Ha fatto scalpore la notizia di qualche settimana fa dell’arresto di un adolescente impegnato a progettare un attentato nella sua scuola, paragonabile al massacro di Columbine negli Stati Uniti. Al di là della ferocia di quell’evento e di altri simili, che non possono non scatenare fantasmi e paure in ognuno di noi, l’episodio del quale stiamo parlando nello specifico rompe un po’ quello che pensavamo essere una specie di cordone di sicurezza attorno all’Italia. Da noi, ci dicevamo spesso, queste cose non succedono: le armi non sono così disponibili, la società è meno competitiva e alienante e poi, diciamocelo, noi tutti a volte pensiamo che qualche americano abbia le rotelle fuori posto a prescindere.
Adolescenza e perdita di senso esistenziale
L’ironia e la generalizzazione che ho usato sui nostri amici americani – non me ne vogliano, è per una buona causa – servono per dimostrare quanto in realtà siano fragili le tesi presentate prima: nessuna di queste cose, buona o cattiva che sia, serve a preservarci dall’apparizione di fenomeni simili nel nostro Paese, un po’ come non ha protetto i nostri adolescenti dal fenomeno hikikomori presente in Giappone. La verità è che, al di là del dramma del singolo, sul quale non entro perché, non conoscendo i fatti, mi astengo da facili interpretazioni sensazionalistiche, esiste un problema sociale importante, che riguarda gli adolescenti in particolar modo, ovvero la mancanza di un orizzonte nel quale si possano rivolgere lo sguardo.
Come nel caso della docente accoltellata da un suo studente, si evince una profonda perdita di senso esistenziale nella mente di questi candidati mass murderer: la loro visione della vita è essenzialmente nichilistica, basata sul disprezzo dell’esistenza altrui, considerata priva di valore, e sul denegare il valore anche della propria, vista soltanto come la possibilità di avere quei famosi 5 minuti di gloria prima del definitivo tramonto. Che sia a 15 anni o a 70 poco importa, tanto non essendoci un avvenire che offra una prospettiva fiduciosa e di speranza, tanto vale creare scompiglio appena se ne ha la possibilità.
Nichilismo e volontà di potenza: una lettura filosofica
Non ha torto il grande filosofo Severino, che percepiva il nichilismo come un’antifilosofia, in quanto negazione della vita stessa, poiché presuppone che tutto ciò che esiste abbia una fine, in contrasto con la sua visione delle cose esistenti inserite in un contesto eterno, secondo cui ogni cosa che esiste è ciò che è e non può essere altrimenti. Fenomeni quali la nascita e la morte sono più che altro cambiamenti di stato, apparire e scomparire, più che non essere. Il nichilismo invece porta a una volontà di potenza che implica il poter modificare le cose credendo di avere la facoltà di far cessare la loro esistenza.
A mio avviso questa visione filosofica si sposa perfettamente con la volontà di potenza che questi adolescenti assalitori (ma anche altre figure come, magari, un femminicida o un dittatore) applicano alle loro vittime: il punto non è tanto uccidere per uno scopo esistenziale come la vendetta, che per quanto crudele presuppone un orizzonte nel quale io posso dire di essere sopravvissuto al mio nemico, ma a mio parere presuppone proprio la volontà onnipotente di porre fine a qualcosa che esiste, paradossalmente per affermare la propria esistenza, non dissimilmente dai tagli che molti adolescenti si infliggono, che servono a ricordare alla psiche che in quel momento si è vivi quando l’angoscia di morte si fa troppo pressante.
Ripensare la società e i luoghi educativi
Cosa fare allora? Molto difficile rispondere a questa domanda in poche righe. Mi viene in mente che il problema va necessariamente affrontato a livello macro: la società deve creare spazi di senso e abbandonare questa idea della tecnica come unica soluzione ai mali del mondo. La scuola, ad esempio, non può essere solo un luogo dove gli studenti devono superare prove che vengono misurate con una media matematica con tanto di decimali (!!!), ma piuttosto un luogo dove si fa pedagogia più che tecnica dell’apprendimento.
Allo stesso modo, altri contesti come sport, volontariato e tutto ciò che permette aggregazione sociale possono essere un terreno fertile dove intercettare il disagio. Per fare ciò naturalmente c’è bisogno di figure professionali formate ma anche, soprattutto, di un cambiamento di mentalità. Ricordo ancora che quando facevo il liceo classico, per via di una circolare ministeriale, saltammo a piè pari la storia romana perché bisognava completare anche il medioevo, con il risultato che eravamo infarciti di nozioni di entrambi i periodi ma non sapevamo assolutamente un cavolo di tutti e due, perché ci mancava cogliere il senso che queste epoche avevano avuto per la storia dell’umanità.
Restituire senso: cultura, sapere e ascolto del disagio
Ci stiamo insomma concentrando troppo sulle figure e ci dimentichiamo lo sfondo: traslato in un discorso psicologico riguardo all’adolescenza, il nichilismo che si prova in questa età può essere affrontato molto più facilmente se si affronta il tema magari leggendo Nietzsche o parlando della pulsione di morte freudiana, non con l’idea che dopo si debba essere interrogati e prendere 7, ma con lo scopo di dare veramente voce al disagio di quei ragazzi tramite il sapere dell’umanità, piuttosto che lasciare che essi facciano aberranti collage con quello che trovano in rete.
Carl Gustav Jung riteneva che il disagio psichico fosse molto più affrontabile se la sofferenza del singolo venisse inserita in un orizzonte di senso legato all’intera umanità tramite il mito, le leggende, la letteratura, la filosofia e la religione. Credo che questa sia un’ottima traccia per rispolverare queste preziosissime frecce nell’arco dell’umanità e poter offrire ai nostri ragazzi una speranza, che vada al di là della mera sopravvivenza, possibilmente con il posto fisso.




Mi rallegra autenticamente leggere un contributo che, come da tempo cerco di fare anch’io nel mio piccolo, propone di decifrare i fenomeni socio- e psico-patologici utilizzando anche lenti filosofiche, in particolare quella fornita dal discorso filosofico del nostra grande connazionale Emanuele Severino – un pensatore in grado di dialogare con giganti del pensiero mondiale di tutti i tempi, come Aristotele ed Heidegger -, e lo fa senza quel malcelato snobismo scientista o psicologista che reputa che le cose “importanti” stiano altrove, Come se la stessa postura scientifica non avesse alla sua base una visione gnoseologica di matrice filosofica (non per nulla esiste una disciplina chiamata “filosofia della scienza”).
Ma ciò su cui mi premeva maggiormente contribuire dopo questa lettura, è che la volontà di potenza a genesi strutturalmente nichilista (poiché deve premettere la fede nella possibilità sia di annichilire che di trarre dal nulla le cose) mi pare non dia solo un orizzonte di senso rispetto a questi fenomeni di violenza o di aggressività agita, ma metta in prospettiva più radicalmente anche quel clima socio-culturale ed epocale iper-performativo e tecnicista in cui onnipotenza avocata e impotenza fattuale s’incontrano, determinando il terreno favorente anche per altre manifestazioni e peculiari espressività psicopatologiche dell’età adolescenziale e giovane adulta che possiamo osservare oggi in modo particolare (anche, per esempio, per la patomorfosi dell’espressività dei disturbi alimentari).