Vaso di Pandora

Psicoanalisi e cognitivismo clinico: integrazione teorica, attaccamento e cambiamento terapeutico

Il cognitivismo clinico è giunto, nelle sue espressioni più mature e consapevoli, a confrontarsi anche con problemi che, come quelli della motivazione, dello sviluppo emotivo e del transfert, erano precedentemente riservati all’elaborazione psicanalitica. Al tempo stesso, alcuni esponenti e gruppi della psicoanalisi hanno realizzato una sorta di cognitivizzazione dei propri modelli teorici di riferimento. Il superamento della contrapposizione fra paradigmi rivali e l’emergere di un universo concettuale in cui si possa sempre più incontrare, capire e confrontarsi proficuamente, ha fatto nascere parentele intellettuali che possono rivelarsi altrettanto significative di quelle esistenti con la propria famiglia di origine.  

Proprio questa nuova parentela rende sempre più possibile e duraturo il lavoro psicoterapeutico con pazienti complessi, nella gestione di diversi fattori di rilevanza clinica, come l’attaccamento. In base agli studi compiuti sui bambini infatti, (Bowlby 1980, Stern 1985) i problemi clinici non appaiono più radicati a fissazioni e regressioni relative a particolari stadi evolutivi ma piuttosto emergenti da linee di sviluppo che attraversano le diverse età e che dipendono dalla permanenza delle condizioni di rapporto offerte dalle figure di attaccamento. In linea di massima, un fatto che avviene precocemente eserciterà un impatto più consistente e duraturo di uno più tardivo.

La ragione principale è che il sistema mentale del bambino è ancora poco complesso e quindi pone un minor numero di vincoli alla costruzione del reale. Una volta poi che tali vincoli si siano venuti ad articolare, essi condizioneranno la possibilità di lettura del mondo e andranno anche a determinare dinamiche ricorsive a impronta conservativa nelle relazioni instaurate sia all’interno della famiglia, sia al suo esterno. Stabilita l’importanza dei modelli interattivi, non va comunque sottovalutato il potenziale patogeno di specifici eventi traumatici.

I modelli delle diverse figure di attaccamento, innanzitutto quelli che si riferiscono rispettivamente alla madre e al padre, originariamente sono indipendenti, con il passare del tempo invece si integrano in un modello generalizzato delle figure d’attaccamento. Le varie configurazioni del comportamento d’attaccamento delineano differenti prospettive evolutive che, ad eccezione di quella d’attaccamento sicuro, vengono anche valutate come disadattative, cioè premonitrici sul lungo periodo di difficoltà interpersonali, disagio emotivo e possibile patologia mentale. Infatti, attraverso tali configurazioni, vengono a formarsi i primi schemi su sé e gli altri, schemi che andranno poi consolidandosi e sviluppandosi nel tempo e intorno ai quali il sistema cognitivo del bambino troverà ampia parte della sua progressiva articolazione.  

Attaccamento, relazione terapeutica e dinamiche transferali

Anche il rapporto fra terapeuta e paziente entra come fattore decisivo nel meccanismo stesso del processo terapeutico, è necessario quindi gestire e indirizzare tale relazione al buon fine della guarigione, facendo essa stessa oggetto di intervento tecnico. Il paziente infatti porta in essa le stesse strutture di significato che sottostanno al suo disturbo mentale, non può  fare altrimenti poiché applica gli schemi di cui dispone. Se lo psicoterapeuta apparirà in grado di rispondere con competenza e sensibilità, il paziente lo costruirà come una persona dotata delle qualità fondamentali di una figura d’attaccamento.

Tale rapporto d’attaccamento ha un ruolo primario nel processo di guarigione, quando viene costantemente tradotto dal terapeuta in una leva per richieste di tipo collaborativo e allo stesso tempo utilizzato dal paziente come base sicura per le varie esplorazioni. Ciascun transfert d’attaccamento può  assumere una fisionomia particolare in virtù delle convinzioni specifiche che il paziente ha sviluppato nel corso dell’irripetibile rapporto vissuto con i propri genitori. La rabbia provata in certi momenti nei confronti del terapeuta non appare leggibile come protesta per una presunta mancata rispondenza dei propri bisogni di attaccamento ma proprio come espressione di lotta, di confronto agonale.

