Vaso di Pandora

Contro il pensiero positivo: perché iper-semplificare la realtà è dannoso

In un articolo del 2002,  la professoressa Gabriele Oettingen dell’Università di Amburgo dimostrò come, a parità di condizioni, coloro che usavano il pensiero positivo e le fantasie positive per risolvere il problema a cui venivano sottoposti ottenevano risultati inferiori rispetto a chi si concentrava più realisticamente sul compito, mantenendo fiducia nell’esito positivo ma contemporaneamente adottando strategie di problem solving. Detto in altri termini, in uno degli esperimenti gli studenti universitari che affrontavano l’esame convincendosi di passarlo e indirizzando le loro fantasie verso il successo ottennero una performance inferiore rispetto a chi, pur mantenendo la speranza di superare la prova, era più pragmaticamente impegnato nello studio e nel valutare attentamente le difficoltà insite nell’esame.

Volere è potere

Questo, a mio avviso, è un semplice quanto efficace esempio che dimostra come una tendenza degli ultimi tempi – ovvero il pensiero positivo assoluto, sintetizzato dall’inflazionata frase dal sapore moralistico-pedagogico “volere è potere” – possa essere in realtà più dannosa che arricchente. Questa modalità di approccio all’esistenza è diventata trasversale, tanto da non essere più appannaggio dei soli gruppi di motivazione, ma anche di molti approcci psicologici, politici, filosofici e persino religiosi.

Esistono addirittura testi di spiritualità in cui si afferma, in maniera discutibile, che basta concentrarsi con tutte le proprie forze su un obiettivo affinché il risultato avvenga magicamente, o addirittura libri in cui a questa capacità di auto-realizzazione viene attribuito un potere così grande da far gridare entusiasticamente all’autore che ognuno di noi è Dio (sic!).

La ricerca di Gabriele Oettingen

Ma perché dovrebbe essere negativo per la psiche pensarsi già a obiettivo raggiunto? Secondo la ricerca citata all’inizio dell’articolo, questo produrrebbe uno stato di disinvestimento rispetto al compito: immaginarsi di avere automaticamente successo farebbe paradossalmente abbassare la concentrazione e l’impiego delle risorse nel raggiungimento dell’obiettivo.

Immaginiamo una situazione tipo: se io avessi un concorso da superare tra un mese e mi focalizzassi già sulla firma del contratto, potrei sottovalutare le difficoltà che incontrerò lungo il percorso e ridurre al minimo il mio impegno, affidandomi erroneamente alla forza di volontà come unica spinta veramente determinante nel superamento della prova. Se adottiamo la chiave di lettura psicoanalitica non possiamo non riflettere sul fatto che pensare di poter risolvere tutti i nostri problemi e ritenere di raggiungere i nostri obiettivi soltanto con la forza di volontà esclude sistematicamente l’Altro dal discorso. Non tener presente che le nostre azioni riescono soltanto fino ad un certo punto a modificare l’andamento delle cose significa escludere la complessità del mondo dalla nostra sfera di vita, con il rischio di una pericolosa inflazione narcisistica.

L’ipertrofia dell’io

Non di rado accade infatti che ciò che viene scambiato per illuminazione oppure per centratura sia, per citare Carl Gustav Jung, semplicemente una ipertrofia dell’io, vale a dire un’esasperazione di una lettura della realtà da parte della nostra istanza psichica intimamente legata alla coscienza, che in questo caso escluderebbe tutto ciò che è inconscio e che è al di là della nostra comprensione.

Per fare un esempio celebre, l’economista Vilfredo Pareto alla fine dell’800 osservò che in Italia circa l’80% della terra era posseduto dal 20% della popolazione e basandosi su questo osservò che spesso una minoranza di azioni o di persone produce la maggioranza degli effetti. Sebbene essa non sia una legge scientifica in senso stretto, ma piuttosto una osservazione relativa a una media statistica che va contestualizzata, si può dire che raramente i rapporti di forza tra causa ed effetto sono equilibrati: potremmo ad esempio compiere molte azioni, ma soltanto il 30% di esse potrebbe garantirci la quasi totalità del risultato, e chiunque abbia imparato a memoria centinaia di pagine di libro per sostenere un esame universitario in cui si risponde a massimo tre o quattro domande sa cosa voglio dire.

La gran parte di quelle pagine apprese non sono servite, in senso prettamente pragmatico, a passare l’esame, perché esistono fattori imponderabili, come la personalità del docente, la sua stanchezza, la rilevanza di certi argomenti o la quantità di esaminandi a determinare in larga parte il risultato. Studiare con zelo non garantisce da solo il superamento di un esame ma solo – e non è affatto poco – la formazione culturale dello studente.

Bisogna quindi abbandonare le fantasie di successo?

Intendiamoci: un pensiero prospettico è importante e bisogna contare sanamente sulle proprie risorse, ma pensare che le cose andranno bene soltanto perché “ce lo meritiamo” è ben altra cosa. C’è una bella differenza tra avere la speranza che le cose vadano bene e averne la certezza.

Lo schema WOOP

Nel tentativo di fornire qualche strumento per affrontare in maniera concreta i compiti che ci vengono proposti, Oettingen e il suo team di ricerca hanno proposto un piccolo schema chiamato WOOP.

Questo metodo si basa su una serie di passaggi che possono sintetizzarsi così:

  1. Wish: formulare un desiderio realistico, ovvero qualcosa che verosimilmente possiamo raggiungere con le nostre risorse a breve o medio termine (es: “Darò l’esame di diritto privato entro dicembre” piuttosto che “Mi laureerò tra 4 anni dando 5 esami a sessione”).
  2. Outcome: immaginare l’esito migliore derivante dal desiderio (“Passerò l’esame con un voto per me soddisfacente”).
  3. Obstacle: identificare il principale ostacolo interno (“Il programma è molto corposo, il professore è molto esigente sul manuale”).
  4. Plan: fissare un “if-then” (se incontro l’ostacolo, faccio X: “Se ho 800 pagine da studiare, ne leggerò almeno 30 al giorno e poi farò dei riassunti per ripetere più agevolmente”).

Come si può notare, questo metodo non tende a far abbandonare lo scenario desiderato né a scoraggiarci rispetto all’obiettivo da raggiungere, ma cerca di rendere concreto e realistico un obiettivo che può essere suddiviso anche in passaggi intermedi. Mantenendo la focalizzazione sul risultato desiderato, ci si concentra su come arrivarci, analizzando e correggendo il tiro di volta in volta, fino ad arrivare lì dove sentiamo di dover essere.

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Commenti su "Contro il pensiero positivo: perché iper-semplificare la realtà è dannoso"

  1. Il focus attuale sul pensiero positivo, concordando con le tue osservazioni, rinvigorisce l’ottica prestazionale nella quale siamo immersi. Spesso non si tratta di prestazioni che mirano ad una crescita( vedasi esame) ma al raggiungimento di un successo che rischia di diventare pensiero magico! Grazie Giuseppe per ricordarci di diffidare dalle illusioni mantenendo il desiderio

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