Vaso di Pandora

L’arte protegge dal narcisismo? E può aiutare la psichiatria? Riflessioni sparse tra autobiografia e musica d’autore

Tu sei forte, Tu sei bello, Tu sei imbattibile, … Tu sei un, ah, cantautore.

Cantautore, Edoardo Bennato, 1976

Anche se non tutti lo confesseranno, anche a me è venuta la curiosità di scrivere il mio nome su chat GPT e vedere che dice di me. Ovviamente un bisogno narcisistico, direi anche innocuo e infantile, ma volere sapere cosa pensi di me una mente artificiale e universale ricade senza dubbio in quel nucleo originario e insicuro in cui mi sono nascosto per proteggermi dal senso di inutilità.

La psichiatria e l’arte

Scopro con piacere che la mia identità viene centrata su due dimensioni: la psichiatria e l’arte. Effettivamente meglio di così non poteva essere riassunta la mia vita professionale.

Non mi vergogno di dire ho rinunciato a fare l’artista per paura, o più precisamente, vigliaccheria. Sentivo che la mia arte faceva acqua da tutte le parti e che rischiavo di continuare a crescere su una nave insicura. La medicina invece è una specie di arte che a studiarla non chiede molto di più che applicazione e metodo. Così ho raggiunto con relativa facilità la laurea e mi sono concesso un po’ di stravaganza lasciando la mia naturale inclinazione per la manualità ed il bisturi e scegliendo invece la specializzazione in psichiatria. Ho trovato presto lavoro e mi sono reso indipendente dalla mia famiglia. Questa era la cosa più importante che dovevo realizzare fin dalla nascita della mia coscienza. 

Invece le canzoni mi vengono dall’inconscio. Quasi sempre mi sorprendono. Arrivano come missili. Scrivo canzoni da quando ho preso in mano la chitarra di mia madre, a dodici anni. Non ho studiato musica, ho lasciato l’arte allo stato brado. Ho centinaia di canzoni nel cassetto, nessuna a cui sia particolarmente affezionato. Però quando arriva una nuova canzone mi dà un senso di compiutezza e felicità che assomiglia all’esperienza dell’amore e dell’amicizia. 

La divisione tra musica e professione

Ho tenuto per molti anni ben separato il mondo professionale da quello musicale artistico, in particolare la musica di cui avevo più riserbo. Non mi sono mai tirato indietro se c’era da suonare o cantare con gli amici, ma quando facevo i concerti non invitavo mai i miei colleghi. 

Invece ho coltivato nel lavoro altre passioni, il cinema, il documentario, la fotografia. Ho messo un pò di arte nel montaggio e, per molti anni, ho messo in scena all’università, insieme ad un gruppo di ricercatori, la gioia del cinema al servizio della psicopatologia. Poi ho messo altre energie su un festival di cinema e salute mentale (Lo Spiraglio Filmfestival della salute mentale) con cui ancora oggi scivolo tra passione e professione. Questo mi ha aiutato a integrare la scienza e l’arte, a non vergognarmi troppo nel mostrami. Anche se la macchina da presa, rispetto alla musica, è uno schermo dietro a cui è più facile nascondersi. 

Pur essendo prevalentemente uno psichiatra ho sempre avvertito prima di tutto il potenziale della relazione come strumento di cura. E questo vuole dire mettersi in gioco. Nella mia formazione psicodinamica il terapeuta deve mantenere neutralità, distanza, asimmetria, controllo del setting. Queste sono state le regole con cui sono cresciuto. E anche se oggi, grazie all’età, ne posso fare un pò a meno, penso che mi siano servite a non perdermi. 

Il problema è che l’artista deve sempre sorprendere, svelare e svelarsi, mentre il terapeuta deve fare svelare il paziente senza svelarsi troppo, e mai in prima persona. Un bel problema. 

L’arte per connettersi coi pazienti

Una volta incontro casualmente un mio paziente chitarrista per strada. Ho il fodero della mia chitarra sulle spalle. Lui mi guarda incredulo: “ma lei suona? Ma come, non me lo ha mai detto?” 

Io gli ho risposto spontaneamente che non avevamo mai avuto l’occasione di parlarne. Nel lavoro con quel paziente quella rivelazione occasionale, avvenuta una decina di anni fa, fu una vera fortuna. Da quell’incontro la terapia divenne molto più produttiva. Non parlammo mai in dettaglio di cosa facessi con la chitarra, perché lui non mi chiese mai nulla di preciso a riguardo, ma trovammo una complicità nella conversazione che prima non avevamo. Io che ero troppo attratto dai suoi racconti di musica e musicisti famosi, lui che parlava solo del suo lavoro come se tutto il resto fosse privo di senso. Finalmente mettemmo da parte la mia e la sua chitarra e cominciammo la cura.

Di psichiatri con una forte vocazione artistica ne ho conosciuti molti. Probabilmente la mia storia non è molto diversa da quella di altri. Ma riconosco un pericolo in questa dicotomia. 

