“La quiete e la tempesta”
La sera avanza ormai da alcune ore. Il caminetto crepita lentamente, con quel suono secco e regolare che scandisce il silenzio della stanza. Il sencha, tè verde asiatico piuttosto noto, sta terminando l’infusione e il vapore che sale dalla tazza disegna forme leggere nell’aria tiepida.
Il profumo è vegetale, pulito, quasi terapeutico.
L’infusione del tè è da sempre un rituale che associo alla calma, a uno spazio mentale in cui il tempo rallenta e i pensieri trovano ordine. In quei minuti si può percepire il corpo distendersi, come se anche la mente trovasse finalmente una postura più stabile.
«La progettualità è la strada da seguire per prevenire l’emergenza», disse una volta uno psichiatra che ancora stimo molto.
Ripenso spesso a quella frase. Ne riconosco la verità profonda e ineluttabile, riflettendo tuttavia anche alla difficoltà concreta nel perseguire questa visione quando i casi si fanno complessi e i ritmi serrati, quando una giornata può trasformarsi in una sequenza di urgenze da contenere più che in uno spazio da costruire.
La progettualità richiede tempo mentale, continuità, possibilità di pensare il futuro. Cosa fare dunque nel momento in cui tutte queste risorse tendono a essere divorate?
Quando l’imprevisto rompe l’equilibrio
Il Sole è sorto da poco, ma ormai alto nel cielo. In questa stagione entro quasi sempre in struttura con il buio, ma non oggi: alcune mansioni esterne mi hanno portato a iniziare il turno più tardi del solito.
Il parcheggio è ancora semivuoto e l’aria del mattino è fredda e tagliente.
Appena varco la soglia, Daniel è visibilmente turbato. Cammina avanti e indietro nel corridoio stringendo le mani, la voce tesa.
Un’attività a cui teneva molto è stata annullata a causa del maltempo e questo imprevisto pare aver scardinato il suo equilibrio. Con una collega ci fermiamo con lui, rallentiamo volutamente il ritmo.
Gli diamo spazio per esprimere rabbia e frustrazione, poi proviamo a rimettere ordine nei pensieri, a ridefinire la giornata, a restituire possibilità concrete.
Pian piano la respirazione si regolarizza, lo sguardo torna presente.
Daniel è ormai un uomo di mezz’età ed è in detenzione domiciliare. La sua storia è fatta di passaggi continui: droghe pesanti, alcol, gioco d’azzardo. Apparente stabilità e crisi.
Negli anni, però, qualcosa è indiscutibilmente cambiato cambiato.
Da alcune settimane effettua in autonomia, pare tollerare meglio le frustrazioni quotidiane, tenta di modulare l’impulsività a un livello che sarebbe parso incredibile alcuni anni addietro, forse addirittura impensabile.
Lo vedo respirare più profondamente, come se avesse ritrovato una direzione per la giornata, è tempo per me di partire con alcuni altri pazienti. E’ previsto lo svolgimento di una periodica mansione esterna e mi stanno aspettando.
L’infusione è finalmente terminata, stringo la tazza calda tra le mani. Il tè è ancora fumante e il suo aroma riempie la stanza. Fuori il cielo si è scurito in pochi minuti, come se qualcuno avesse spento il giorno all’improvviso. Il vento muove le tende con colpi irregolari, prima leggeri poi sempre più decisi.
Resto in silenzio a osservare il mutamento del tempo, lasciando che la calma della casa mi attraversi. La tempesta che si avvicina ha un ritmo proprio, progressivo, fatto di segnali che si accumulano: l’aria che cambia, il vento che aumenta, il cielo che si chiude lentamente.
Penso a quanto spesso, anche in struttura, gli squilibri non nascano davvero all’improvviso. I segnali ci sono: tensioni che crescono, frustrazioni che si sommano, piccoli scarti rispetto all’equilibrio abituale.
Eppure, dentro il ritmo serrato delle giornate, non sempre c’è lo spazio per leggerli fino in fondo.
Il contrasto non è tra prevedibile e imprevedibile, ma tra ciò che può essere osservato con calma e ciò che, nell’urgenza continua, rischia di passare inosservato.
Qui, nella calma, il tempo rallenta e rende visibile il cambiamento.
Quando l’urgenza non oscura il progetto
Rientrando in struttura noto subito un clima operoso, ma teso.
I corridoi sono più rumorosi del solito, le porte si aprono e si chiudono rapidamente.
Una collega, ormai da anni compagna di turno e emergenze, sta cercando di risolvere una complicazione delicata legata all’uso del cellulare di un paziente, una questione che intreccia diritti, limiti e relazioni.
Nel frattempo Michael reclama con insistenza il nostro tempo. La voce si alza, il corpo è teso. Solitamente autonomo, oggi dovrà essere accompagnato per completare alcune mansioni in vista del permesso a casa del giorno successivo.
Ci fermiamo con lui, spieghiamo, rinegoziamo, trasformiamo la frustrazione in qualcosa di tollerabile.
