C’è un momento in cui la letteratura sull’attaccamento, sui sistemi di cura, sulla neurobiologia dello sviluppo, perde il suo peso accademico e diventa qualcosa di semplice e spiazzante: meraviglia. La conosco adesso, per la prima volta, in modo profondo e viscerale. Stringere tra le braccia due vite appena nate fa questo. Rende vivi, ancora e di nuovo.
Da pochi giorni con mia moglie abbiamo accolto Vittorio e Tommaso. Sono gemelli monozigoti, bicoriali, biamniotici, nati dalla scissione di un unico, infinitesimo agglomerato di cellule. Stesso patrimonio genetico, cromosoma per cromosoma, nucleotide per nucleotide.
Dal punto di vista biologico sono stati l’uno lo specchio dell’altro; con la mamma li distinguiamo solo grazie a un piccolo neo sulla tempia di Tommaso. Eppure in questi due esseri apparentemente sovrapponibili l’unicità ha già cominciato a scavare i propri confini. Ancor prima del loro primo respiro.
Lo spartito epigenetico e la palestra intrauterina
Il DNA non è un destino. È uno spartito. La musica dipende da come l’ambiente ne tocca i tasti. Di questo si occupa l’epigenetica, quel campo della biologia molecolare che studia come fattori esterni possano modulare l’espressione genica senza alterarne la sequenza strutturale.
Nel caso di Vitto e Tommy, le prime divergenze sono arrivate da una contingenza quasi banale nella sua semplicità: lo spazio. Tommaso era posizionato più in alto, con maggiore libertà di movimento. Fin dalle prime ecografie si mostrava irrequieto, reattivo, uno che misura i propri confini a calci. Oggi, nella sua culla, quella stessa reattività è già riconoscibile: uno sguardo che non aspetta, un’energia da occupante dello spazio. Vittorio invece stava più in basso, compresso dal corpo del fratello. Ha imparato precocemente la quiete, per adattamento. Questo si vede: movimenti lenti, un’attenzione quasi riflessiva per chi ha pochi giorni di vita. Se la biologia consegna dei cloni, l’esperienza li distingue già nell’utero.
Suggestioni quantistiche: l’entanglement
Guardandoli, mi è venuta in mente, e lo dico con le cautele epistemologiche che questa analogia richiede, la fisica teorica. Il fenomeno dell’entanglement quantistico: due particelle subatomiche che nascono da un unico processo rimangono legate da una connessione invisibile e istantanea. In queste particelle, anche se vengono separate da distanze cosmiche, l’azione su una modifica immediatamente lo stato dell’altra. Se cambia lo spin della prima, la seconda risponde invertendo il proprio. Come se condividessero un’unica identità fisica.
Applicare la meccanica quantistica alla psicologia umana è un azzardo, e lo so bene. La mente non è un elettrone, e la metafora non è la spiegazione. Ma l’idea che due individui nati dallo stesso frammento di materia mantengano per tutta la vita una polarità sottesa, in cui il movimento dell’uno evoca o compensa quello dell’altro, ha una potenza descrittiva che fatico a ignorare. Vitto e Tommy sembrano già incarnare spin opposti: l’agitazione e la calma, la spinta e il contenimento. Un entanglement biologico ed emotivo che la genetica descrive solo in parte, e che la psicologia dinamica riconosce come trama strutturante dell’identità relazionale. Connessi. Irrimediabilmente distinti.
L’architettura dell’attaccamento
Ed è qui che il lato clinico smette di meravigliarsi e comincia a sentire il peso di ciò che verrà.
Perché, se una variazione di posizione intrauterina è sufficiente a generare differenze temperamentali così precoci, la domanda successiva è ovvia ed è una questione che chi lavora in salute mentale porta con sé ogni giorno: cosa produrrà l’ambiente extrauterino? O, ancor prima, quali danni derivano dall’uso di alcol, dal fumo, dai farmaci o dalle droghe che i genitori potrebbero aver usato ancor prima del concepimento? Ricordo la recente nota AIFA secondo la quale l’acido valproico porterebbe danni teratogeni se non sospeso mesi prima anche dal padre.
Il sistema nervoso di un neonato è un cantiere radicalmente aperto. Una plasticità neuronale straordinaria, ma vulnerabile che, a differenza di ogni altra specie, completa la propria formazione in ambiente extrauterino. Scelta evolutiva necessaria per arrivare all’Homo Sapiens e posizione in via di superamento con le teorie transumanistiche.
Quando Tommaso o Vittorio piangono per fame, crampetti o ricerca di accudimento, è il paleoencefalo a rispondere. L’amigdala, centralina ancestrale di allarme, riversa segnali di stress nell’organismo. In quella frazione di tempo, la risposta genitoriale agisce letteralmente come una corteccia prefrontale esterna e vicaria: accoglie il segnale, lo decodifica, lo placa. Quel rispecchiamento sicuro e ripetuto traccia fisicamente le connessioni sinaptiche tra la corteccia prefrontale, sede della regolazione emotiva, del pensiero riflessivo, della capacità di tollerare l’incertezza e le strutture più antiche. I genitori, in questo senso, scrivono davvero le prime righe del funzionamento neurale dei propri figli.
La fragilità della clinica e il peso del tempo
Questa consapevolezza, in chi si occupa di salute mentale, non porta solo ammirazione. Produce qualcosa di più scomodo.
Quando si lavora quotidianamente con persone portatrici di gravi disturbi di personalità, psicosi, traumi relazionali precoci, si tocca con mano l’asimmetria brutale tra intervento precoce e tardivo. Possiamo intervenire con la farmacologia per attenuare l’iperreattività del sistema limbico. Possiamo usare la psicoterapia per tentare di risignificare una storia, di costruire alternative retoriche a narrazioni che si sono sedimentate in strutture caratteriali. Ma il potere di cambiamento dell’adulto è qualcosa di completamente diverso rispetto alla plasticità dei primi mesi di vita. Non è, come a volte si tende a dire consolatoriamente, “la stessa cosa ma più lenta”. È un lavoro diverso, su un substrato altro.
Plasmare un’identità cresciuta in un ambiente cronicamente disfunzionale, è come tentare di raddrizzare una struttura le cui fondamenta sono state gettate nella bratta. Si può fare abbastanza, in alcuni casi. Non si può fare tutto, per tutti. E quella distanza tra “abbastanza” e “tutto” è il territorio quotidiano della salute mentale.
Lo sguardo e la cura
Osservare Tommaso e Vittorio mentre dormono, così uguali nella forma e già così diversi in qualcosa che non ha ancora un nome, riorganizza il pensiero.
Ricorda che la salute mentale non nasce in un ambulatorio. Non inizia con una diagnosi, né con una prescrizione, né con un setting terapeutico. Inizia prima, molto prima: nelle condotte del pre-concepimento, nell’intimità quotidiana di un abbraccio che arriva, in uno sguardo che risponde, nella presenza di qualcuno che sceglie di esserci. Inizia nell’istante in cui due genitori decidono, anche senza saperlo, anche stancamente, anche imperfettamente, quale tipo di universo essere per chi di questo mondo non sa ancora nulla.



