“Quello è uno psicopatico, questo comportamento è da psicopatici, sembro uno psicopatico…”, questa parola la sentiamo giornalmente, sia che si tratti di una notizia di cronaca, di una conversazione amicale al tavolino di un bar, o di litigio di coppia. La nostra bocca e le nostre orecchie sono da sempre colme di questo termine. Psicopatia.
Etimologia della parola psicopatia
L’etimologia della parola psicopatia fa riferimento alla commistione di altre due parole “psyche” e “pathos”, sofferenza della psiche, verrebbe da se dedurre come lo psicopatico sia qualcuno di sofferente, la vittima indifesa di una sofferenza, qualcuno da tutelare e averne compassione.
Il testo del gruppo di ricerca dell’Università Kore di Enna (Craparo, Lo Cascio, Costanzo, David) pone il termine psicopatia, in linea con le concettualizzazioni di diversi autori, all’interno di un costrutto specifico della personalità, da porre in parallelo a quelli già esistenti di nevrosi, borderline e psicosi. Per gli autori la psicopatia si caratterizza dall’insieme di pattern relazionali, affettivi, e comportamentali dove è presente una marcata e significativa assenza di empatia, senso di colpa, paura, rimorso ecc e una marcata presenza di un senso di sé grandioso, menzogna patologica, tendenza alla manipolareità e comportamenti delinquenziali e recidivi.
La sofferenza, il pathos, si trova caratterizzata nel mancato raggiungimento di un godimento, lo psicopatico non soffre per o a causa dell’altro ma in quanto l’altro non si fa oggetto di godimento. La sofferenza allora non va ricercata nel soggetto psicopatico, ma in tutti coloro con i quali si trovano a relazionarsi con il soggetto psicopatico.
Psicopatici si nasce o si diventa?
Ma psicopatici si nasce o si diventa? La psicopatia è data da un correlato genetico/biologico o come effetto di traumi evolutivi? Nelle prime parti del testo gli autori pongono, a loro stessi e al lettore, questa domanda, articolandola attraverso la disamina di aspetti bio-psico-sociali e mettendo in evidenza le componenti biologiche, psichiche-relazionali, e sociali dello sviluppo psicopatico, pongono con cura gli aspetti differenziali di altre caratteristiche cliniche e diagnostiche come il disturbo narcisistico, il disturbo borderline, il disturbo antisociale ecc. In particolare gli autori si premurano con la massima cura, competenza diagnostica e sensibilità clinica di fornire al lettore una disamina sulla distinzione tra devianza sociale e psicopatia, dove una non sempre corrisponde o prevede l’altra. Una spiccata attenzione è posta sulle differenze tipologiche di psicopatia, da quelle più seduttive e manipolative, a quelle più marcatamente delinquenziali e sulla differenza tra psicopatia maschile e psicopatia femminile.
Il libro “Lo sviluppo della psicopatia Un approccio psicodinamico”
“Lo sviluppo della psicopatia Un approccio psicodinamico” non si limita a descrivere cosa sia o non sia una psicopatia, da quali pattern sia essa caratterizzata e da quali non lo siano, ma, come si fa presente chiaramente già dal titolo, è realizzato attraverso una rotta ben precisa, la rotta psicodinamica. Gli autori passano dal costrutto di psicopatia come descrizione ontica a una ontologia del soggetto psicopatico ponendolo all’interno di una dimensione affettiva/relazionale, nel quale il soggetto psicopatico ai trova legato e al modo in cui si relaziona con gli altri, l’altro come individuo e l’Altro come legge. La bussola che aiuta gli autori e noi lettori ad orientarsi all interno di questo modoi sono Freud, Kernberg, Porges, Fonagy, Janet, Van de Hart ecc, i quali articolano e approfondiscono diverse tematiche legate al costrutto di relazione psicopatiche e all’utilizzo di strumenti diagnostici specifici come la PCL-R.
Per gli autori la psicopatia non è leggibile come avulsa dal mondo ma. egli esiste proprio in funzione di tale mondo, ponendo con attenzione il modo in cui il soggetto psicopatico si muove all’interno della società, analizzando attraverso organizzazioni sociali, ben definite, come quelle mafiose o camorristiche, ma anche all’interno di società non percepita e intesa come disfunzionale o mostruosa, ma bensì come “funzionale e sana”, si pone l’attenzione sugli psicopatici dai colletti bianchi. Psicopatici che per mezzo del culto mediatico della grandiosità del Sé, dell’arrivismo e del “tutto ad ogni costo” hanno uguali effetti nocivi.
Il trattamento della psicopatia
Altri aspetti sono dedicati al trattamento della psicopatia, del soggetto psicopatico, del controtransfert da parte del clinico e su come il trattamento terapeutico non dovrebbe essere scisso dal vissuto comtrotransferale del clinico e dagli aspetti giuridici/forensi connessi. Gli autori mettono in luce come gli aspetti comtrotransferali possono essere degenerativi nella presa in carico e nel trattamento di soggetti psicopatici, dove il vissuto di essere usati, presi in giro, strumentalizzati, manipolati insieme a un senso narcisistico di impotenza e di colpevolizzazione, nel clinico, nel giudice e negli operatori dei servizi di cura, sono sempre presenti a fare capolino.
Il soggetto psicopatico all’interno del libro appare come un soggetto al quale bisogna porre la nostra attenzione, il nostro sapere e le nostre cure di clinici e di operatori sanitari, che ci si trovi in contesti privati, ambulatoriali, comunitari o carcerali presto o tardi si verrà a contatto con questo tipo di pazienti. Gli eventi di cronaca più recenti mostrano come il nostro tempo oscilli sempre più tremendamente verso derive antisociali e psicopatiche, dove a emergere sono sempre più spesso sentimenti di rabbia e disprezzo per l’altro, dove l’agire di un atto violento appare generato non da un singolo attore estemporaneo ma da una cultura che pone la violenza, il disprezzo e l’annichilimento dell’altro come cardine morale di virtù.
Il costrutto di psicopatia
Il testo di Giuseppe Craparo, Silvestro Lo Cascio, Giulia Costanzo e Vincenzo David, si presenta come un testo ricco, dettagliato sul costrutto di psicopatia, muovendo in sinergia la ricca bibliografia sull’argomento, la loro esperienza in ambito di ricerca e in ambito clinico, gli autori si spostano, coscienziosamente, tra una dimensione di sapere e una dimensione di non sapere.
Il testo non si pone come obbiettivo, né tantomeno né ha l’arroganza, di porre soluzioni o strumenti facili e immediati dal potere magico attraverso il quale risolvere la questione prognostica, l’incompletezza, più volte esplicitata nel corso del libro, è la parte di maggiore ricchezza per il lettore. Ogni affermazione è accompagnata da una riflessione e dalla sua interrogazione, gli autori sembrano dire “Noi sappiamo e pensiamo questo, ma ci sono tante cose che ancora sappiamo di non sapere, riflettiamo e interroghiamoci insieme”.



