Subito dopo il mio sogno in cui cucinavo sulla brace la carne per Claudio, anche lui cominciò a portare sogni in seduta, come se si riattivasse una funzione psichica fino ad allora bloccata. I contenuti bizzarri che in precedenza comparivano nel mondo esterno cominciarono a essere ricondotti attraverso sogni e disegni nella relazione terapeutica, dove potevano essere osservati, contenuti e trasformati.

Figura 26
In questo disegno (fig. 26) compare la sua automobile, simbolo del viaggio psicoterapeutico. Claudio aveva verniciato sul tetto della macchina una grande stella di David contenente la croce svizzera (fig. 27), rendendo visibile all’esterno un’immagine interna.

Figura 27
La base per l’atterraggio degli extraterrestri, diceva, è diventata mobile e non è più necessario costruire la piramide di carri armati, perché c’è la sua automobile come nuova base di atterraggio. Con questa macchina veniva regolarmente a trovarmi in Italia, dove trascorreva periodi di terapia intensiva fino a cinque volte alla settimana.

Figura 28
Come si può vedere nel dettaglio del disegno 28 Claudio applicò sotto la targa l’adesivo con la lettera “I”, simbolo dell’Italia, e accanto “CH”, sigla della Svizzera. Le due lettere formavano la parola tedesca ICH, “io”.
La macchina si trasformava così in qualcosa di più del semplice mezzo di trasporto: diventava il simbolo stesso del processo attraverso cui l’identità prende forma. In quell’oggetto, l’Io di Claudio si costituiva nello spazio vivo dell’incontro, intrecciando parti di sé con frammenti dell’altro. Come osserva Gaetano Benedetti, l’identità del paziente psicotico si sedimenta nella relazione attraverso legami transizionali progressivi, nei quali il paziente ritrova parti di sé innestate nell’altro, parti che altrimenti resterebbero disperse o irraggiungibili.
Il consolidarsi di un proprio sé distinto dal fratellino morto tragicamente si accompagnò anche alla capacità di entrare in relazioni affettive profonde e costanti. Grazie a questa capacità, Claudio abbandonò per sempre i deliri, recuperando le competenze lavorative di un tempo. Riuscì a costruire una relazione d’amore stabile con una collega, anch’essa manager dell’azienda in cui lavoravano insieme che divenne la sua compagna.
Nell’ultima seduta del percorso psicoterapeutico Claudio mi invitò nell’ampio appartamento dove da qualche anno la coppia viveva, per farmi conoscere la sua compagna, una bellissima donna dagli occhi profondi e neri, di origine israeliana.
Purtroppo, dopo un paio d’anni, Claudio mi ricontattò per un evento terribile. La compagna aveva iniziato a presentare sintomi cerebrali e le diagnosticarono un idrocefalo congenito. Doveva essere operata in laparoscopia: attraverso una sonda il neurochirurgo avrebbe dovuto aprire i fori ostruiti che impedivano il deflusso del liquor provocando l’idrocefalo. L’intervento prevedeva la videoregistrazione, e il neurochirurgo seguiva le immagini dalla telecamera posta sulla sonda.
Il tecnico incaricato commise un incredibile doppio errore: inserì la registrazione di un altro paziente e premette play invece di record. Il neurochirurgo, operava il cervello della compagna di Claudio, guidato, senza saperlo dalle immagini di un altro cervello. Così distrusse irreparabilmente aree, circuiti e funzioni cerebrali: al risveglio dall’operazione, la giovane donna era ridotta ad un vegetale.
Anche Claudio fu devastato. Si immerse completamente nella riabilitazione della compagna, aggrappandosi con tutta l’anima alla speranza che le funzioni perdute potessero rinascere. I medici gli avevano spiegato che ogni possibile recupero sarebbe avvenuto entro un anno, trascorso il quale le alterazioni sarebbero rimaste per sempre. In quel tempo Claudio si prese cura di lei con una dedizione totale, ma allo scadere dell’anno la donna restava, nelle sue funzioni elementari, come una bambina non autosufficiente.
Disperato, Claudio tentò il suicidio gettandosi dal settimo piano, ma miracolosamente sopravvisse. Seguì un periodo di mesi dedicato alla riabilitazione; non poteva raggiungermi in Italia, dove ormai mi ero trasferito definitivamente. I genitori decisero di ricoverarlo in una clinica psichiatrica per la depressione inconsolabile in cui era caduto. Non ricorse a difese deliranti: era fermamente determinato ad affrontare quell’immenso dolore nel modo più radicale possibile e così un giorno si allontanò dalla clinica e terminò la propria vita gettandosi contro un treno.
Quel giorno, la compagna, trasferita in Israele, disse alla sorella che la accudiva, di aver visto Claudio dalla finestra; mentre saliva in cielo, lui le sorrideva e la salutava con un gesto della mano. La sorella pensò ad un’allucinazione frutto dei danni dell’operazione, ma quella sera ricevette la telefonata della madre di Claudio che la informava della tragica morte del figlio.
Penso spesso a Claudio. La sua tragica storia è stata segnata da due fori chiusi che hanno reso la sua vita un tormento: il foro chiuso dell’intestino del fratello neonato che aveva condotto alla sua morte per fame, dando origine alla psicosi di Claudio, e il foro dei ventricoli cerebrali della compagna, responsabile della devastazione del cervello della giovane donna e, di conseguenza, del suicidio di Claudio.
Una volta, mi tornò alla mente un terzo foro, raffigurato in un disegno che abbiamo già visto (la psicoterapia di Claudio 5, Figura 9).


Figura 9 Figura 9, dettaglio
Il piccolo soggetto transizionale, inginocchiato davanti a un grande crocifisso, osserva un foro che perfora i piedi di Cristo (Fig.9, dettaglio), il Cristo sofferente con cui Claudio si era identificato, passando dalla grandiosità al dolore, fino a ritrovare l’umile contatto con la propria fragilità.
Mi tornano allora alla mente le parole di Donald Winnicott con le quali concludo. Sono per me le più belle scritte da uno psicoanalista:
“Spero che la vita mi renda così piccolo, da passare attraverso quel forellino che chiamiamo morte”.



