Vaso di Pandora

Io e io: quando la musica racconta l’anoressia

Io e io

Siamo in due qui dentro Io e io

In un corpo soltanto

Con questi versi si apre “ioeio”, brano contenuto in Caramè, l’ultimo album di Angelina Mango, uscito a sorpresa lo scorso 16 ottobre. La canzone riesce a dare forma sonora a un’esperienza spesso invisibile: la battaglia che si trovano ad affrontare coloro che soffrono di anoressia nervosa, già durante la malattia ma soprattutto dal momento in cui decidono di intraprendere il percorso di guarigione, il cosiddetto ‘recovery’.

Due voci, un solo corpo: il dialogo interiore dell’anoressia

L’anoressia non è solo un disturbo alimentare – che negli ultimi anni ha visto i dati epidemiologici salire vertiginosamente. L’anoressia è un dialogo continuo ed estenuante tra due parti della stessa persona.

Da un lato c’è un Io che desidera vivere, nutrirsi, sentire:

E ho troppe parole che non riesco a deglutire

Sciogli questi nodi perché voglio risentire Che è bello da impazzire […]

Voglio benedire ogni parte di ogni parte di me

Dall’altro c’è un Io che controlla, giudica e misura il valore in calorie:

Conto le calorie come i minuti che mancano

Mamma mia, troppe persone mi piacciono più di me

Come se io, a confronto, fossi nulla

La voce della malattia: controllo, giudizio e identità

Nel corso dell’album, Angelina Mango lascia spazio a entrambe le parti, permettendo a ciascuna di raccontarsi. Nel brano citato, cantato insieme a Madame, questo sdoppiamento prende forma attraverso un vero e proprio dialogo. Nel ritornello le due voci si alternano:

(Madame): Come mai non vedi l’ora di voltarti e uccidermi? (

Angelina Mango): Voglio solo liberarti per sopravvivermi

Attraverso i vari brani musicali, la giovane cantautrice racconta proprio questo: la convivenza forzata con una voce interna che non sempre è alleata – anzi, quasi mai. Questa voce prende la forma di un capo a cui obbedire, diventa quindi dominante, critica, autoritaria, crudele. Talmente preponderante nella vita quotidiana della persona, che finisce per con-fondersi con la persona stessa, in una sorta di identificazione. Ci si identifica con la voce, con la malattia.

Il corpo come campo di battaglia

Il nucleo dell’anoressia è il controllo: del corpo, del peso, del cibo. Un controllo illusorio sulle relazioni, sui sentimenti, sulla vita. Ma più il controllo aumenta, più la propria identità si dissolve. Non ci si riconosce in nient’altro che non sia la malattia stessa. Anche perché, spesso, mancano le energie fisiche e mentali per ricordare chi si era prima.

E il mio corpo non è più un corpo

È un ingombro di spazio

Un treno che avanza

Un piatto che avanzo

Il recovery: separarsi dalla voce della malattia

La guarigione inizia proprio quando la persona smette di identificarsi completamente con quella voce, se ne distacca emotivamente per aprirsi alla possibilità di essere altro. Nel percorso di recovery, infatti, non si tratta solo di lasciare andare la necessità di controllare, ma ci si trova davanti a una domanda più radicale: chi sono io senza il disturbo?

Guarire come integrazione, non come lotta

Spesso si parla della guarigione come di una battaglia: una parte vince, l’altra perde. Ma forse è più utile pensarla come un dialogo profondo. Non un duello, ma una mediazione. Le due parti del Sé si confrontano, si ascoltano, si mettono in discussione. A volte una delle due voci sembra più convincente dell’altra. Ci si sente come in mezzo a un conflitto acceso, eppure l’obiettivo non è eliminare una parte, ma integrarla. Ascoltarla, accoglierla.

Dalla fame di controllo alla fame di relazioni

Guarire non significa uccidere quella voce, ma imparare a comprenderne i reali bisogni, che spesso sono bisogni primitivi di affetto, di sicurezza, di stima. Durante la malattia non si ha fame di cibo, ma fame di amore, di relazioni, di persone che sappiano ascoltare.

Tornare a essere uno: il senso della guarigione

Il recovery è un percorso lungo, spesso non lineare. È il passaggio da un corpo vissuto come campo di battaglia a un corpo che torna a essere casa – o lo diventa per la prima volta. È il momento in cui “io e io” non sono più due nemici nello stesso spazio, ma una sola presenza che prova, finalmente, ad ascoltarsi.

Perché guarire non è diventare qualcun altro, ma tornare a essere uno. Guarire non è vincere o perdere, è tornare a vedere la vita oltre i limiti auto-imposti, e volerla vivere davvero.

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