Quello che segue è un commento all’ordinanza del Tribunale di Firenze (29 dicembre 2025), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale – Corte costituzionale n. 9 del 4 marzo 2026, con cui è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale sull’art. 35 della legge n. 833/1978 in materia di trattamento sanitario obbligatorio (TSO).
È stato essenzialmente il parere di Franco Basaglia: quando introduce la normativa della Legge 180, propone che ci siano due medici diversi, di cui il secondo di una struttura pubblica a visitare il paziente e a valutare se il paziente stia male. Dopo di che, il provvedimento deve essere preso in esame da Sindaco della cittadina di residenza o da un suo delegato, per tutelare che, come un cittadino come tutti gli altri, il paziente preso in esame sia tutelato e non vittima di interventi impropri.
Prima della legge 180: come funzionava il ricovero psichiatrico
Io ho cominciato a lavorare prima della Legge 180, nel 1975. In quel momento, se stavi male, i parenti chiamavano la Polizia, che veniva e si portava via il malato. Conobbi questa pratica quando ero un ragazzo. Eravamo al mare, vicino Roma, in uno Stabilimento Balneare. I parenti di un mio amico chiamarono la Polizia di nascosto. Gli agenti vennero sulla spiaggia, sotto l’ombrellone, parlarono con il mio amico, un po’ riluttante, che però li seguì. Se lo portarono via per poi avviarlo ad un iter che l’avrebbe portato prima nella Clinica Psichiatrica Universitaria,, che svolgeva le funzioni di Accettazione Unica per tutti i malati psichiatrici della Provincia di Roma.
Dopo di che, se il malto interessava L’Università, il paziente rimaneva ricoverato lì, se era contrario ad essere ricoverato, veniva trasferito all’OP S. Maria della Pietà e se accettava il ricovero, veniva portato in una della Cliniche psichiatriche convenzionate che in quel momento avevano 1200 posti letto e svolgevano il ruolo di Ospedale Psichiatrico privato suppletivo per i casi per i quali non c’era bisogno del Manicomio.
La ricerca sul campo e il paradosso dei TSO
Nel 1976 iniziai a partecipare ad un Progetto di Ricerca del CNR, guidato dal prof. Luigi Cancrini, che consisteva nell’andare a casa dei pazienti in cui, a Roma, in quel momento storico, andava un medico del Comune per valutare se il paziente fosse da ricovero o meno e quale tipo di ricovero andasse effettuato. In quel momento il ricovero poteva essere volontario o coatto. Se era coatto, poteva intervenire direttamente la Polizia e portare il paziente in Commissariato, dove poi sarebbe andato a visitarlo il medico. Come nel caso del mio amico al mare.
Dunque noi, una mia collega psicologa ed io, oppure un mio collega con un’altra psicologa, per turni di dodici ore, dalla mattina alla sera, andavamo o a casa del paziente o in Commissariato o per strada se il paziente era stato assicurato con le manette ad una “pantera” della Polizia , come una volta ci capitò, visitavamo il paziente, parlavamo con i familiari o con chiunque altro fosse lì che se ne stava occupando e decidevamo che cosa fare.
Può sembrare incredibile ma nei due giorni alla settimana in cui noi effettuavamo l’intervento al posto degli operatori della Guardia Medica Comunale, il numero delle richieste di effettuazione di trattamenti sanitari obbligatori (TSO) calava del 40%. Nonostante fossimo tutti e quattro, psichiatri e psicologi neolaureati e in via di Specializzazione.
Conducemmo questa ricerca per tre anni, presentando i risultati conseguiti da un’Agenzia Pubblica per la Ricerca Scientifica (CNR).
Questi dati furono ignorati.
La legge 180 e la formazione degli psichiatri
Nel tempo, le cose sono andate sempre peggio, perché quello che si può fare in una piccola cittadina, in cui ci si conosce tutti, è molto diverso da quello che accade in una città, anche piccola. Il Sindaco in una grande città delega inevitabilmente.
Però l’impianto della Legge che impegnava i medici psichiatri a considerare il ricovero da effettuare contro la volontà del paziente come l’ultima risorsa a cui ricorrere, dopo aver tentato tutte le altre, ha costituito la base su cui intere generazioni di psichiatri si sono formati sul campo.
Non certo all’Università, che per quasi 50 anni ha ignorato l’esistenza della Legge 180 e, salvo rarissime eccezioni, ha preteso di seguitare ad insegnare la Psichiatria in Ospedale, negli SPDC, quando il paziente sta in crisi e va ricoverato, in un modo o nell’altro, la crisi va fatta sparire, bisogna fare la diagnosi e mettere la terapia farmacologica, che è sempre la stessa da 50 anni ed è sostanzialmente, un “sintomatico”, come l’Aspirina, non un antibiotico che risolve il problema. E questo andrebbe detto, con onestà, come che tutte le Aspirine psichiatriche sono utili e bisogna saperle usare bene. Anche se non sono risolutive.
Abbiamo poi dovuto assistere al fatto che, visto che la pratica per effettuare il TSO si era rivelata farraginosa e, la maggior parte delle volte, illegale, alcuni psichiatri hanno cercato di introdurre l’idea che, in questo Stato Democratico, fosse possibile decretare il ricovero di un paziente psichiatrico per “pubblica necessità”, chiamando direttamente la Polizia e scavalcando la necessità della verifica e della relativa convalida da parte del Sindaco, il rappresentante della Società che avrebbe dovuto garantire il paziente.
TSO, contenzioni e diritti: un dibattito da riaprire
Ora la Cassazione rimette in questione la questione dei Diritti del paziente e si chiede se non sia giusto considerare che vadano tutelati.
Quanto meno, dal mio punto di vista, sarebbe giusto riaprire una discussione su questo argomento in primis e su quello delle “contenzioni”, a cui si fa ricorso troppo spesso negli SPDC, per poi allargarsi ad una revisione dell’assistenza psichiatrica dalle fondamenta: si tratta di rimettere in discussione gli equilibri, che ci sono stati per tutto il secolo scorso e ci sono tutt’ora, secondo cui dei malati meno gravi si occupa la Psicoterapia, di quelli gravi la Psichiatria.
Dopo di che, va affrontato il tema della psicopatologia: può essere soltanto individuale o, per quanto riguarda le malattie gravi, i problemi di mente di una persona vanno inquadrati, fin dall’inizio, come problemi che riguardano i rapporti tra quella persona e i membri più significativi del suo nucleo familiare, esterno o interno?



