Cassandra è una bambina cresciuta in una famiglia attraversata da dinamiche violente. Il clima domestico è sempre stato imprevedibile, teso, abitato da una violenza che non sempre si manifestava in modo diretto, ma che era costantemente presente.
Ricorda i cambiamenti repentini nel volto del padre, il tono della voce che si alzava, i piatti che volavano, i rumori degli oggetti che si infrangevano. E riporta l’immagine della madre: una figura fragile, che cercava di adattarsi, di sopravvivere in un equilibrio precario. Una donna che, nel tempo, ha provato a costruire spazi di autonomia, rimanendo però all’interno di una dinamica di sottomissione. Non una figura pienamente protettiva, ma una presenza che cercava, a sua volta, di resistere.
Fin da bambina, Cassandra ha imparato ad “alzare le antenne”, a percepire prima ancora di vedere. Bastava uno sguardo, un piccolo movimento, il modo in cui veniva aperta la porta di casa per comprendere ciò che stava per accadere. Il corpo si è progressivamente organizzato attorno a questa funzione: anticipare il pericolo.
Questa è la condizione che in psicologia viene definita violenza assistita: il bambino cresce esposto alla violenza tra le figure di riferimento, anche quando non è direttamente colpito. In questi contesti, il corpo impara presto a leggere il rischio. Si sviluppa una sensibilità estrema ai segnali dell’ambiente: variazioni minime possono attivare uno stato di allerta. È un adattamento necessario.
Tra le possibili risposte, il freezing diventa una strategia frequente: immobilizzarsi, ridurre il movimento, non esporsi. Un tentativo di non aggravare la situazione, di non attirare l’attenzione, di rendersi invisibile. Non è una scelta, ma una modalità di sopravvivenza quando ogni altra via appare impraticabile.
Il trauma nel corpo: quando il passato si riattiva nel ring
Oggi Cassandra è una donna che pratica sport da combattimento. È dedita alla disciplina, al sacrificio, agli allenamenti intensi. Migliora colpo dopo colpo, eccelle nella sua categoria, è veloce nei movimenti, sicura, capace di percepire l’avversario. Il corpo è forte, la tecnica è solida. In allenamento è in grado di incassare i colpi e rispondere con rapidità, accettando tanto la sconfitta quanto la vittoria. Decide di entrare in gara, con il desiderio di diventare un’atleta agonista.
Nel ring, spazio delimitato in cui il confronto è inevitabile, l’attivazione cresce rapidamente. Il corpo entra in uno stato di allerta elevata. Ed è proprio in quel momento che riemerge il passato. Ciò che sembrava appartenere a una storia lontana si riattiva con forza: la memoria traumatica inscritta nel corpo.
Nelle vittime di violenza assistita, questa memoria non si organizza sempre come ricordo narrabile, ma si manifesta come traccia implicita. È fatta di sensazioni, tensioni, stati di allerta o di blocco che possono riattivarsi improvvisamente in presenza di stimoli simili a quelli originari. Non emerge come un ricordo consapevole, ma come un’esperienza attuale: il corpo reagisce come se il pericolo fosse ancora presente, anche quando non lo è.
Quella che un tempo era stata una risposta efficace, oggi non lo è più. Nel ring, questo ha conseguenze concrete: i colpi non vengono schivati, la guardia si abbassa, la possibilità di difesa si riduce. L’atleta resta nello scontro senza riuscire ad agire pienamente. Fatica a rispondere, a mantenere l’organizzazione del gesto. E subisce.
Dalla sopravvivenza alla possibilità di nuove risposte
Ciò che un tempo proteggeva, ora espone.
Cassandra si trova così in una condizione di stallo: da una parte il desiderio di proseguire, dall’altra un corpo che si blocca. La frustrazione cresce, insieme al senso di inadeguatezza. Non si tratta di una mancanza di capacità, ma dell’attivazione di un sistema che, in determinate condizioni, ripropone modalità antiche di funzionamento.
Lo sport da combattimento può rappresentare una possibilità importante: un luogo in cui il corpo può sperimentare forza, azione, presenza. Ma può anche diventare uno spazio in cui il trauma si riattiva, soprattutto quando l’intensità supera la capacità di regolazione del sistema.
Con Cassandra, nel ring, entra anche la sua storia. Ed è proprio a partire da questo riconoscimento che può aprirsi un lavoro possibile: costruire nuove modalità di risposta, affinché il corpo possa progressivamente restare nel confronto senza dover ricorrere al blocco.





Bell’articolo che mi fa venire in mente quello che nel film Creed Rocky Balboa dice al ragazzo che sta allenando quando lo mette di fronte allo specchio a provare i colpi. Fissando l’immagine riflessa lo presenta come l’avversario più forte che uno potrà mai incontrare. Sul ring e credo negli sport in generale ma specie in quelli di combattimento la mente è fondamentale e il corpo risponde con tutte le nostre ferite, esistono infortuni anche psichici oltre a quelli fisici che si fanno sentire. Lavorare sulla consapevolezza di questi rende lo sport una ottima occasione di sublimazione