Vaso di Pandora

“Train Dreams”: siamo parte del tutto

L’altro giorno ho visto questo film che si chiama “Train Dreams”, che mi ha fatto riflettere su un tema antico quanto il mondo. Il film tratta di un taglialegna nel Montana che ad un certo punto (spoiler) in un incendio perde la moglie e il figlio. Il film è davvero molto delicato, con una fotografia pazzesca, ma quello che mi ha colpito più di tutto, è la domanda: come sopravvivere ad un evento del genere?

Come Psicoanalista, ma direi forse prima come essere umano, mi capita spesso di riflettere su cosa significhi avere un benessere mentale. Nella mia visione delle cose il benessere è una capacità sufficientemente costante di non provare dolore psichico ma è anche la capacità di assorbire nel tempo i traumi. Di svolgere, quello che Freud chiamava, il lavoro del lutto.

La definizione di benessere

Nella storia della tradizione filosofica e psicoanalitica ogni grande pensatore ha provato a dare una definizione di cosa potrebbe essere il nucleo centrale del benessere.

Per Buddha, la pace interiore si raggiunge attraverso la liberazione dal desiderio e dall’attaccamento attraverso pratiche di consapevolezza e principi etici.

Per Freud, la felicità duratura è un’utopia, è un momento di appagamento di un desiderio, che si risolve rapidamente, portando ad un nuovo desiderio e nuova tensione. Definendo l’esistenza come caratterizzata da un insuperabile disagio. Inoltre Freud aggiunge, che il compito della psicoanalisi non è trasformare la sofferenza in felicità (che non esiste), ma portare la sofferenza nevrotica in comune sofferenza.

Per Freud, l’ analisi è un percorso di conoscenza, attraverso i nostri nuclei più sofferenti, che non porta alla felicità (che non esiste) ma ad una sofferenza umana intrinseca, in caso contrario, si rimane incastrati nel tentativo di non accettare la sofferenza che è appunto la nevrosi. La gioia è un lampo, mentre il conflitto è eterno, tra i nostri desideri e la realtà che li frustra.

La definizione di Melanie Klein

Per Melanie Klein, il benessere deriva dalla capacità di aver interiorizzato un oggetto buono ( in origine il seno) e avere quindi una capacità di provare gratitudine. Da questo punto di vista vorrei esporre come il lamento viene prima dell’ oggetto. Cioè in tutte le terapie capita spesso che il soggetto rimanga incastrato in una dinamica del lamento, non ho questo, non mi riesce questo, perché le cose vanno così ecc..

La difficoltà qui sta nel cambiare posizione (mentale) e cogliere che il nucleo da elaborare non è tanto l’ oggetto mancante (il fidanzato, il lavoro, la salute..), che arriva dopo, ma è il tentativo narcisistico di rimanere in uno scacco evolutivo. La Klein è geniale, perché rapporta la gratitudine con la salute psichica. Più uno è capace di provare gratitudine (quindi uscire dal lamento) più sta meglio. Devo dire che lo dicevamo anche i buddisti 2500 anni fa. Però è così. La gratitudine, al contrario dell’ invidia, sta nella capacità di poter cogliere l’integrità delle cose, nelle loro sfaccettature, nelle loro complessità e bellezza.

Il benessere secondo Bion

Mi sono tenuto per ultimo il mio caro Wilfred Bion. Per Bion, la salute psichica coincide con la capacità di pensare. Per lui, una mente che non si ammala è una mente capace di trasformare continuamente il caos sensoriale in pensieri pensabili, capace quindi, di affrontare la complessità della realtà. Quando si ammala una mente, quindi? Quando o c’è qualcosa di impensabile o l’apparato per pensare non si è sviluppato bene. Potrei dire che per Bion, la sofferenza è tutto quello che supera la nostra capacità di metabolizzazione. Non esiste una sofferenza psichica oggettiva.

La trama di “Train Dreams”

Torniamo al film. Al protagonista muoiono la moglie e il figlio. È un trauma immenso. Il taglialegna è disperato. Ricostruisce la casa dove prima è stata arsa viva. Ha delle allucinazioni. C’è qualcosa di estremamente sofferente, impensabile. È un uomo che ha perso tutto, che vive in solitudine e cerca nella natura un perché. Vive nella speranza che prima o poi si schiarisca la foschia su di lui e il suo tragitto. Gli anni passano. Ha cambiato lavoro. Conosce una donna, ma rimane un’amica. Gli anni passano. Quando l’inconscio bussa e sfonda la porta, cosa fare?

Mi piace molto questa frase di Freud che citando Stendhal, diceva: “Sono di quel popolo presso cui quando si ama si muore”. La bellezza di questo aforisma, per me, sta nell’accettazione di una scelta. Nella scelta di amare sappiamo che da quel momento in poi una parte di noi (forse la più intima) finisce nell’ altro. Muore, si stacca, una parte di noi. Ha poco importanza se la relazione dura nel tempo o meno, per la sofferenza psichica. Perché l’atto di amare e quindi la perdita di un pezzo di noi, sta all’inizio del rapporto, non alla fine. Per questo noi soffriamo quando muore qualcuno o perdiamo qualcosa. Se ne va una parte di noi nell’altro.

Il film finisce con il protagonista che va in città e sale su un aereo che lo porta a testa in giù, con una voce narrante che racconta come il taglialegna sarebbe morto in solitudine pochi anni dopo, senza aver risposta dei perché. Ma lì in aria, nell’indistinguibilità tra il sopra e il sotto, ha gioito della possibilità di aver fatto parte del Tutto. “Abstine et sustine”, dicevano gli stoici. Forse quando perdi tutto, quando la sofferenza dilaga, quando perdi quello che hai di più caro, l’unica cosa che rimane da fare, è andare avanti, nonostante tutto. Andare avanti con la consapevolezza, che non c’è nessun perché, ma con l’intima convinzione che siamo parte di un Tutto, e che ci tiene insieme una rete infinita di pezzi di noi messi negli altri. Amare equivale a morire ma è anche l’unico modo per sopravvivere.

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