Alla fine degli anni ’80 mi trovavo a Basilea, dove mi ero trasferito con la mia famiglia. Lì lavoravo accanto a Gaetano Benedetti per affinare un metodo psicoterapeutico che stava prendendo forma: uno scambio di disegni capace di dare voce a quei contenuti che i pazienti non riuscivano a esprimere con le parole. Benedetti chiamò questo linguaggio silenzioso, che avevo iniziato a sperimentare a Perugia a metà degli anni ’80, “Disegno speculare progressivo terapeutico”.
Il mio lavoro si svolgeva presso la Clinica Psichiatrica Universitaria Friedmatt, dove mi furono affidati sette pazienti psicotici. Tra loro c’era Claudio, un giovane che avrei accompagnato in un percorso di nove anni. Nei primi tre, ci incontrammo quattro volte a settimana; nei sei successivi, una volta a settimana. Ogni passo di questo lungo cammino fu seguito da Benedetti con la sua presenza attenta e costante, che accompagnò con dedizione la crescita di questo dialogo terapeutico fino alla sua conclusione.
Claudio appariva inizialmente privo di barriere tra mondo interno ed esterno: la sua identità si diffondeva nello spazio e nel tempo. Si rispecchiava in ogni oggetto azzurro della mia stanza, ma anche negli astri e nei corpi celesti; diceva di essere il sole, Giove, l’intero sistema solare e persino la stella polare. Il suo sé sconfinato si estendeva anche nel tempo: sosteneva di essere stato la figura chiave di ogni epoca – Adamo alle origini dell’umanità, Cristo nell’anno zero, Leonardo da Vinci nel Rinascimento, Napoleone nell’Ottocento, Robert Kennedy nel Novecento.
E ora, nel presente, il personaggio più importante del mondo era proprio lui: Claudio, seduto davanti a me. Un protagonista ancora misconosciuto, perché, diceva, gli extraterrestri non gli avevano ancora conferito i poteri straordinari grazie ai quali l’umanità intera lo avrebbe finalmente riconosciuto per ciò che sentiva di essere.

Figura 1
Questa esperienza di identità sconfinata, che lo portava a identificarsi con i pianeti, con figure storiche e con l’asse stesso del tempo, conviveva con immagini opposte, di segno regressivo e frammentato. Accanto al sé cosmico e grandioso, Claudio lasciava trapelare immagini arcaiche, in cui il proprio Sè appariva spezzato e disperso.
In questo disegno (Figura 1) raffigura l’identità di Adamo e di Jesus, scrivendo i loro nomi e collocandoli entro due sfere attraversate da rette che si congiungono in un vertice acuto. All’epoca non attribuii particolare importanza a questo dettaglio che nel corso della terapia avrebbe acquisito un significato rilevante.
Nella parte inferiore del disegno notai invece dei frammenti disarticolati che, nella mia fantasia terapeutica, sembravano appartenere a un piccolo embrione collocato in una grande pancia. In quel momento pensai che potessero rappresentare lo specchio della frammentazione del suo sé, sotto l’embrione frammentato scrisse il suo nome, di cui ho lasciato per la privacy solo l’iniziale.

Figura 2
Il mio intervento terapeutico fu soprattutto non verbale: ripresi il suo disegno e lo trasformai (Figura 2). Ricomposi l’embrione disarticolato e vi aggiunsi le mie braccia e le mie mani, come per proteggerlo nel mio mondo interno. Questo Disegno speculare progressivo terapeutico divenne così un gesto silenzioso di accoglienza e di cura.

Figura 3
Claudio, nella sua risposta speculare progressiva, trasformò l’immagine: l’embrione scomparve e le braccia che lo tenevano divennero una doppia spirale inscritta nel cuneo. Questa si incrociava in più punti, che il paziente collegava alle sue diverse incarnazioni nel tempo.
Il dialogo per immagini stava iniziando a prendere forma, dischiudendo segni e figure che avrebbero richiesto ancora tempo per poter essere pensati e digeriti.