Michael ha da poco superato i quarant’anni, una forte difficoltà nella gestione dell’impulso e una bassissima tolleranza alla frustrazione.
Mesi fa, dopo un invio in pronto soccorso con l’intervento delle forze dell’ordine, ha avuto la sua prima vera ammissione di malattia. Da allora il percorso è stato irregolare, ma reale.
Oggi il suo progetto terapeutico è progredito al punto da consentire lui di uscire in autonomia, rispettando orari e limitazioni economiche. Domani finalmente tornerà nei luoghi in cui è cresciuto, per qualche giorno in famiglia.
La pioggia ora batte con forza sui vetri. Le gocce scendono in rivoli che deformano le luci esterne, creando ombre in movimento sulle pareti. Il vento fischia tra gli infissi e a tratti copre persino il crepitio delle fiamme.
Stringo la tazza ormai quasi vuota, sentendo il calore che lentamente si disperde. Respiro profondamente. Il corpo si rilassa mentre la mente ripercorre le immagini della giornata.
Qui il tempo si dilata. Ogni suono ha spazio per essere ascoltato.
È in questa distanza che comprendo quanto la progettualità richieda silenzio, continuità, possibilità di riflessione.
Costruire futuro dentro l’instabilità
È ormai pomeriggio inoltrato quando rientro con l’auto della struttura. L’aria è pesante, carica di umidità. Le colleghe sono in fermento: un paziente, solitamente silenzioso e innocuo, si è allontanato senza autorizzazione. Si attivano contatti, telefonate, verifiche.
Grazie alla rete costruita con le forze dell’ordine e la famiglia viene rintracciato e farà rientro in giornata, con sollievo, ma anche una buona dose di soddisfazione generale nel sapere che l’équipe intera si attiverà per farlo stare meglio e costruire insieme a lui un’idea di futuro più condivisa e tollerabile.
Mentre si consumavano questi eventi io ero fuori con Aaron.
Aaron ha alle spalle fallimenti in più strutture, un passato violento e una storia di vita spesso legata a furti e raggiri. Come se non avesse conosciuto altro per troppo tempo. Oggi esce in autonomia. In cerca di lavoro, lo accompagno a lasciare alcuni curriculum.
Vedo un uomo teso, ma determinato. Scopro una persona gentile, a tratti piacevole, sicuramente molto educata.
Un uomo, al di là del paziente, per cui ogni candidatura è un piccolo passo verso un futuro possibile.
La stanza è ormai immersa in una luce soffusa e calda. Il rumore della pioggia si attenua gradualmente, trasformandosi in un sottofondo lontano.
Mi appoggio allo schienale della poltrona, sentendo il peso della giornata farsi finalmente percepibile. Ogni gesto serale ha una lentezza rassicurante: sistemare la stanza, muovere i ceppi nel camino, osservare le fiamme che danzano.
È un tempo che permette al pensiero di sedimentare.
Ed è forse proprio questo spazio che rende possibile immaginare il futuro dei pazienti non solo come assenza di crisi, ma come costruzione reale di vita.
Dare tempo al cambiamento
Sono ancora in auto. Le luci dei lampioni scorrono lente sui finestrini. Michael è seduto accanto a me. Stiamo concludendo l’ultima mansione esterna, quella iniziata al mattino.
Domani partirà per il permesso. Tutto è pronto, eppure l’ansia emerge nei silenzi, nei sospiri profondi, nelle mani che si stringono sulle ginocchia.
Ancora non sappiamo come saranno per lui le prossime giornata. Se il progetto che faticosamente stiamo costruendo insieme lo avrà reso capace di tollerare ciò che succederà, oppure se ciò che lo aspetta si rivelerà troppo per lui, e scivolerà in vecchi atteggiamenti.
Gli ricordo i passi fatti, le difficoltà superate, la fiducia costruita nel tempo. Lui annuisce, ma resta teso.
La tempesta si spegne quasi senza che me ne accorga. Il vento rallenta, la pioggia diventa sottile, poi scompare del tutto. Resta un silenzio profondo e umido.
Spengo il camino, sistemo la stanza per la notte, abbasso le luci una a una. La casa torna immobile. Sento la stanchezza della giornata ma anche una strana pienezza.
Non tutte le giornate lavorative sono così dense di eventi, ma questa racconta bene come le difficoltà esistano, come le emergenze arrivino, come il tempo sembri sempre troppo poco e paia trascorrere sempre troppo veloce.
Eppure, in qualche modo, dentro questo ritmo frenetico, il lavoro progettuale continua. Continuano le cadute ma, timidamente, continuano anche i progressi.
Continuano nei piccoli passi di Daniel. Nella crescente autonomia di Michael. Nel desiderio di futuro di Aaron.
È in questa continuità che l’urgenza perde forza. È nel progetto che l’emergenza trova il suo argine. Perché contenere una crisi è necessario, ma costruire un futuro è ciò che davvero la previene.



