Il rapporto uomo-natura è andato evolvendosi in tempi, modi e culture differenti. L’inurbanizzazione umana ha portato a una modifica degli ecosistemi portando alla creazione di condizioni ambientali non sempre riversibili e prevedibili. La pandemia Covid-19 ha portato tutti noi a riflettere sulla nostra connessione con il mondo naturale e l’esigenza di un ritorno alla vita lenta si è palesato in un modo sempre più evidente. L’importanza del ruolo della natura però è sempre stato evidente ed anche la psicologia ha rilevato la salienza di questo rapporto.
Nacque così la psicologia ambientale, quel ramo di questa scienza che si occupa ci comprendere come il nostro comportamento viene influenzato dall’ambiente e viceversa. Può essere considerato un precorritore teorico Kurt Lewin che con la funzione della teoria del campo C = f (P x A), afferma che il comportamento umano (C) è dato dall’interazione tra la persona (P) e l’ambiente (A) inteso come spazio di vita dell’individuo o del gruppo.
La ricerca di questo campo è chiaramente multidisciplinare e comprende sia quella biologica che psicologica, andando a puntare i riflettori nel far comprendere l’esigenza della coscienza ecologica e delle relazioni affettive con il mondo naturale.
Le basi teoriche dell’ecologia affettiva
Da qui parte lo studio dell’ecologia affettiva, settore che studia le capacità relazionali e psichiche tra l’uomo e il mondo naturale. Le teorie alla base dell’ecologia affettiva sono l’ipotesi della biofilia di Edward O. Wilson (1984) e sulla teoria di Gaia di James Lovelock (1979). Lovelock si riferisce alla Madre Terra con il nome di Gaia, colei che mantiene l’equilibrio da miliardi di anni, ma la nostra interferenza con Lei sta portando a cambiamenti nella sua fisiologia.
La biofilia invece è la nostra tendenza a concentrarci su diverse forme di vita e ricercare una connessione emotiva con esse. Questa teoria sviluppata da Wilson presenta due principi cardine ovvero la fascinazione – il potere che ha la Natura nel portare la nostra attenzione a dirigersi verso di essa – e l’affiliazione – il legame emotivo che si crea con alcune forme di vita. Questi principi a loro volta si basano su delle teorie scientifiche di rilevata importanza per tutto quello che comprende il rapporto tra l’uomo e la natura.
Biofilia e il bisogno umano di connessione con la natura
- Teoria della rigenerazione dell’attenzione (Kaplan S., 1995): si basa sul concetto che l’attenzione volontaria (detta anche diretta) sia soggetta ad affaticamento. La natura – rispetto agli ambienti urbani – permette il riposo dell’attenzione volontaria a favore di quella involontaria permettendo così il recupero della prima. Gli ambienti rigenerativi presentano dei requisiti, quali:
- Fascinazione: insieme di componenti che catturano l’attenzione istintivamente, come ad esempio il fruscio oppure il movimento delle foglie
- Allontanarsi: il sentimento di “staccare” dalla routine
- Estensione: l’ambiente si presenta come amplio
- Compatibilità: c’è una corrispondenza tra gli obiettivi e la scelta dell’ambiente
- Teoria del Recupero dello Stress (Ulrich R. S., 1991): lo stress e la sua rigenerazione sono sia adattivi che essenziali per la sopravvivenza. Concordando con la teoria di Kaplan, Ulrich sostiene che l’ambiente naturale sia il luogo più adatto al recupero dello stress. Le caratteristiche in questo caso sono la presenza di un terreno abbastanza uniforme, la presenza di un punto focale, assenza di minacce e presenza di acqua e vegetazione.
Natura, benessere psicologico e prospettive di ricerca
Nel corso degli anni sono andati a crescere i campi della ricerca che studiano come il contatto con la natura possa prevenire il benessere delle persone e in alcuni casi come può essere utilizzato di fianco a pratiche di cura come trattamento non farmacologico. Si comprende, dunque, come lo sviluppo della consapevolezza sull’ambiente a noi circostante stia crescendo sempre di più anche considerando il fatto che gli strumenti utilizzati per lo studio dei fenomeni si sono evoluti nel corso dei decenni.



