Antonio oggi è maggiorenne.
Il bambino che si rifugiava nei mondi immaginari è diventato un giovane adulto. Le sue creazioni non sono scomparse: sono cresciute con lui.
I personaggi inventati da piccolo sono ancora presenti nella sua vita psichica.
Ed è qui che la difesa rischia di trasformarsi. Non soltanto come ricordi o espressioni creative, ma come relazioni interne che occupano spazio affettivo.
Ciò che nasce come scudo può diventare gabbia.
Il ritiro fantasioso, se rimane l’unico modo di regolare le emozioni e vivere le relazioni, finisce per limitare il contatto con la realtà. La realtà è imprevedibile, richiede esposizione, comporta il rischio di rifiuto e frustrazione. Il mondo interno, invece, è governabile, coerente, controllabile.
Antonio fatica nelle relazioni reali. Con i coetanei si sente inadeguato; nelle relazioni affettive teme l’abbandono o la violenza. Nelle sue relazioni immaginarie, invece, si sente visto, compreso, mai tradito.
Il problema non è la fantasia in sé.
Il problema è quando la fantasia sostituisce la realtà. In questi casi il ritiro non protegge più: isola.
Il rischio, tuttavia, è che il giovane adulto finisca per abitare prevalentemente quella dimensione parallela, riducendo l’investimento nel mondo esterno. Le relazioni diventano evitabili e il conflitto inesistente. Ma insieme al dolore viene evitata anche la possibilità di crescita.
Nel lavoro terapeutico con Antonio la sfida non è distruggere il suo mondo interno. Sarebbe un atto violento. Quel mondo è nato per salvarlo.
La sfida è diversa: costruire una relazione reale sufficientemente sicura da permettergli di uscire, a piccoli passi, dalla sua fortezza immaginaria.
Per un paziente come Antonio, la relazione terapeutica diventa il primo spazio in cui sperimentare un legame autentico senza dover ricorrere alla fantasia come unico regolatore. Significa entrare nel suo linguaggio, rispettare i suoi personaggi e introdurre lentamente relazioni concrete.
La terapia diventa un ponte.
Non si tratta di dire: “Non è reale”.
Si tratta di chiedere: “Cosa ti ha permesso di sopportare?” E poi: “Possiamo costruire qualcosa anche qui, insieme?”
Quando il ritiro fantasioso diventa una gabbia, la chiave non è forzare la porta, ma offrire una presenza stabile davanti a quella porta.
Antonio non deve rinunciare alla creatività.
Deve poterla integrare.
La libertà non è eliminare la fantasia.
È non esserne prigionieri.
È poter scegliere quando abitarla e quando attraversare la relazione reale senza perdersi.
Nel mio lavoro ho imparato che il compito dello psicologo non è togliere le difese, ma accompagnare la persona quando non sono più necessarie.
Antonio ha costruito il suo rifugio per sopravvivere.
Ora può trasformarlo in una risorsa per vivere.




