Il pomeriggio volge al termine. L’aria è ancora tiepida e la luce resta sospesa, come accade nelle stagioni che cambiano lentamente. Non c’è fretta attorno: le persone camminano senza accelerare il passo, alcune si fermano a guardare le onde che pigre si infrangono sulla sabbia, altre parlano sottovoce.
Mi incammino lungo il mare con un ritmo regolare. Il rumore ritmico delle acque non copre i pensieri, li accompagna.
Dopo una giornata in struttura, questo spazio diventa il luogo in cui le immagini trovano ordine: i volti, i gesti semplici, le parole scambiate senza urgenza.
È qui che comprendo quanto il lavoro terapeutico non sia fatto solo di interventi sulle crisi, ma anche — e spesso soprattutto — di continuità, presenza e costruzione silenziosa della quotidianità.
Dare significato al quotidiano
È mattina quando inizio il mio turno. Struttura differente, pazienti diversi e ritmi differenti. La giornata inizia con una quotidianità che spesso rischia di passare inosservata, tanto è semplice, tanto è ripetitiva.
Eppure è proprio qui che, sono arrivato alla conclusione, si gioca gran parte del nostro lavoro.
Poco dopo il mio ingresso Bud mi accoglie con il suo sorriso enorme, come fa da mesi ogni volta che vede me o un altro membro dell’équipe. È un gesto che non cambia mai e che ogni volta mi colpisce. Un gesto che scalda il cuore, viene da dire. Bud vive in struttura da decenni, ma qui ha trovato un nuovo equilibrio: persone che gli vogliono bene, un rapporto profondo e costante con la sorella, una stabilità che prima non aveva mai conosciuto.
Non passa molto che, dietro l’ombra del primo, subito mi saluta Terence. Entrambi hanno ormai raggiunto la mezza età e, negli anni, ha costruito giorno dopo giorno la propria autostima rendendosi utile al suo compagno di stanza, che potremmo ormai definire un amico.
Mi racconta ogni suo spostamento, ogni piccola attività, con il bisogno di condividere e allo stesso tempo di sentirsi riconosciuto. Io lo ascolto volentieri.
Sullo stesso piano fanno capolino Ellen e Alice, che tengono a salutarci prima di uscire. Alice rientra ogni giorno nella propria città, mantenendo vivo il filo della propria vita esterna. Ellen invece si ferma nel paesino vicino, per aiutare la caposala con alcune mansioni: si rende utile, ha trovato nel tempo un suo spazio, soprattutto un suo scopo.
È osservando questi gesti semplici che penso a quanto valore abbiano, anche quando non assumono la forma di grandi cambiamenti clinici, quando semplicemente raccontano di piccoli passi verso una vita soddisfacente per molte persone.
Avanza ormai la sera mentre cammino lungo la riva. Il cielo è ancora piacevolmente chiaro, come accade nelle giornate che si allungano lentamente verso la primavera. L’aria è fresca, c’è un po’ di vento che muove la superficie dell’acqua, ogni tanto fa capolino un’onda poco più alta del solito, ma nulla di minaccioso.
Ogni passo ha il suo ritmo, regolare, tranquillo.
Ripenso ai sorrisi del mattino, ai saluti, a quella rete silenziosa di relazioni che sostiene la quotidianità dei pazienti. Qui, come in struttura, il valore non sta nell’evento straordinario, ma nella continuità.
Il valore del momento condiviso
La mattina è finita e si avvicina l’ora del pranzo quando accompagno Liz a una visita medica. Nessuno di noi considererebbe una comunissima prestazione odontoiatrica come un evento degno di nota, ma non Liz. Per lei, abituata a convivere ed a tollerare da anni un livello di preoccupazione che difficilmente troveremmo sopportabile, anche un evento all’apparenza comune acquisisce un potenziale ansiogeno notevole, ma può anche essere fonte di una gioia rar. Liz ha superato da tempo la sessantina e porta con sé una fragilità profonda, fatta di angosce che a volte esplodono improvvise.
Penso spesso che ogni situazione vissuta a contatto con i nostri pazienti possa diventare terapeutica, anche questo dà dignita al nostro lavoro e conferisce significato anche a un semplice accompagnamento: ogni gesto, ogni tempo condiviso può avere significato clinico.
La visita va bene. Poi decidiamo di fermarci a pranzo fuori, approfittando di una delle prime vere giornate di Sole dopo settimane di pioggia. Mangiamo con calma, ci concediamo anche un caffè — che le piace molto, come piace a me.
Parliamo di cose semplici. Per un po’ la malattia resta sullo sfondo, spesso indugia a ripetere quanto sia felice e sollevata dell’esito della propria visita. Una gioia che difficilmente ricordo di avere visto al di fuori del contesto psichiatrico.
So che nel pomeriggio l’angoscia tornerà a farsi sentire, che probabilmente ci sarà un’altra crisi. Ma in quel momento Liz sorride e mi dice: «Sono proprio contenta, sono stata bene».
Non è un obiettivo a lungo termine. Non è uno di quei successi clinici che abitualmente finiscono nelle pubblicazioni.
Ma ha comunque un valore.
Il Sole sta scendendo lentamente verso l’orizzonte, il buio si fa finalmente strada quando mi fermo sulla spiaggia. Le ultime luci del giorno si riflettono sull’acqua creando strisce dorate che si muovono con le onde.
Il vento porta l’odore salmastro del mare e raffredda leggermente la pelle. Mi siedo su un muretto, osservando le persone che passeggiano, alcune in silenzio, altre conversano.
Penso a quanto spesso tendiamo a misurare il lavoro terapeutico solo sui grandi cambiamenti. Eppure mi chiedo se siano questi momenti di benessere semplice, reale, condiviso, a costruire un senso di vita possibile.
Costruire sicurezza nel movimento
È tardo pomeriggio e, come tutti i venerdì, è giunto per me il momento di condurre l’attività di Tai-Chi o, come il mio istruttore terrebbe a precisare, Tai-Ji Quan. Tra i vari partecipanti, si possono notare pazienti più autonomi, alcuni con difficoltà motorie, altri su sedia a rotelle con evidenti limitazioni.
Alice è ancora fuori, Ellen riposa, ma ci sono Terence e Bud, come quasi sempre. Per alcuni è un appuntamento fisso, per altri dipende dalle condizioni della giornata.
All’inizio molti temevano di non riuscire a eseguire i movimenti. Col tempo hanno acquisito sicurezza: respirano, muovono le braccia lentamente, si osservano a vicenda, ridono degli errori.
Non è solo ginnastica.
È fiducia nel proprio corpo, è partecipazione, è appartenenza.
Alla fine ci facciamo un grande applauso collettivo.
Riprendo il mio cammino lungo il mare, è quasi ora per me di tornare a casa . Le onde si infrangono ancora sul bagnasciuga, ma il vento si è attenuato. Il cielo sfuma lentamente mentre le ultime luci lo abbandonano.
Ogni cosa sembra trovare il proprio ritmo naturale.
In questa calma penso alla frase che spesso torna alla mente durante il lavoro:
“Anche un pomeriggio piacevole è un obiettivo che per noi vale la pena perseguire e per loro ha un valore.”
Non sempre il progetto terapeutico è fatto di grandi traguardi.
A volte è fatto di sorrisi, di passeggiate, di pranzi sereni, di movimenti lenti condivisi.
Ed è proprio questa quotidianità costruita che, silenziosamente, previene l’emergenza più di qualunque intervento straordinario.