Il sistema motivazionale agonistico si può  mobilizzare anche quando il paziente possiede uno schema della figura d’attaccamento che la rappresenta come intrusiva o autoritaria o dominante. In tale evenienza il paziente può  difendere i propri confini personali, la propria libertà o la propria posizione di rango. Il sistema agonistico del paziente può  attivarsi inoltre nel momento in cui egli adotta una strategia ipercompensativa rispetto ad uno schema che definisce il Sé come incapace di salvaguardare i propri bisogni di fronte alle richieste che possono provenire dagli altri, oppure nel momento in cui, sempre a scopo compensatorio, impronterà il proprio atteggiamento nei confronti del terapeuta al modello di figure d’attaccamento aggressive e frustranti.

Secondo la teoria freudiana del 1911-1915 (Weiss 1993) il terapeuta si confronterà con il transfert realizzato dal paziente con atteggiamento distaccato, gli autori cognitivi affermano che bisogna trovare caso per caso il modo di sganciarsi dai cicli cognitivo-comportamentali del paziente (Safran e Segal 1990). Questi autori si riferiscono in particolare alla necessità di sottrarsi alla sua influenza interpersonale, in ambito psicoanalitico si intende identificazione proiettiva, di riconoscere e controllare le emozioni e le tendenze all’azione evocate in noi dalle sue manifestazioni comportamentali, in quanto esse verrebbero a convalidare proprio le aspettative e le costruzioni nate dagli schemi disadattativi.

Anche l’atteggiamento terapeutico che viene definito come ‘contenimento delle parti cattive’ proiettate dal paziente sul terapeuta consiste in un tipo di confutazione degli schemi patogeni del paziente. Infatti contenere le esperienze evocate in noi fino a raggiungere un modo sereno di viverle, comunica al paziente che, differentemente da quanto dettato dai suoi schemi, è possibile confrontarsi positivamente con certe situazioni e perseguire senza gravi conseguenze ma costruttivamente i propri scopi motivazionali. Il superamento dei test relazionali cui il terapeuta è sottoposto fa si che egli acquisisca agli occhi del paziente l’autorevolezza necessaria non solo allo svolgimento di esperienze emozionali correttive degli schemi sul Sé ma anche alla reale presa in considerazione di modi nuovi di costruire il prossimo. 

Anche l’interpretazione è un intervento in un certo senso cognitivo, si trasmette infatti al paziente un’informazione e una diversa credenza, più razionale e più vera, che corregga la precedente credenza patogena, originata da esperienze traumatiche che erano state memorizzate ma non in modo conscio.  Affinchè un’interpretazione raggiunga l’insight, occorre che il paziente giudichi il terapeuta come validatore-invalidatore autorevole, ovvero come una fonte di informazioni attendibili su di sé (Semerari 1991).

Poiché le interpretazioni del terapeuta riconducono la realtà psicologica del paziente anche ai suoi schemi sul Sé, il confronto con esse, al di là delle esperienze emozionali correttive, gioca un ruolo decisivo nel cambiamento dell’autoimmagine. Perché ciò si verifichi tuttavia è necessario che il terapeuta sappia disimpegnarsi con i test cui i pazienti sottopongono, nel contesto della relazione terapeutica, i propri schemi patogeni, ovvero che sappia gestire e interpretare il transfert.

Transfert, controtransfert e funzione interpretativa del terapeuta

È bene che il terapeuta dimostri con il suo atteggiamento che è capace di confrontarsi in modo adeguato con il comportamento traumatizzante del paziente, prima di interpretarlo (Weiss 1993). L’analisi del controtransfert è fondamentale per questo, partendo dalla coscienza di una costruzione, il terapeuta può  ipotizzare che cosa, nel comportamento del paziente, può  averla suscitata.

