Vaso di Pandora

Massimo Recalcati, la dissociazione e la necessità di ripensare la cura delle patologie psichiatriche gravi

C’è dunque qualcuno che, invece di circoscrivere l’angoscia, si occupa di dilatarla mentre svolge la funzione essenziale di occuparsi, mentre è già grande, dell’altro, che è piccolo.

D’altronde nasciamo in balia dell’altro e molto dipende da come l’altro ci tratta, sia fin da prima che nasciamo che successivamente alla nostra venuta al mondo.

Massimo Recalcati, nel suo articolo “Siamo fatti della sostanza dei traumi perché non viviamo più di sogni” pubblicato su la Repubblica il 12 giugno 2026, ci parla giustamente della necessità di prendere in considerazione la Psicoanalisi Ontologica, che si occupa dell’essere piuttosto che di quella Epistemologica, che si pone, come obiettivo, di scoprire ciò che è nascosto, ci parla di Lacan e della necessità di difenderci “dalle irruzioni del reale sull’ordine simbolico”.  

Ci spiega che non si tratta di interpretare ma di creare le condizioni affinché il paziente possa man a mano accorgersi della situazione di terrore in cui si è abituato a vivere, in cui, da un momento all’altro, la propria realtà può scompaginarsi e che il compito dell’analista è di costruire con lui una relazione che intervenga nella vita del paziente, con la capacità di modificare le aspettative di quest’ultimo a proposito di ciò che l’Altro gli può riservare. 

Accenna anche ad altro che mi permetto di riprendere e sottolineare: “la dissociazione resta la risposta più tipica del soggetto borderline a un Altro che ha invaso abusivamente la sua esistenza”.   

Il trauma relazionale e il ruolo della dissociazione

Due sono gli elementi fondamentali che vengono citati in questa frase: 

  1. La patologia non risiede soltanto nel paziente ma nel “legame” che unisce due persone, una “grande”, che avrebbe dovuto prendersi cura e una “piccola”, che avrebbe dovuto essere oggetto delle cure di quella “grande”; a proposito di ciò è difficile non riandare con la mente al contributo di Jorge Garcia Badaracco che, per curare la patologia grave, tra cui i pazienti borderline di cui si occupano l’Autore e il Recensore, non si può fare a meno di partire dal prendere in considerazione e proporsi di modificare la relazione tra chi si sarebbe dovuto prendere cura e chi avrebbe dovuto esserne oggetto;
  2. Il meccanismo di difesa usato in via prioritaria sia da chi si trova a subire, il paziente, che da chi non è riuscito a dare, il genitore, è la dissociazione: “meglio fare finta con sé stessi che proprio chi avrebbe dovuto aiutarti non lo ha fatto, anzi…” come il primo Freud aveva ipotizzato sulla scia di Janet.

Dalla relazione patologica alla costruzione di un intervento terapeutico integrato

Per occuparsi sistematicamente delle patologie gravi: “schizofrenie”, “disturbi dell’umore”, pazienti narcisistici e borderline, spesso per non dire quasi sempre, oggi interconnessi con le “dipendenze”, è necessario riformulare il setting complessivo di cura:

  1. In primo luogo è necessario “creare le condizioni” attraverso cui i pazienti e, soprattutto, i care-givers, in genere uno dei due genitori, possano rendersi conto della situazione in cui si trovano: di essere “vittime” del loro legame; per rendere questo primo passo percorribile è necessario fornire a tutta la famiglia, compreso il paziente, l’opportunità di partecipare ad un gruppo di psicoanalisi multifamiliare;
  2. A questo primo intervento, a seconda delle situazioni cliniche, a proposito del se, del come e del quando, va aggiunto un intervento specifico sul nucleo familiare del paziente;
  3. Se il paziente e la famiglia sono in grado, tutto ciò può essere fatto ambulatorialmente e il paziente può opportunamente intraprendere una trattamento analitico individuale; se, come nella maggior parte delle patologie citate, tutto ciò non risulta praticabile ambulatorialmente, è opportuno pensare all’inserimento del paziente in una Comunità Terapeutica e che, successivamente, come e quando è possibile, il paziente affianchi agli interventi: di comunità, multifamiliari e familiari nucleari, un trattamento psicoterapeutico individuale.

Oltre il modello psichiatrico tradizionale: una proposta di riforma della cura

A mio parere la Psicoanalisi non può più fermarsi a descrivere ciò che è opportuno che accada a livello di trattamento individuale, per quanto illuminante, ma che inizi a dire con chiarezza che per la patologia grave è necessario formulare una strategia di intervento complessiva, di cui sarebbe utile che facesse parte anche il trattamento psicoanalitico individuale. 

Non possiamo più accontentarci di dire che manca qualcosa di essenziale da lontano, con il rischio che rimanga un borbottio di fondo.

Propongo di avere il coraggio di dire che la Risposta Psichiatrica, basata sul modello medico: diagnosi individuale e terapia farmacologica è insufficiente e inadeguata perché, invece di curare, produce cronicità e che sarebbe ora di riformulare, dalla a alla zeta, il modello di assistenza e terapia alle patologie psichiatriche gravi, sulla base delle esperienze virtuose che questo paese, incongruo e geniale, ha prodotto in questi anni.    

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