Mentre l’artista deve vedersela da sempre con la frustrazione, in tutte le biografie si trovano evidenze delle durezze della gavetta, delle grandi cadute, del senso di pericolo, del sentirsi usati, violati nel privato, della severità del pubblico, e tutto questo delimita la grandiosità e il narcisismo che alimentano invariabilmente l’arte, per lo psichiatra la storia può essere molto diversa.

La relazione tra l’artista e il suo pubblico

Proprio Bennato, citato all’inizio, scrive Cantautore quando il pubblico lo attacca, l’autonomia operaia critica i suoi testi, nessuno vuole pagare per i concerti. In quegli anni cominciarono le contestazioni per i prezzi dei biglietti. Il tour italiano di Lou Reed finì tra lacrimogeni e scontri perché il concerto costava 2000 lire (circa 16 euro attuali). Lo stesso Bennato, lo stesso anno, fu attaccato al teatro di Rovereto: “cantante dei miei coglioni…lo sai quanto guadagna un operaio…?”

All’artista che devia dalle aspettative del suo pubblico arrivano pomodori e uova marce, in senso figurativo e persino reale. Allo psichiatra no. L’opposizione del suo paziente sarà resistenza, inconsapevolezza, follia, non collaboratività, non aderenza, persino transfert negativo, utilizzando un termine strettamente psicoanalitico spesso tirato a casaccio. Lo psichiatra ha il suo pubblico in ogni paziente, in ogni relazione, in ogni gruppo e si limita a raccogliere i suoi frutti, qualunque cosa abbia seminato. E quando i frutti non arrivano la colpa è del terreno o della pioggia. Difficile che si intacchi il suo profondo ed invariabilmente presente nucleo narcisistico.

Ricordo un amico musicista che quando qualcosa andava male in un concerto se la prendeva sempre con i tecnici del suono. Una volta andammo via da un teatro di gran corsa perché aveva assalito un fonico e lo stava malmenando. Arrivarono degli energumeni della sicurezza e ci salvammo solo prendendo gli strumenti ed eclissandoci. Se sbagliava l’assolo aggrediva la sua chitarra, o insultava i suoi effetti che, ogni volta, diventavano la causa dei suoi fallimenti. Oppure se la prendeva con gli altri del gruppo. Era bravo, decisamente talentuoso, ma non crebbe mai come artista. Ritrovato dopo tanti anni ad un matrimonio dove un amico comune aveva organizzato una reunion del nostro vecchio gruppo, ripeté lo stesso identico rituale aggressivo, vittima di un narcisismo che non aveva mai intaccato sul terreno della vita. Cambiò la scaletta, mise la sua chitarra a tutto volume, e partì con One degli U2, prima ancora di avere accordato e di avere scambiato uno sguardo di intesa con noi. Mi azzardai a sussurrargli che aveva la chitarra scordata. Se la tolse e decise che non avrebbe più suonato. Per poi ricredersi dopo un’oretta, sconvolgendo i tempi del matrimonio e la pazienza dello sposo.

L’arte che logora il narcisismo

Ritrovo molti aspetti simili nel corso delle riunioni cliniche. Molti psichiatri ripetono modalità di intervento nel corso degli anni, sempre le stesse. Sono certi di essere nel giusto, di sapere cosa si debba fare. Come molti chitarristi solisti, tengono il volume dei propri interventi sempre sopra agli altri, si sentono i più bravi. Quando chiedi: ma cosa ti ha detto questo paziente?”, dopo poche parole ti raccontano cosa hanno detto loro, cosa hanno capito, cosa hanno fatto. Il paziente, gli altri strumenti, soffocati dall’amplificatore, dai substain, dai distorsori. 

L’arte logora il narcisismo, anche quando si è particolarmente fortunati, o capaci. Ogni esposizione è una messa alla prova, nessuno si sente mai del tutto al sicuro. C’è sempre la caduta nella valigia dell’attore, una serataccia, un teatro vuoto: “eccoci qua, siamo venuti per poco perché per poco si va, il sipario è calato già su questa vita che tanto pulita non è…” canta Francesco De Gregori nella valigia dell’attore, una vita in un camerino “tra un manifesto e lo specchio”.

Ancora oggi mi chiedo come si possa fare psichiatria o peggio ancora psicoterapia senza essere mai stati pazienti. La posizione del paziente, come quella dello spettatore, presuppone che si sia dall’altra parte, che si veda l’altro agire e farsi attraversare dalla sua rappresentazione, farci piangere, arrabbiare, sorprenderci. Chi fa musica non nasconde mai le proprie origini, i maestri. Lorenzo Jovanotti in una intervista all’Auditorium di Roma raccontava che gran parte delle canzoni le scrive sulla traccia di canzoni ascoltate, di melodie di altri. In pratica la sua arte nasce dal plagio, per poi prendere la propria forma, identità. 

