Tempo di esami per i nostri ragazzi, e una delle tracce del tema di italiano si basa proprio su questa domanda: partendo dall’analisi del filosofo Furedi, che teorizza il termine “adultescenti” per indicare individui che hanno difficoltà a responsabilizzarsi, ci si chiede quando si inizi a incarnare il vissuto tipico dell’età adulta e quindi, in definitiva, ad abbandonare quell’atmosfera che l’autore citato definisce “festaiola”, propria dell’adolescenza e della gioventù. Il concetto preso come spunto dalla traccia di maturità credo sia interessante, e mi sono trovato così a fantasticare di rispondere a questa domanda, tornando simbolicamente tra i banchi.
Adultità e maturità mentale: il contributo di Adler
La prima cosa che mi è venuta in mente è in realtà un altro concetto, ovvero quello di salute psichica per lo psicoanalista Alfred Adler. Egli diceva che un individuo sano è colui che è capace di amare, lavorare ed essere un membro costruttivo della società, intendendo la capacità della persona di instaurare relazioni affettive mature, assumersi responsabilità e non mettere in atto condotte criminali. Sebbene questo possa riguardare trasversalmente chiunque di noi, adolescenti compresi, credo che sia un buon punto di partenza per il discorso sull’adultità: la capacità di interiorizzare un ragionamento di tipo morale che ci spinge naturalmente a raggiungere questi obiettivi è strettamente connessa alla maturità mentale ed è ben lontana dalla tempesta emotiva che caratterizza l’adolescenza.
Il Puer di Jung e l’autonomia dal nucleo familiare
Nel mondo di oggi, molto interconnesso ma dai confini relazionali molto labili, probabilmente l’età adulta si configura più che altro come un traguardo che viene raggiunto tramite l’autonomia dal nucleo familiare, sia psicologica sia materiale. A questo punto, infatti, per giustificare questa riflessione devo tirare in ballo il concetto, a me molto caro, di Puer secondo la teorizzazione di Carl Gustav Jung, ampliata e approfondita da Marie-Louise von Franz. Il Puer è un adulto che rimane nei limiti della psicologia adolescenziale, il che vuol dire che vive quella che la psicoanalista tedesca chiama una vita provvisoria, ovvero un’esistenza vissuta con uno scarso radicamento nel presente e un’irrealistica aspettativa in un futuro che magicamente risolverà tutto. La von Franz ipotizza che questo particolarissimo tipo di condizione psichica derivi da un legame troppo stretto con la figura materna, che spinge l’individuo a ritornare sempre all’ovile piuttosto che lanciarsi nel mondo.
La paura di crescere e la procrastinazione esistenziale
Volendo estendere la riflessione, è innegabile che l’idea di crescere possa scatenare in noi angosce enormi perché la vita, oggettivamente, si complica sempre di più andando avanti. Se è vero che ogni età ha i suoi compiti evolutivi e le sue difficoltà, è altrettanto vero che l’età adulta rappresenta grosse sfide e ci mette di fronte probabilmente ai lutti più devastanti della nostra vita. Se nella traccia dell’esame di Stato viene affermato che l’età adulta è vista come una scocciatura, io ritengo piuttosto che venga vista come un compito arduo che, non avendo un inizio ben definito, può essere evitato o rimandato in una sorta di procrastinazione esistenziale.
Quello che spesso dimentichiamo è che, al crescere della complessità, crescono anche le nostre risorse e la nostra esperienza. Sarebbe impensabile, per esempio, per un adolescente affrontare complessi temi lavorativi, la perdita di un genitore oppure la paternità senza gravi ripercussioni psichiche. Negli adulti, invece, queste esperienze possono essere molto stressanti o dolorose, ma raramente destabilizzanti.
La scomparsa del padre e il ruolo del logos
Cosa potrebbe aiutarci? Buon interrogativo. Recalcati e, più in generale, la psicoanalisi lacaniana ritengono che tutto questo possa essere ricondotto anche a quello che chiamano la scomparsa del padre, inteso come modello di riferimento che serve a guidare e a proiettare l’individuo nel mondo della legge e della responsabilità.
Non a caso Jung, indipendentemente ma indubbiamente in modo parallelo, parla dell’assenza del logos come uno dei problemi maggiori che spingono un individuo verso un’immaturità perenne: il logos è proprio quell’aspetto etico-normativo che ci permette di interagire col mondo in maniera strutturata, concedendoci anche le nostre parti adolescenti e bambine senza far sì che prevarichino oppure che ci trascinino in una forma di nostalgia artificiale.
Diventare grandi come trasformazione, non come rinuncia
In conclusione, a mio avviso la decisione di diventare adulti è qualcosa che ha a che fare più con un mix di sviluppo psichico e scelte etiche e morali che con un addio mesto e consapevole alle gioie dell’adolescenza. Esse semplicemente, quando tutto va come deve andare, cessano di essere così necessarie, un po’ come il gruppo di amici che frequentavamo a scuola, che pian piano si assottiglia e si trasforma naturalmente in quelle tre o quattro persone che considereremo la nostra famiglia psichica e che ci accompagneranno per tutta la vita: non una rinuncia dolorosa ma una trasformazione, quindi, e forse neanche in meglio, ma in qualcosa di diverso e magari anche più stimolante.
In fondo si tratta comunque di un nuovo passaggio di questa avventura che chiamiamo vita, e tutti noi siamo chiamati in un modo o nell’altro a risponderne. Il passato ci apparirà sempre più roseo del presente, così come il procastinare ci darà sempre l’illusione di mettere il tasto “pausa” al tempo, ma si tratta di bias cognitivi, errori della nostra psiche. Bisogna piuttosto confrontarsi con la vita, scioglierne il mistero, sempre citando Jung, per evitare che la vita non vissuta si rivolti contro di noi, chiedendoci il conto di quegli anni di vuoto passati ad illuderci che non saremmo mai diventati grandi.