Anche all’interno della corrente cognitivista ci sono autori che hanno valorizzato l’analisi del controtransfert come strumento di comprensione del paziente, sottolineando la necessità che il terapeuta, per realizzare adeguatamente il ruolo di osservatore partecipante (Sullivan 1953) abbia un concetto di sé abbastanza flessibile (Safran e Segal 1990). Le interpretazioni di transfert consentono al paziente di venire a conoscere l’influenza degli schemi sulla sua condotta e quando precedute da un invito a esaminare le rappresentazioni mentali e le emozioni che hanno anticipato e accompagnato le manifestazioni transferali, diventano un mezzo per permettere al paziente di conoscere gli schemi stessi.

L’interpretazione dei sogni tra psicoanalisi e cognitivismo

Per quanto riguarda le interpretazioni dei sogni, strumento tradizionale della psicanalisi,  negli ultimi anni esse sono entrate anche nello strumentario clinico del cognitivismo (Cionini 1991, Semerari 1991, Lalla 1992, Rezzonico 1996). Diversa è la concezione dei sogni, non solo e necessariamente tentativi di esaudire desideri inconsci ma una rappresentazione mentale in cui si rispecchia la volontà di adattarsi alla realtà (Weiss 1993) e dove trovano voce gli scopi perseguiti, i piani con cui il paziente si muove al loro raggiungimento, le varie costruzioni di sé e degli altri, le aspettative temute o desiderate, le emozioni che accompagnano l’esperienza primaria del mondo.

Non vi sono mascheramento né censura psichica ma la rappresentazione di come opera la mente durante il sonno REM (Lalla 1992). Per l’indagine dei significati in gioco, entrambe le linee teoriche fanno ricorso alle libere associazioni, un’interpretazione efficace suscita l’affermarsi, almeno momentaneo, di un nuovo punto di vista su di sé e/o sul mondo. In genere è necessario riproporre più volte e a partire da esperienze diverse l’interpretazione che mette a fuoco un certo schema patogeno, così il paziente acquisisce pienamente e stabilmente il nuovo punto di vista. Si ha nel frattempo un periodo di oscillazione, in cui il punto di vista interpretativo e quello patogeno si confrontano, assumendo volta per volta l’uno il ruolo di carattere dominante e l’altro quello del recessivo. 

Schemi cognitivi, consapevolezza e ristrutturazione delle credenze

Gli schemi cognitivi determinano il particolare mondo personale del paziente e quindi la definizione degli scopi, le assunzioni sul loro destino, l’insorgere delle emozioni e il manifestarsi dei comportamenti. I suoi schemi si traducono in comportamenti che creano un mondo che appare confermare gli schemi stessi ossia entrano a far parte di cicli cognitivo- comportamentali ripetitivi. 

Divenendo consapevoli dei pensieri automatici e degli schemi patogeni, diversi pazienti giungono spontaneamente a giudicare gli uni e gli altri come qualcosa di disadattativo e irrealistico (Beck 1976). Per Ellis la consapevolezza dei pensieri e delle convinzioni irrazionali è un passo decisivo sulla strada che porta al loro superamento, affinchè la cura possa completarsi occorrerà che le convinzioni irrazionali vengano messe in discussione. Affinchè la ristrutturazione avvenga sarà necessario portare allo scoperto quelle che Beck chiama distorsioni cognitive, presenti sia nelle nevrosi che nei disturbi di personalità e nelle psicosi (Beck 1976, 1990). Il ruolo di un nuovo punto di vista, non va inteso solo come stazione d’arrivo del processo di cambiamento cognitivo ma anche come un fattore essenziale della sua attivazione. Beck ed Emery (1985) propongono di chiedere direttamente al paziente quale sia un altro modo di vedere le cose. 

