Vaso di Pandora

Diritti, autonomia e stigma: il ruolo invisibile del lavoro clinico

Nel nostro lavoro clinico si parla spesso di cura e riabilitazione. Un po’ meno, invece, di diritti. Eppure, sostenere una persona nel proprio percorso significa anche accompagnarla nella possibilità concreta di accedere a ciò che le spetta: diritti civili, sociali ed economici.

Può sembrare un aspetto burocratico, quasi secondario. Ma non lo è.

L’importanza dell’accesso ai diritti per l’autonomia

Avere documenti in ordine, ottenere una percentuale adeguata di invalidità civile, poter gestire autonomamente una pensione: sono tutti elementi che incidono direttamente sulla dignità e sulla qualità della vita delle persone che seguiamo. Non solo. Sono anche strumenti fondamentali per costruire autonomia.

Per questo è importante che i pazienti, quando possibile, siano messi nella condizione di informarsi ed esercitare i propri diritti. Non per abbandonarli a sé stessi, ma per restituire loro un ruolo.

Lo sguardo esterno e lo stigma nelle istituzioni

È proprio a questo punto, però, che emerge una domanda necessaria: “come vengono visti, dall’esterno, i nostri ospiti?”

Non è una domanda teorica. È qualcosa che si manifesta nella quotidianità, a volte in modo disarmante. Mi capita che persone di cui ho una conoscenza superficiale, venute a sapere del mio lavoro, pongano domande come: “ma davvero li fate anche uscire?”. Oppure, di fronte a un qualsiasi fatto di cronaca nera: “uno così dovrebbe stare in un posto come quello in cui lavori tu”.

Sarebbe rassicurante liquidare queste affermazioni come semplice ignoranza o superficialità. Più difficile è riconoscere che quello stesso sguardo può appartenere anche a chi, concretamente, ha il potere di facilitare o ostacolare l’accesso ai diritti.

Lo stigma, infatti, non è un residuo del passato. È qualcosa di vivo, che attraversa ancora oggi le istituzioni.

Il caso di Mario: quando l’autonomia incontra ostacoli

Mario – lo chiamerò così – ha più o meno la mia età. È cresciuto nella mia stessa città; da piccoli giocavamo persino nello stesso cortile. A causa di una patologia psichiatrica con prognosi complessa vive nel nostro Gruppo Appartamento ormai da anni. Ha un temperamento generalmente mite e, nel tempo, abbiamo provato a lavorare sulle sue risorse: piccoli rientri a casa, uscite individuali, una gestione più autonoma del denaro. Un percorso graduale, fatto di passaggi minimi ma per lui significativi.

Un giorno si accorge che la sua carta d’identità sta per scadere. È un passaggio semplice, qualcosa di banale per tutti noi. Decidiamo di coglierlo come un’occasione: lo incoraggiamo a informarsi e ad occuparsene in autonomia. Dopo aver comunque esposto le sue preoccupazioni e paure, accetta di provarci.

Fin da subito, però, qualcosa si incrina.

Il dipendente comunale appare in difficoltà. Cerca continuamente il nostro intervento, pone domande che sfiorano la violazione della privacy. Lo rassicuriamo, fornendo (in accordo con il paziente) quelle informazioni che possono servire per svolgere la pratica: Mario non è interdetto, non ha vincoli giuridici. È una persona che può e deve esercitare i propri diritti.

Andiamo avanti e Mario completa la procedura, mostrando anche una certa soddisfazione.

Quando arriva il documento, però, emerge il problema: la carta d’identità non è valida per l’espatrio. Può sembrare un dettaglio, ma non lo è.

Chiediamo spiegazioni. La risposta è piuttosto secca: “ve l’avevo detto di non farlo venire da solo”. Non era successo nulla di imprevisto, dietro quella frase non c’era un disguido amministrativo. C’è un’idea molto semplice (e altrettanto pericolosa): che quella persona non sia in grado, che l’autonomia sia un rischio, che la tutela passi necessariamente attraverso la sostituzione.

Ripensare il lavoro clinico tra diritti e società

Quell’episodio mi ha costretto a riflettere su cose che davo fin troppo per scontate. Da un lato, ho capito di aver sottovalutato quanto la rappresentazione che un’istituzione ha del paziente possa influenzare concretamente l’accesso ai suoi diritti (e, di conseguenza, le sue autonomie). Dall’altro, è diventato ancora più evidente quanto lavoro ci sia da fare sullo stigma, anche (forse soprattutto) nei contesti ufficiali.

Per quello che riguarda Mario, abbiamo infine ottenuto una nuova carta d’identità corretta (sebbene sia stato necessario il nostro intervento). Successivamente, abbiamo concordato con il Comune una soluzione intermedia: i pazienti continueranno a presentarsi autonomamente, ma con una dichiarazione che attesti l’eventuale presenza o assenza di limitazioni giuridiche o interdizione.

Una soluzione pratica. Ma il punto resta.

Accompagnare una persona verso l’autonomia non significa solo lavorare su di lei. Significa anche confrontarsi con lo sguardo degli altri, con le resistenze – esplicite o sottili – di una società che fatica ancora a riconoscere pienamente i diritti di chi vive una fragilità psichica.

E forse, oggi più che mai, questo è parte integrante del lavoro clinico.

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