a partire dalle loro foto e dalle loro voci; dunque, chiunque ha la possibilità di creare delle vere e proprie identità digitali. Ma una volta create, a chi appartengono? Chi le possiede? Sono di pubblico dominio o di chi le crea? E ancora, è giusto ricreare l’identità di qualcuno senza il suo consenso? Recentemente Zelda Williams, figlia del noto attore Robin Williams scomparso nel 2014, ha fatto un appello sui suoi canali social invitando le persone a non mandarle video del padre fatti con l’intelligenza artificiale, definendoli inutili e disgustosi.
Ci troviamo di fronte a un paradosso: le tecnologie più avanzate ostacolano l’avvenire, si – e ci – ancorano al passato, fino a bloccare la capacità stessa di vivere esperienze emotive necessarie quanto inevitabili, come il dolore della perdita. La promessa della Grief Tech è semplice: non perdere davvero nessuno. Ma forse è proprio questo il punto: il lutto non è un errore da correggere, né un vuoto da riempire artificialmente. Non è un problema tecnico da risolvere, ma il prezzo inevitabile dei legami umani. E forse usare il futuro per restare aggrappati al passato rischia di impedirci di vivere il presente.