L’inconscio nella prospettiva psicoanalitica e cognitiva

L’intero sviluppo dell’individuo sembra essere scandito da immagini che affiorano dall’inconscio e che danno forma al percorso esistenziale del singolo. La psicanalisi freudiana ritiene che l’inconscio sia un calderone ribollente di impulsi e desideri, ricco di contenuti mentali rimossi, alcuni dei quali divenuti sintomo ma quest’ultimo può improvvisamente scomparire se la parte conscia della psiche riesce a ristrutturarsi e ricordarli. La teoria cognitiva di Beck ed Ellis ritiene invece che l’inconscio sia ricco, più che di emozioni, di cognizioni, di pensieri, di problem solving e di processi più che di contenuti. Rendere maggiormente cosciente il paziente di tutto quell’insieme di pensieri preconsci, originati da esperienze e traumi precedenti, è l’obiettivo dell’analisi immaginativa, che attraverso il fattore esperienziale, è in gado di coinvolgere il paziente in un profondo legame con il terapeuta, finalizzato anche alla sperimentazione di un nuovo comportamento non verbale.  

Analisi immaginativa e trasformazione degli schemi disfunzionali

L’analisi immaginativa può  essere vista dunque come qualcosa che arricchisce il processo terapeutico, considerata la sua vicinanza con l’inconscio e la possibilità di sperimentarsi in nuove modalità di funzionamento, nel qui ed ora della seduta, oltre che un collegamento tra i due orientamenti, per profondità della visione ed efficace brevità del trattamento.  

Sono proprio gli studi di comportamentisti e cognitivisti a dimostrare che le immagini modificano il comportamento reale. L’immaginazione è il primo momento dell’azione, le immagini infatti sono vere in quanto agiscono, sono una realtà effettuale, producono effetti concreti. L’utilizzo dell’immaginario costituisce una delle principali tecniche esperienziali nella fase di cambiamento degli schemi disfunzionali, poiché permette al paziente di mettere in discussione la validità degli schemi non solo su un piano razionale ma anche su quello emotivo. Partendo infatti da un’immagine rilassante è possibile condurre il paziente a rivivere scene di forte impatto emotivo associate prima al passato e poi al presente, identificandone gli schemi, comprendendone le origini nell’infanzia e associandole ai problemi attuali del paziente.   

A questo scopo Ellis ha sviluppato il metodo di immaginazione negativa: chiudere gli occhi ed immaginare l’evento, evocare l’emozione collegata vivendola intensamente, cercare energicamente di cambiare l’emozione da disfunzionale ad adeguata, analizzare ciò  che ha portato al cambiamento dell’emozione diventando così consapevoli dei mutamenti del modo di pensare.  

Immaginazione, desensibilizzazione sistematica e cambiamento terapeutico

Le immagini sono tanto più efficaci, quanto più sono realistiche: vivide, plastiche, tridimensionali, polisensoriali, dinamiche. In virtù di queste caratteristiche l’immaginario è spesso sinonimo di illusione e di evasione ma molti orientamenti della psicoterapia testimoniano che esso sa anche ricondurre dall’evasione alla realtà. È questo il percorso che segue l’analisi immaginativa, impegnata non ad evadere dalla realtà nella fantasia ma a riportare dalla fantasia alla realtà, poiché la fantasia è agente plasmante dell’identità.

Ed è sempre questo il percorso seguito dalla psicoterapia cognitiva attraverso la tecnica della desensibilizzazione sistematica, basata sul processo di controcondizionamento, elaborato da Wolpe (1958) per individuare rispose opposte alla paura come valido trattamento delle fobie. Un comportamento antagonista dell’ansia che Wolpe ha ritenuto essere adeguato a tale scopo è il rilassamento: punto di partenza fondamentale anche per l’analisi immaginativa che nell’immaginare conseguenze più probabili ai ricordi ansiogeni e nel mettere in discussione gli schemi ricorrenti, tenta di raggiungere la massima profondità di svelamento.

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