Una psichiatria solipsistica, tecnica, narcisistica, potrebbe funzionare se davvero fosse solo scienza: farmaci, chirurgia, diagnostica sofisticata ed evidenze. 

L’arte della psichiatria

Ma la psichiatria per me, e non sono solo in questo, è tuttora un arte, richiede umiltà e disposizione al dolore. L’arte di legare le persone, la chiama con una bella ed ambigua metafora Paolo Milone. Ricordando, oltre alla teoria del legame, i fallimenti della psichiatria quando é costretta ad usare le fasce di contenzione. Un arte dove si deve imparare a stare con il dolore. Il proprio e quello degli altri. Il dolore psichico. Tutti lo hanno provato nel lutto. Un dolore che mina la vita nel profondo. E allora serve una esperienza controllata nel dolore, uno sguardo sul dolore, una rappresentazione del dolore. Questa è la fase della formazione in psichiatria tuttora mancante, per fare lo psichiatra si deve prima fare il paziente psichiatrico, curarsi. Senza questo passaggio la psichiatria può esistere soltanto senza relazione, oppure in una pantomima noiosa che più che assomigliare all’arte somiglia ad una sorta di saggio di fine anno, dove si va per fare presenza, per dovere genitoriale, amicale, filiale. Ma senza aspettarsi nulla di ciò che l’arte può e deve fare, liberando l’uomo dalle grinfie del narcisismo. “Essere nati, essere programmati, essere schiavi. Rasserenati dall’amare il sole. Tu non devi venerare il sole, ma la luce che vedi” canta Rancore, identificandosi nella finitezza della stella morente, quella che ci da la vita, e nonostante ciò è destinata a spegnersi.

In fondo è la metafora di Anton Ego, in Ratatouille: al ristorante dello chef a cui ha fatto le più severe recensioni, solo per pregiudizio, chiede il piatto che gli faceva la nonna, il più semplice della tradizione con una esclamazione:” sorprendimi!”. E il vero artista, Remy, il topo che aveva imparato a cucinare, lo sorprenderà.

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Commenti su "L’arte protegge dal narcisismo? E può aiutare la psichiatria? Riflessioni sparse tra autobiografia e musica d’autore"

  1. Complimenti Federico
    Il coraggio di mostrarsi persone non alberga in tutti
    Il Ruolo nasconde le debolezze rendendo noioso e vecchio anche il più brillante dei pensieri

    Rispondi
  2. “Chi sa solo di psicologia non sa nulla di psicologia”, disse così un mio professore durante una lezione di psicologia clinica all’università
    Nel dire questo citava Battiato, De André, i Pink Floyd. Leggendo questo articolo ho ricordato quelle parole. Grazie.

    Rispondi
  3. Sono d’accordo molto d’accordo
    Essere stati pazienti è una chance che non tutti hanno avuto la fortuna di avere ma anche attraversare con l’altro esperienze emozionarsi fare insieme teatro musica altro
    Ma farlo davvero insieme
    Sì una porta per una terapia o semplicemente terapia

    Rispondi
  4. Bravo Fede, hai sempre saputo esprimerti e scrivere molto bene, belle riflessioni e pensieri che vengono dal tuo vissuto di psichiatra e artista!

    Rispondi
  5. Ho letto con attenzione caro Federico. Sempre un piacere scoprire tanti aspetti sui quali abbiamo riflettuto poco. Dovrebbe essere parte del programma formativo dei giovani studenti in medicina. Grazie. A presto

    Rispondi
  6. Splendido. Aiuta molto a riflettere sul rapporto fra arte e psichiatria, che va al di là della nota proposta di una attività artistica come possibile componente di un intervento psichiatrico. In realtà la parentela è profonda, poichè entrambi le discipline coniugano il “capire”, il verstehen, con il “fare” pratico, tendendo a superare l’impostazione crociana che proponeva, nel suo “quadrivio” gli incroci fra la dimensione “conoscenza o desiderio” e quella “generale o particolare”.: aspetti posti entrambi come alternativi.
    Di fatto in entrambe le discipline il “capire” e il “fare” coesistono sempre, anche se in varie proporzioni: nella prassi psichiatrica possiamo dire che il “capire” tende a prevalere nella psicanalisi, il “fare” nell’approccio cognitivo- comportamentale . Varie le proporzioni anche nell’arte: l’arte concettuale, ad esempio, privilegia l’invito a pensare, relativamente trascurando il “fare” e le relative capacità tecniche; ciò che fa pensare all’ingenuo fruitore “ma questo lo saprei fare anch’io”.

    Rispondi
  7. Ringrazio tutti per i commenti, e in generale i lettori del Vaso di Pandora, sempre pronti a mettersi in gioco, a cambiare punto di vista. Io imparo molto dalle riflessioni degli altri e sono felice quando le mie raggiungono qualcuno, magari persino emozionandolo.

    Rispondi

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